Giorno della Memoria, 4 ore di racconti e testimonianze

Al Cinema La Compagnia si è svolta stamani l’iniziativa che la Regione Toscana ha organizzato per la ricorrenza della liberazione del campo di sterminio di Auschwitz, nel 1945. Nardella: “Una statua per ricordare Bartali nella piazza a lui intitolata”. Da oggi dedicata al Campione la pista ciclabile di Grassina. Conti: "Noi crediamo fortemente nel valore del ricordo e della memoria, quale radice per costruire il futuro"


Le ragazze e i ragazzi non ci sono, con i loro occhi spersi, a volte sgomenti ma sempre attenti. O meglio: ci sono, ma collegati da remoto con i loro computer. Manca anche la presenza fisica dei testimoni, pure loro collegati da casa. Manca il treno che sarebbe dovuto partire per Auschwitz e Birkenau e che l’emergenza sanitaria non ha reso possibile. Appare tutto un po' strano in questo giorno della memoria. Ma il viaggio – nella storia e nella vita vissuta delle persone, di chi ha subito violenze e di chi è sopravvissuto – c’è stato anche stavolta, nonostante tutto.

Al Cinema La Compagnia si è svolta stamani l’iniziativa che la Regione Toscana ha organizzato per la ricorrenza della liberazione del campo di sterminio di Auschwitz, nel 1945. In undicimila hanno seguito in diretta le quattro ore di racconti e ricordi (cliccare per vedere il video), rimbalzando sulla pagina Vimeo del Cinema La Compagnia. Ma lo streaming può essere recuperato anche in differita e a meno di due ore dalla sua conclusione gli accessi erano già saliti ad oltre diciassettemila.

Il primo obiettivo, perché la memoria diventi davvero coscienza, è conoscere. Lo scriveva Primo Levi. Ma occorre evitare anche di farne solo un omaggio alle vittime, per dirla con le parole più recenti della scrittrice Elena Lowental. Da venti anni la Regione ricorda quello che è stato e lo sa bene. C’è il rischio di scadere nel cerimonialismo: invece è necessario sviluppare nei giovani il senso critico, vero vaccino di fronte ad una scheggia impazzita della storia che alla fine potrebbe anche ritornare.

Così anche stamani forte è stato il messaggio contro l’indifferenza, la maggiore alleata dei fondamentalismi che hanno generato le più grandi aberrazioni del genere umano: quell’indifferenza che ha aiutato anche la deportazione e persecuzione degli ebrei e di tanti altri 'diversi' e la più grande tragedia del Novecento.

Sul palco lo ripete il presidente della Toscana Eugenio Giani, che ricorda quanto importante sia vigilare ed intervenire prima che il virus dilaghi. Prima di arrivare sull'orlo del cratere che distrugge l’umanità e porta alla soppressione del diverso da te, chiunque sia. La deportazione nei campi di sterminio non inizia nel 1943. I prodromi, in Italia, furono le legge razziali del 1938, firmate dal re in mezzo ai boschi della tenuta di San Rossore a Pisa, perché era a caccia e non voleva perdere troppo tempo. Oggi sono le fakenews che dilagano sui siti e nei social. “Ricordare – dice Giani – non è solo guardare al passato ma proiettarsi sul futuro: un lavoro continuo e attento tutto l’anno”.

Lo ricorda Ugo Caffaz, testa ed anima fin dall’inizio, venti anni fa, del Treno della memoria toscano, il primo organizzato da una Regione. “La storia insegna ma non ha scolari” dice, citando Gramsci. Lo sottolinea l’assessore all’istruzione e alla cultura della memoria, Alessandra Nardini, che invita a raccogliere l’eredità dei testimoni e a non abbassare la guardia di fronte all’accondiscendenza verso rigurgiti nazisti e fascisti, contro chi nega ciò che è stato. Lo ricorda ancora il presidente del Consiglio regionale, Antonio Mazzeo, che ammonisce sul sentirsi ‘altro’ rispetto a ciò che accade e che vorrebbe che un treno della memoria partisse non ad anni alterni ma tutti gli anni. Lo ripetono, più volte, Camilla Brunelli e Luca Bravi del Museo della Deportazione e della Resistenza di Prato, conduttori dell’evento. Ma lo ripetono anche i ragazzi premiati, esempio di come, alla fine, questo modo di interpretare e passare il testimone della memoria alla fine paghi. Una memoria dove sono importanti le emozioni ma anche la conoscenza.

