Rubrica — Mostre

Marc Chagall, artista, sognatore, poeta

Marc Chagall. La festa dei tabernacoli (Sukkot), c. 1916

L’universo onirico e arcaico del pittore di origini ebraiche, in 140 opere inedite, fra dipinti, disegni, incisioni, provenienti dalla collezione dellʼIsrael Museum di Gerusalemme. A Roma, al Chiostro del Bramante, fino al 26 luglio 2015. Tutte le informazioni al sito http://chiostrodelbramante.it/.


ROMA - Dall’interno del lugubre cono d’ombra che avvolge il Novecento, dominato dall’idea della morte di Dio, e da un clima generale di angoscia e sfiducia, dovuto ai repentini cambiamenti sociali portati dallo sviluppo industriale, che minò le basi della millenaria Europa agricola, spazzò via tradizioni e senso religioso, e favorì quella corsa agli armamenti che a sua volta preparò il terreno alla Prima Guerra Mondiale. Dal Simbolismo all’Espressionismo, le avanguardie artistiche dell’epoca si fecero, ognuna a sua modo, portavoce di quel malessere sociale, inaugurando un’affascinante, tanto spettrale quanto realistica iconografia dell’angoscia. A continuare a credere nell’uomo, alla bontà delle sue radici arcaiche quale mezzo di una qualche salvezza dal nulla, e alla necessità di mantenere un credo religioso, furono in pochi. Fra questi, senza dubbio ci fu Marc Chagall (1887-1985), ebreo bielorusso dalle movimentate vicissitudini personali, cui la città di Roma rende omaggio con la splendida mostra Chagall. Love and Life, a cura di Ronit Sorek, che ricostruisce il percorso artistico e poetico di un pittore che non si arrese al nichilismo imperante. A impedirglielo, fu anche quella forza atavica trasmessagli dal padre. Infatti, Moishe Segal, poi francesizzato in Marc Chagall, racchiude, nelle vicissitudini della sua esistenza, la dolorosa parabola del popolo ebraico. E paradossalmente, sarà proprio questa sua condizione di “uomo senza patria” a ispirarlo nella creazione del suo personale linguaggio artistico, costantemente sospeso fra realtà e poesia, avanguardia e tradizione. E sul fondo, il delicato misticismo ebraico e slavo, filtrato dalla conoscenza degli antichi manoscritti decorati, per quanto riguarda l’ebraismo, e dall’iconografia religiosa e popolare di icone e luboki per quanto riguarda la cultura russa.

Chagall era nato a Vitebsk, cittadina a forte concentrazione ebraica nel Nord della Bielorussia, al confine con Russia e Lettonia, in un territorio nevralgico dell’Impero Zarista: la cittadina si trovava infatti lungo la Linea di demarcazione per l'insediamento ebraico (dove era appunto permesso l'insediamento permanente degli ebrei), ma anche qui le condizioni di vita erano precarie: il giorno stesso della nascita del futuro artista, il 7 luglio 1887, Vitebsk fu attaccata dai cosacchi durante un pogrom, e la sinagoga venne data alle fiamme. Da allora, vivrà in prima persona la difficoltà dell’essere ebreo in un’Europa dove l’antisemitismo stava attingendo nuova linfa, e che si stava avviando all’epoca drammatica dei totalitarismi. La fiorente cultura ebraica dell’Europa Orientale si stava purtroppo avviando al tramonto.

Fu anche per sfuggire a questo difficile clima, che dal 1906 il giovane Chagall proseguì gli studi artistici a San Pietroburgo, prima all'Accademia Russa di Belle Arti, con il maestro Nikolaj Konstantinovič Roerich, e dal 1908 al 1910, alla scuola Zvantseva con Léon Bakst, all’epoca legato alla compagnia dei Ballets Russes di Sergej Pavlovič Djagilev che riscuotevano molto successo a Parigi. Nel frattempo, fra un dipinto e l’altro, non tralasciò la vita mondana, e nel 1909 - in città o forse a Vitebsk dove ogni tanto tornava -, conobbe Bella Rosenfeld (1895-1944), giovane ebrea di buona famiglia che sposerà nel 1915.

