Rubrica — Mostre

L’avventura di San Francesco in quattro secoli d’arte eurasiatica

Cimabue - San Francesco

La figura e la predicazione di San Francesco, e l’eco che questa ha avuto nel mondo antico, in cento opere dall’Italia e dall’Asia. Alla Galleria dell’Accademia, fino all11 ottobre 2015. Tutte le informazioni al sito www.unannoadarte.it.


FIRENZE - Italia terra di santi, eroi, e navigatori, un mistico teatro dove la spada e il pastorale, uniti alla sete di scoperte e a un’inventiva senza pari nel mondo, hanno convissuto per secoli non senza contrasti, eppure riuscendo a forgiare il carattere di un popolo, nel bene e nel male, se è vero che Gabriele D’Annunzio, l’Immaginifico Vate d’Italia, parlò di San Francesco come «il più italiano dei santi, e il più santo degli italiani». Alla figura del Patrono d’Italia, a colui che fu un importante riformatore della Chiesa medievale, che seppe parlare al popolo e all’alto clero, considerato ancora in vita un nuovo apostolo e un nuovo evangelista, è dedicata L’arte di Francesco. Capolavori d’arte italiana e terre d’Asia dal XIII al XV Secolo, curata da Angelo Tartuferi e Francesco D’Arelli, e realizzata dalla Galleria dell’Accademia in collaborazione con il MiBACT. In cento opere, suddivise fra dipinti, sculture, affreschi, miniature, codici miniati, paramenti sacri, è raccontata la figura e la parabola terrestre di colui che, nato in Assisi nel 1181 da nobile famiglia - dopo una gioventù “scapigliata” e l’esperienza della guerra contro Perugia, cui prese parte come soldato -, sentì irresistibile il richiamo del Vangelo e della parola di Dio, in tempi nei quali i Secoli Bui cominciavano appena a rischiararsi, il feudalesimo cedeva il passo agli ordinamenti comunali, e il Papato e l’Impero erano impegnati negli ultimi colpi di coda di una lotta che avrebbe visto il secondo soccombere a Roma, almeno in termini di prestigio agli occhi del “gregge cristiano”. In quella fine di XII Secolo, la Chiesa si trovò a combattere i focolai eretici di Catari e Valdesi, e lo fece con riprovevole crudeltà, così come punì severamente figure riformatrici italiane quali Gherardo Segalelli, guardò con distacco e sospetto i movimenti penitenziali dei flagellanti, e si macchiò di simonia e corruzione. Una Chiesa, insomma, in profonda crisi, cui non bastava più la predicazione di San Domenico per un ritorno alla povertà di Cristo.

Fu in questa direzione che si mosse Francesco d’Assisi, conquistando con la sua bontà un popolo sofferente per le guerre frequenti, le carestie e le epidemie di peste e di lebbra che flagellavano l’Europa con regolare cadenza. Nel suo assistere poveri, infermi, malati e moribondi, nel suo infaticabile percorrere l’Italia per consolare gli afflitti, Francesco fu salutato come una nuova figura di Cristo, colui che si fa servitore degli ultimi in nome di Dio e del Vangelo, mostrandosi insieme predicatore e guida spirituale. Una parabola sulla via della santità, che non mancò di affascinare gli artisti, oltre al popolo minuto, che numerosi raffigurarono Francesco e gli episodi della sua vita. Giunta di Capitino, il Maestro del Dossale, il Maestro della Croce e il Maestro di Santa Maria Primerana, nella prima metà del Duecento, ci hanno tramandato un uomo spirante severità e benevolenza, vestito del semplice saio scelto per il suo Ordine, dalla rada barba e dall’ascetica magrezza, le mani contrassegnate dalla stimmate ricevute nel settembre del 1224; il ritratto del santo è contornato dalle scene salienti della sua esistenza, i miracoli di guarigioni operate su uomini, donne e bambini, infermi o deformi, e le non meno commoventi prediche agli uccelli nella campagna di Assisi, così come l’impressione delle stimmate. Episodio, quest’ultimo, molto dibattuto, e sul quale preferiamo lasciare la risposta alla coscienza di ognuno. Invece, le prediche agli uccelli, meritano qualche parola per la poesia e il significato simbolico che racchiudono: da uomo che riconosce la presenza di Dio in ogni manifestazione e in ogni creatura della natura, annunciare il Vangelo agli uccelli (quelli tradizionalmente schivati, ovvero corvi, gazze, sparvieri), significa propagare un messaggio di inclusione verso tutti gli esseri umani, compresi coloro che, peccatori, si sono messi in contrasto con il resto del corpo sociale; e ancora, predicare agli uccelli (e ai pesci, come più tardi farà Sant’Antonio sulla spiaggia di Rimini), significa rispettare le creature animali, e vivere con esse in armonia. Messaggi, di tolleranza, perdono, rispetto dell’ambiente, che ancora oggi non hanno persa la loro urgenza e verità. A questo proposito, è utile ricordare che San Francesco fu anche poeta, da uomo in comunicazione e in comunione con Dio e il Creato, e ne ha lasciato splendida testimonianza nel Cantico delle Creature.