Il viaggio della memoria di stamani inizia in Toscana, dal monte che si affaccia sul mare che è Sant’Anna di Stazzema. Qui il 12 agosto 1944 i soldati tedeschi, guidati da fascisti della Versilia, uccisero 560 uomini, donne e bambini (394 le vittime identificati. A raccontare quello che è stato e quello che va tenuto a mente per il presente e per il futuro è Enrico Pieri, Aveva dieci anni allora e riuscì a sopravvivere, unico della famiglia. Oggi, da alcuni mesi commendatore all’Ordine al merito della Repubblica, ci ricorda l’importanza di sentirsi ed essere europei. “Quando emigrai in Svizzera capii che non si doveva e non si poteva più odiare” dice. Non vuol dire dimenticare: tutt’altro. Ogni anno Enrico racconta, instancabile, ai trentamila giovani in visita a Sant’Anna ciò che è successo. Le sue parole ci ricordano però come l'Europa nasca a Sant'Anna di Stazzema, a Marzabotto, nei campi di concentramento ed in ogni altro luogo dove guerra, odio e violenza hanno creato devastazione.

Da Buenos Aires in Argentina, all’altro capo del mondo, rimbalza la voce di Vera Vigevani Jarach, testimone di due tragedie del Novecento ed altrettanti crimini di Stato: la persecuzione contro gli ebrei di nazisti e fascisti (il nonno finito nel fumo di un camino ad Auschwitz, la sua famiglia discriminata delle leggi razziali) e poi, dopo essere fuggita in Argentina, la scomparsa della figlia ‘desaparecida’ nel 1976, vittima di un’altra dittatura. Ricorda, durante una delle sue partecipazioni al Treno della memoria toscano, i dialoghi con i ragazzi fino a notte tardi nel viaggio di ritorno: stanchi ma ancora desiderosi di capire e di conoscere. Ha fiducia nei giovani. E lo dice. Li invita a lottare per un mondo “migliore di quello che è stato e che ancora è”: perchè “non è detto che un’utopia non diventi realtà”. Da marzo dell'anno scorso la pandemia l’ha costretta a chiudersi nella sua casa argentina, ma questo non le ha impedito di collegarsi con tutto il mondo e continuare a portare, attraverso il web, il suo messaggio. Instancabile madre di Plaza de Mayo. “Da noi – annota – si ricorda tutto l’anno: è obbligatorio ricordare nelle scuole il dramma della dittatura che abbiamo avuto negli anni Settanta. La prima volta che ho partecipato in Italia al Giorno della memoria mi pareva curioso che il ricordo dovesse essere solo un giorno l’anno. Ogni volta però che sono stata in Toscana forte è stato l’abbraccio dei giovani”.

Dopo Vera è il momento di Kitty Braun, fiumana ‘adottata’ da Firenze all’indomani della Seconda guerra mondiale, deportata con la mamma ed il fratellino Roberto, ad appena nove anni, per cinque mesi a Ravensbruck, il lager delle donne, e poi Bergen Belsen, dove è morta anche Anna Frank. Piccola e già grande a raccontare fiabe ogni giorno agli altri bambini del campo. “Quando gli inglesi sono arrivati a liberarci avevo le gambe atrofizzate – spiega - . Eravamo stati costretti stipati nelle baracche, distesi sul pavimento con i ginocchi piegati. Ed eravamo tutti coperti di escrementi. Dei soldati vestiti di bianco e con le mascherine ricordo gli occhi increduli e pieni di orrore per ciò che nel campo avevano trovato”. Più che la fame, che pure c’è stata, rammenta il freddo patito, il materasso con cuscino del primo giorno dopo la liberazione, la morte del fratellino minato nel fisico dalla lunga detenzione e il ritorno a casa, dove si sono trovati davanti alla donna di servizio che li aveva denunciati e poi si era impossessata della loro abitazione.

Da Bruxelles, dove oggi vive, si collega Tatiana Bucci, con Andra una delle sorelline scambiate per gemelle e per questo sopravvissute alla selezione iniziale di Birkenau, ma scampate poi anche agli esperimenti di Mengele, quattro e sei anni quando finirono in quell’inferno. Ha le lacrime agli occhi e si confessa particolarmente scossa, emozionata e triste. “Sarà – dice - per il racconto di Kitty sulla morte del cugino Silvio, che mi ha ricordato quella di mio cugino Sergio. E’ triste pensare ad una madre che vede la morte del figlio come una liberazione: Silvio almeno è spirato però tra le sue braccia”. “O forse – prosegue – ad agitarmi è stata la notizia ascoltata stamani alla radio dei campi per i profughi, i diversi che oggi non siamo capaci di accettare, che ci sono in Bosnia e che sono praticamente campi di sterminio”.

