Tamara De Lempicka, poetessa della femminilità moderna

Tamara de Lempicka - Jeune fille en vert 1927 © Centre Pompidou MNAM‐CCI, Dist. RMN‐Grand Palais/Droit réservés © Tamara Art Heritage. Licensed by MMI NYC/ ADAGP Paris/ SIAE ROMA 2015

Torino rende omaggio a una delle figure più interessanti e meno etichettabili del Novecento artistico mondiale. A Palazzo Chiablese fino al 30 agosto 2015. Tutte le informazioni al sito www.mostratamara.it.


TORINO - Non soltanto secolo di conflitti, ideologie e totalitarismi, il Novecento è stato anche il secolo delle donne, che a partire dal primo Dopoguerra hanno conquistato spazi sempre maggiori nel contesto sociale, economico e politico, passando anche per il Femminismo degli anni Settanta. Ma nella prima metà del secolo scorso, ancora in pochi avevano valutato appieno la portata di quei cambiamenti sociali. Anche fra gli artisti, pochissimi furono quelli che intuirono i nuovi tempi, e seppero immortalarli sulla tela, dopo essersi pienamente calati nel contesto che vivevano ogni giorno.

«Cerco di vivere e creare in modo tale da imprimere, sia alla mia vita, sia alle mio opere, il marchio dei tempi moderni». Lo scrisse Tamara Rosalia Gurwik (1898-1980), meglio nota come Tamara de Lempicka, fra le più attente e sensibili figure novecentesche che abbiano raccontata la nuova femminilità. A lei rende omaggio la città di Torino con l’omonima mostra Tamara De Lempicka, a cura di Gioia Mori, che ricostruisce attraverso ottanta opere gli aspetti più intimi della sua avventura artistica.

Nacque a Varsavia nel 1898, da madre polacca e padre ebreo russo, ma a causa della rottura del ma trinomio fra i due, conobbe ben presto la vita nomade al seguito della nonna materna, che nel 1907 la portò prima in Italia e poi in Francia, dove sembra abbia appresi i primi rudimenti della pittura. La sua formazione proseguì in giro per l’Europa, prima presso una scuola di Losanna , in Svizzera, e poi presso il prestigioso collegio polacco di Rydzyna. Questo suo peregrinare per la vecchia Europa, s’interrompe con la scomparsa della nonna materna, nel 1911 figura per lei di riferimento; Tamara si trasferisce a San Pietroburgo, in casa della zia Stefa Jansen, e qui conosce Tadeusz Łempicki, che sposerà nel 1916. In questi anni di spostamenti da un Paese all’altro, Tamara conobbe a fondo il carattere, ormai al tramonto, della Vecchia Europa, scintillante di quella Belle Époque menzognera, ma profondamente suadente e caratterizzata dalla dolcezza dell’illusione, come nessuna epoca negli anni a venire saprà esserlo. Anni caratterizzati dalla forte presenza femminile nella società, da un lato le suffragette inglesi, dall’altro le lorettes parigine per le quali stravedevano numerosi artisti. Si afferma il modello di una donna indipendente, portatrice di un pensiero espresso anche attraverso il corpo, ma soprattutto attraverso uno stile di vita sopra le righe.

Un’anima inquieta, Tamara, un’amazzone che cavalca la vita alla stregua della baronessa Elsa von Freytag-Loringhoven, Djuna Barnes, Zelda Fitzgerald, affascinata e abbagliata dalle luci della modernità americana, che conoscerà direttamente negli anni successivi, con l’ennesimo trasferimento a New York e Beverly Hills, prima di chiudere a Cuernavaca, in Messico, la sua esistenza terrena.