Attraverso opere provenienti dalla diretta committenza francescana, o da committenza privata destinata però a chiese e conventi dell’Ordine, la mostra ci fa apprezzare l’iconografia del santo attraverso i secoli, fino al tardo Quattrocento. Brillano, in particolare, le tavole dei primitivi umbri e toscani, quali il Maestro di Figline e Ugolino da Siena. Accanto al santo umbro, anche coloro che seguirono il suo esempio o gli furono discepoli, come San Bernardino da Siena e Sant’Antonio da Padova.

Il fascino personale di San Francesco lo si avverte negli oggetti a lui appartenuti, come il corno d’avorio donatogli dal sultano Al-Malik che lo incontrò a Damietta nel 1219, oppure documenti a lui coevi, come la lettera Gloriosus Deus di Innocenzo IV, con la quale si ordina l’inizio di un’inchiesta per la canonizzazione di Chiara, morta in Assisi l’11 agosto 1253. Un documento che attesta l’importanza raggiunta, nella considerazione della Chiesa, dai seguaci di Francesco. E ancora, il manoscritto di Bonaventura da Bagnoregio, dove si narra la vita del Santo.

La missione riformatrice di Francesco investì in pieno la Chiesa, e se non finì sul rogo come eretico, lo si deve anche all’intelligenza di Papa Innocenzo III, che, ricevutolo in udienza a Roma, comprese la fondatezza della sua opera e approvò la Regola nel 1209. Opera che ebbe sensibili riflessi anche nel campo della divulgazione ai non cristiani della parola di Dio, che sino ad allora si era basata sulle argomentazioni cattedratiche della logica scolastica. Da uomo che sapeva capire gli umili, Francesco non ritenne che questi fossero gli strumenti adatti per convertire grandi masse di popolo. Tanto meno potevano esserlo le Crociate, con la loro natura bellica. Unico bagaglio del predicatore, doveva essere l’amore per Cristo e per il prossimo, quale estrema testimonianza di vita; con lo spirito del martire, Francesco era partito per l’Oriente (al tempo della Quinta Crociata), avendo ben chiara nella mente la necessità di rendere universale la parola di Dio, nell’attesa del compimento della salvezza dell’umanità per volere divino. C’è, nell’affrontare un viaggio su percorsi impervi e in direzione di popoli anche ostili, la profonda tranquillità della fede, quel grandioso senso d’infinito che permeava il Medioevo e che nel tempo ha cristallizzato il suo carattere leggendario. Desta meraviglia come, noncurante dei rapporti di forza fra Papato e Impero, fra questi e i potentati orientali, destando il risentimento di vescovi e ricchi mercanti cui va predicando un ideale di povertà, questo semplice uomo di Assisi abbia affrontato un viaggio impervio, nel solo nome della Fede, uno spirito evangelizzatore che poi trasmise a Giovanni da Pian del Carpine e Odorico da Pordenone, missionari in Mongolia e in Cina. Avventure della fede che si mischiano con i disegni politici anche del Papato, favorevole a un’alleanza con i Khan per combattere i Mamelucchi che stavano minacciando l’Europa Orientale. Questioni secolari a parte, la predicazione francescana in Oriente, aiutò non poco nella conoscenza di quelle lontane civiltà, prima che Marco Polo dettasse il suo Milione. Fra le opere che documentano questa epopea, un’epistola di Giovanni da Montecorvino, che fu il primo vescovo dell’antica Pechino, e la relazione del Beato Odorico, e una serie di croci nestoriane in bronzo, con motivi cristiani e buddhisti raffigurati insieme, che dimostrano il sincretismo raggiunto fra le due religioni, a dimostrare quanto il dialogo e l’amore per il prossimo siano importanti per ascoltare ed essere ascoltati.

La presenza francescana in Oriente era dovuta anche ai custodi di Terra Santa, in quello che dopo le Crociate fu per breve tempo il Regno Latino di Gerusalemme, un capitolo che rivive nelle sculture provenienti da luoghi sacri quali la Basilica di Nazareth, oppure archivi e musei gerosolimitani. La presenza francescana nei luoghi che videro la nascita del cristianesimo non si è spenta con le conquiste arabe, ma continua tuttora con fede e coraggio, considerando anche l’importante progetto in corso di realizzazione a Gerusalemme, ovvero quel Museo di Terra Santa dedicato alle radici della religione cristiana e alla conservazione dei Luoghi Santi, l’unico museo del genere al mondo.

A Firenze, è adesso possibile ammirare opere d’arte che ci parlano di un’opera ancora più grande, ovvero il messaggio di pace e concordia fra gli uomini di buona volontà, predicato da San Francesco otto secoli fa, e la cui eco continua a giungere a noi attraverso la dedizione dei suoi discepoli, che hanno scelto d’indossare il sobrio saio marrone, e farsi servitori degli ultimi. In una società materialista e votata al consumismo come la nostra, può essere utile riandare con il pensiero al messaggio lasciatoci da Francesco, fatto di semplicità, di rispetto per tutto il Creato, uomini o animali che siano, di abbandono alla parola di Dio.

La mostra ripercorre la storia del Santo e dei suoi seguaci fino alla prima metà del Quattrocento, appena prima che le soglie splendide e tristi insieme del Rinascimento, turbassero la commovente ingenuità della fede.

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