Ma sotto la guida di Bakst, intravide lo sfolgorio della Ville Lumière, dove si trasferì nel 1910. In quegli anni, Parigi era ancora il faro della cultura mondiale, gli ultimi impressionisti ancora in vita lavoravano fianco a fianco con l'Avanguardia cubista di Picasso, Braque e Modigliani, mentre Proust, con la sua Recherche, era il cantore di un Ottocento corrotto, ma che il senso della memoria sapeva comunque addolcire. E ancora il teatro d’avanguardia ispirato al Modernismo e ai Fauves, con i Ballets Russes di Sergej Pavlovič Djagilev (che nel ’29 sarebbe morto a Venezia), fulcro di una vita notturna che da Montmartre si stava spostando a Montparnasse, su quel Carrefour Vavin che avrebbe attirati anche Gertrude Stein e i coniugi Fitzgerald. La Belle Époque rifulgeva ancora in tutto il suo splendore, anche se all’orizzonte si profilavano le crisi balcaniche che avrebbero accesa la miccia della Prima Guerra Mondiale, e la conferenza di Algeciras aveva contribuito a isolare vieppiù l’Impero Prussiano sullo scacchiere europeo, avallando l’influenza francese e spagnola sul Marocco. A Parigi conobbe gli esponenti del Cubismo e del movimento Fauve, frequentando Guillaume Apollinaire, Robert Delaunay e Fernand Léger. Ma nel 1914, con i venti di guerra che gelavano l’Europa, decise di rientrare in Russia.

Formatosi in un momento particolarmente vivace dell’arte europea, e al contempo in un clima particolarmente difficile dal punto di vista politico e sociale, Chagall fu uno dei pochi artisti a non lasciarsi travolgere dal vortice dell’angoscia e della disperazione che trascinò invece tanti suoi colleghi. Al fondo delle sue pitture, dei suoi disegni, brilla costantemente l’essenza dell’uomo e delle sue radici arcaiche, sostenute da quel substrato di miti e leggende che costituiscono il nucleo del sapere umano, delle tradizioni e del rapportarsi con l’universo. L’essenza dell’arte di Chagall sta nella rappresentazione - con tratti onirici intrisi di dolcezza -, del carattere dell’uomo, del suo pellegrinare sulla Terra, del suo rapporto con il divino, accostato sempre al mondo dei fiori e degli animali. Al punto che ogni disegno o dipinto di Chagall, è un caldo abbraccio che trasporta in un universo poetico che non ha eguali nell’arte europea, per la sua commistione di Cubismo, Espressionismo, Surrealismo, Fauve.

La mostra romana ripercorre le fasi della carriera dell’artista, dalle radici nella nativa Vitebsk, ai dipinti sull’amore, dalle illustrazioni religiose a quelle delle favole di La Fontaine, in un arco temporale che dall’inizio del Secolo giunge sino alla Seconda Guerra Mondiale.

L’infanzia in Bielorussia rivive nei disegni pubblicati nel volume Ma vie, commoventi bozzetti di paese con la casa dei nonni, il rabbino della sinagoga, e scorci campestri. Un bianco e nero delicato, intimo, da libro di lettura dei tempi lontani, che sa di Strapaese, ma in modo colto e appassionato, da uomo che è legato con affetto alle proprie origini. Un afflato che ritorna nei dipinti, e Sopra Vitebsk (s.d.), ne è una toccante testimonianza: la veduta di una strada della sua città natale, dove la candida neve contrasta con l’azzurro scuro del cielo, e una figura sulla destra che fluttua nell’aria; si tratta dell’ebreo errante, figura della tradizione - ma che per Chagall ha anche un significato biografico. Infatti, la coppia al centro, non è ben salda al suolo, ma sembra in procinto di staccarsene da un momento all’altro; come a dire che ognuno rischia di essere sradicato dalla terra natia. Eppure, sulla scena aleggia un senso di pace, di sottile commozione, e osservando questa tela, si respira l’épos della Russia fiabesca, arcaica e contadina, della quale Gogol’, Tolstòj e Turgenev sono stati appassionati cantori. Con pari sensibilità, Chagall narra questa terra, legandola all’ebraismo, avvalendosi di uno stile pittorico innovativo, venato di poesia, appena inquietante come i Miti di Cendrars, e caratterizzato da una pennellata morbida e colori mai troppo sgargianti. Sulla stessa linea La festa dei tabernacoli (Sukkot), (1916), dove si nota l’espressionismo di chi si allontana dall’angoscia e la argina rifugiandosi nella Fede, nei rapporti interpersonali che i momenti di aggregazione esaltano, quali sono appunto le feste religiose. Chagall non dipinge con fine documentario, bensì animato dal fuoco della poesia e dell’armonia con la natura e le tradizioni.