Dimensioni socio-culturali profondamente diverse fra loro, ma che hanno contribuito a formare la linea artistica di Tamara, esteticamente legata all’Art Nouveau e all’Avanguardia Cubista; concettualmente, invece, la sua dimensione artistica è riconducibile all’assidua ricerca di una sua personale iconografia della modernità, una modernità non facile da sintetizzare sulla tela, a causa dei numerosi e tumultuosi cambiamenti che interessarono la società del primo Novecento, ma la cui chiave di volta è comunque la donna. Incarnando lei stessa una figura femminile dalla dandistica esistenza sopra le righe, s’inserisce in un sentiero che a suo tempo fu tracciato da figure quali, fra le altre, Lavina Fontana, Elisabetta Sirani, Artemisia Gentileschi, Maria Hadfield Cosway, Berthe Morisot, e la contemporanea Frida Kahlo; donne il cui amore per l’arte non ha risparmiate loro umiliazioni e biasimo, da parte di una società ancora dominata dal modello patriarcale.

Le sue tele esprimono una femminilità potente e leggiadra insieme, ispirata anche dalla dichiarata bisessualità dell’artista, che fa luce, così, sulla nuova sensibilità sessuale che caratterizza il Novecento, e che anche gli esponenti della Neue Sachlicheit nella Germania weimeriana, avevano documentato nel corso degli anni Venti. Tuttavia, più che con il Modernismo tedesco, i dipinti della Lempicka sono vicino a quello spagnolo, poiché ardono del medesimo fuoco creativo, e portano in sé quella tensione fatta di ombre cervantesche, corpi sudati e sensuali insieme, forme plastiche rodiniane, e quella contemplazione sottilmente venata d’angoscia caratteristica del sentire ispanico.

La sua Maternità (1922) è vicinissima per stile e sensibilità al Picasso del periodo Blu, alla sua omonima opera del 1901, sorta di maternità laica, simbolo di innocenza e di speranza insieme. Una vicinanza che dimostra l’attenzione della Lempicka nei riguardi degli sviluppi artistici modernisti. Certamente, la donna restava una figura centrale nella famiglia, e depositaria di quell’istinto protettivo nei confronti dei figli, che costituisce la sua profondità primigenia.

A questo importante impianto stilistico e concettuale, la versatile e cosmopolita Tamara aggiunge nel tempo le atmosfere patinate del moderno American Dream, conosciuto di riflesso a Parigi negli anni Venti, attraverso la frequentazione di Montparnasse, e del Carrefour Vavin che avrebbe attirati anche Gertrude Stein e i coniugi Fitzgerald. Giunse nella capitale francese nel 1918, in seguito all’inasprirsi del clima politica in Russia, subito dopo la Rivoluzione bolscevica. Qui le nacque la figlia Kizette nel 1920, e iniziò gli studi artistici alla Académie de la Grande Chaumiere e alla Académie Ranson con maestri come Maurice Denis e André Lhote. Quelli parigini furono i suoi anni più fecondi, a diretto contatto con la vita notturna cittadina, e il mondo della moda, per il quale cominciò la sua attività grafica, illustrando riviste quali L’illustration de mode e Feminine. Qui, le sue influenze vanno da Modigliani, in Donna davanti allo specchio (1924), a Toulouse-Lautrec. Ma per la sua carriera di pittrice, iniziata timidamente con la presenza al Salone d’Automne del 1922, Tamara guarda all’avanguardia spagnola, in particolare al Cubismo, la cui plasticità si sublima nella raffigurazione di figure femminili elegantissime, dalla posa sensuale, le labbra delicatamente tinte di rosso - che spiccano sull’incarnato pallido -, e che indossano abiti ispirati alle ultime creazioni di Vionnet o Paquin. Le sue donne sembrano tante Veneri/cortigiane, o dive del cinema, ma è riduttivo etichettare Tamara De Lempicka come artista riconducibile soltanto alla moda, al cinema, alla fotografia, e al marketing in generale. La sua, è una donna protagonista del nuovo secolo, disinibita e sessualmente libera (lei stessa, dal 1922, avvia una relazione saffica con la vicina di casa Ira Perrot, che sarà anche sua modella in più di un’occasione), ad esempio per due ritratti nel 1932 e nel 1933. Quest’ultimo, che ritrae la donna vestita in blu, con una chitarra in grembo, e lo skyline di grattacieli alle sue spalle, s’inserisce in un’iconografia della donna che rimanda alla Paprika Johnson di un racconto di Djuna Barnes, altro personaggio newyorkese sopra le righe, espressione di una moderna e combattiva femminilità, nel cui clima s’inserisce appunto Tamara De Lempicka.

Dietro la sensualità delle opere della Lempicka, si cela un attento studio della tradizione pittorica del tardo Rinascimento, in particolare della sua splendida e inquieta bellezza, dalla possente plastica michelangiolesca e la sottile angoscia di Ochino e Carnesecchi. La donna del Novecento irrompe nel quadro sociale con una forza mai conosciuta prima, causando le prime crepe alla rigida, bimillenaria società patriarcale europea, anche in virtù della necessità di servire da forza lavoro negli stabilimenti industriali lasciati sguarniti dagli uomini richiamati al fronte, negli anni della Prima Guerra Mondiale. Anche negli Stati Uniti d’America, la società dei consumi che si sta imponendo (prima della Grande Depressione innescatasi ’29), sta costruendo un nuovo tipo di personaggio femminile (in Europa accadrà negli anni Sessanta, e Martial Raysse ne sarà attento cronista). Soltanto un qualunquismo tutto italiano, liquidò la sua opera, in occasione della personale romana del 1957, come “roba da antiquariato”, non riuscendo a cogliere la profondità dell’attualizzazione operata dall’artista delle lezioni del passato. Ad esempio, la Comunicanda, (1928), è il delicato ritratto della figlia Kizette con l’abito della Prima Comunione, un’opera lontana dalla pudicizia di genere, bensì vicina per intensità sensuale all’Estasi di Santa Teresa, scultura barocca del Bernini, della quale Tamara riprende la voluttà dell’espressione del volto della figlia, sorta di Amorina avvolta nella sensuale nuvola di raso bianco dell’abito. Così come La bella Rafaëla (1927), è un raffinato nudo che s’ispira, nella posa,al discussoLa nascita di Veneredi Alexandre Cabanel, ma la plasticità è comunque di riferimento cubista. Un nudo, questo, colto nella sua quotidianità di donna fiera del proprio corpo, senza allegorie e ostentazioni.

Attraverso i suoi personaggi femminili, i suoi soggiorni in giro per il mondo, (compreso il Messico turbolento del dopo Zapata), Tamara De Lempicka racconta il Novecento inquieto e scapigliato degli avventurieri à la Ambrose Bierce, della Lost Generation di Francis e Zelda Fitzgerald “esuli” a Parigi, ognuno a suo modo impegnato sfuggire all’angoscia che attanaglia il nuovo secolo, sconvolto dalla Prima Guerra Mondiale, dall’industrializzazione, dalla società dei consumi. Si cerca riparo nell’ebbrezza della notte, nel sesso, nel jazz, nella moda, e in questo nuovo scenario, la donna trova finalmente lo spazio per affermarsi al di fuori dei tradizionali ruoli familiari di moglie e madre.

La sua stagione creativa più feconda va dagli anni Venti agli anni Quaranta, giocata su quel mondo dandy-dèco che le ha data fama immortale. Con alcune incursioni nel genere della natura morta, che approccia sia ispirandosi al Quattrocento italiano e al Seicento fiammingo, sia al Realismo Magico europeo, ma che anche in Sudamerica ha i suoi esponenti, in particolare Frida Kahlo.

Ancora oggi, a trentacinque anni dalla scomparsa, è piacevole ricordare Tamara De Lempicka come la immortalò Mario Camuzzi in un sensuale mezzo-busto, irraggiungibile icona d’eleganza, dallo splendido volto di dea, e gli elegantissimi guanti bianchi.

Niccolò Lucarelli