Dedicandosi all’illustrazione, Chagall dà forma alla saggezza antica attingendo da più fonti, dall’Antico Testamento, alle favole di La Fontaine (in buona parte mutuate da Esopo), e nei suoi disegni si può leggere il cammino evolutivo del pensiero arcaico, quel filosofare con placida serenità punteggiata d’ironia, quasi che la china e l’acquaforte fossero una metaforica lanterna con la quale, alla maniera di Diogene, Chagall si sforza di cercare l’uomo. E a differenza del filosofo greco, lo trova.

Il suo è un universo di profeti, re, pastori, e individui semplici (nei quali è ravvisabile lo strànnik della tradizione russa), tutti insieme pellegrini su questa Terra, immersi in un paesaggio di fiori, case, animali, chiese, molto spesso dell’amata Russia, quando non erano le vedute urbane di Parigi. Chagall è stato fra i pochissimi artisti del Novecento a non lasciarsi distrarre dalla violenza della guerra, dalla “morte di Dio”, e a non perdere la fede, anzi a rimarcare come il patto fra l’uomo e Dio si sia rafforzato nei secoli, come sussista fra la Terra e il Cielo un rapporto quotidiano fatto di silenzio, umiltà, gioia, a volte anche timore. Lo si comprende nella splendida illustrazione per la Bibbia di Vollard, Mosé riceve le Tavole della Legge; il conduttore del popolo ebraico è a sinistra in basso, mentre all’angolo opposto si può vedere la mano di Dio. A metà dell’asse obliqua che si forma, si trovano le Tavole, che passano di mano con tenerezza paterna, quasi la stessa del michelangiolesco Dio Creatore della Cappella Sistina, che sfiora la mano di Adamo.

Nel panorama artistico dell’avanguardia, dove l’estetica formale viene sempre più sostituita dall’estetica concettuale, il suo Cubismo conserva caratteri sorprendentemente umani, con figure snelle, leggiadre, e una costante meraviglia davanti alla Natura, che conferisce loro quellʼarcaicità quasi medievale.

Un afflato che appare ancora più sorprendente, se si considerano le vicissitudini che il pittore ebbe in vita: all’indomani della presa di potere dei bolscevichi in Russia, a seguito di contrasti dovuti a divergenze artistiche con l’avanguardia russa legata al Suprematismo, Chagall si trasferì a Parigi nel ’23, da dove fuggì nel 1940, a causa dell’invasione nazista. Dopo aver trovato breve rifugio nei pressi di Marsiglia, in Spagna e in Portogallo, emigrò negli Stati Uniti l’anno seguente, e qui, nel settembre del ’44, perse l’adorata moglie Bella, uccisa da un’infezione virale. Sconvolto dalla perdita, soffrì per molti anni di depressione, tornò in Francia, si stabilì a Saint Paul de Vence, e si legò sentimentalmente a Virginia Haggard, dalla quale ebbe un figlio, finché, nel 1952 si sposò con Valentina Brodsky, un’ebrea di origine russa.

In Francia trovò una sorta di patria - lui che sempre si considerò quasi apolide -, tanto da dichiarare: «La terra, il fondamento che ha dato sostegno alle mie radici dʼartista è stata Vitebsk, ma la mia arte aveva bisogno di Parigi, proprio come un albero ha bisogno dellʼacqua».

Nel clima oppressivo dell’Europa della metà del Novecento, fra guerre, dittature e persecuzioni, i dipinti e i disegni di Chagall rappresentano piccoli rifugi di pace, da cui scaturisce un intimo calore come dalla stufa di un’isba sperduta nella steppa. Al pari di un primitivo italiano del Trecento, Chagall è pittore di fede e speranza, che utilizza il colore per tracciare un’ideale mappa di memorie e sentimenti, utile per il lungo peregrinare sulla Terra.

Niccolò Lucarelli

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