Dalla California, dove vive con le figlie, la sorella minore Andra Bucci parla dei bambini.
“E’ preziosa la loro voce e va ascoltata – dice – Ogni volta che un bambino viene offeso è come se lo facessero a me”. “Pensate sempre con la vostra testa – ammonisce – e aiutate gli altri a farlo. Non rimante indifferenti. Aiutate chi vi è vicino ad andare avanti, dopo ogni caduta o sconfitta. Io lo sto facendo. Ieri mi sono vaccinata, perché voglio ancora parlare e raccontare”.

E i giovani rispondono. Lo fanno con la voce degli studenti dei quattro lavori scelti tra i dieci segnalati, capaci tutti di intrecciare passato e presente, la storia e le emozioni. Una cinquantina sono stati gli elaborati arrivati dalle scuole toscane, frutto del lavoro dei duecento insegnanti che quest’anno hanno partecipato ai corsi on line di preparazione al Giorno della memoria, lunghi tre mesi, organizzati dalla Regione. Tutti i lavori saranno presto pubblicati sul web, per poter essere condivisi. Ugualmente sarà per le lezioni del corso di preparazione.

Chiude la giornata la musica: note e parole di Enrico Fink, di Alexian Santino Spinelli e dell’Orchestra multietnica di Arezzo, non nuovi alle celebrazioni della memoria, sul palco per raccontare le culture dei ‘diversi’, in questo caso quella degli ebrei e dei rom che da secoli vivono nella penisola, ma anche per ricordare come la cultura italiana – e in fondo tutta la cultura – sia fatta di incontri tra diversità.

Invita a non abbassare mai la guardia l’assessora all’istruzione e alla cultura della memoria Alessandra Nardini: “coltivare la memoria – ricorda - è il vaccino più potente che abbiamo contro i pericolosi e squallidi rigurgiti nazifascisti a cui assistiamo nel mondo, in Europa, ed anche nel nostro Paese e in Toscana”.

Il sipario sull’iniziativa organizzata dalla Regione Toscana si è appena alzato: una diretta streaming dal Cinema La Compagnia di Firenze, il racconto dei testimoni sopravvissuti, le scuole collegate da remoto. Manca il contatto diretto, imposto dall’emergenza sanitaria. Manca il treno carico di cinquecento studentesse e studenti che proprio stamani, come ogni anno dispari, sarebbe dovuto arrivare a Oswiecim in Polonia. Sarebbe stata la dodicesima volta dal 2002. Ma la Toscana ha voluto comunque ricordare.

“Diritti che pensavamo acquisiti per sempre non lo sono più. Accade anche in Europa – sottolinea ancora l’assessora Nardini - E allora dobbiamo ripartire dalle nuove generazioni ed importantissimo è il lavoro fatto nelle scuole: perché si formino donne e uomini, cittadine e cittadini liberi e consapevoli, che abbiano memoria dell’orrore di ciò che è stato, della Shoah e delle persecuzioni di tutti coloro che erano considerati diversi, inferiori, scomodi"

“Conoscere affinché non possa più accadere” continua. Alcuni dei sopravvissuti a quell’orrore oggi non ci sono più. Non c’è più Maria Rudorf, non c’è più Vera Michelin Salomon, non c’è più Antonio Ceseri, non c’è più Marcello Martini: sono alcuni dei protagonisti dei treni della memoria toscani venuti meno negli ultimi anni.

“Tocca dunque a noi raccogliere ora l’eredità delle testimoni e dei testimoni – conclude Nardini - , affinché non attecchiscano i tanti, troppi, tentativi di negare la storia o di riscriverla. Questo non può essere accettato, Dopo la vergogna delle legge razziali, firmate qui in Toscana nel 1938, promuovere la cultura della Memoria significa prendere un impegno solenne: quello di essere costruttrici e costruttori di un futuro senza discriminazioni e senza violenze, dove ognuno abbia il diritto di essere ciò che è, senza essere discriminato per il colore della propria pelle, per la propria provenienza, fede, orientamento sessuale, abilità o idea politica. Mai più“.

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Lo speciale del Treno della memoria 2019:
racconti,
interviste,
le parole del viaggio,
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suggerimenti di lettura
e ebooks (sul viaggio del 2013 e del 2015)

COMUNE DI FIRENZE. Un flash mob dedicato a Gino Bartali “Giusto fra le nazioni”, la cerimonia ufficiale al Memoriale di Auschwitz e l’intitolazione al finanziere Vincenzo Giudice del largo tra via Valfonda e viale Strozzi. Sono questi gli eventi che questa mattina sono stati promossi a Firenze per celebrare il Giorno della Memoria e a cui ha partecipato il sindaco Dario Nardella. Presenti tra gli altri gli assessori alla Cultura della Memoria Alessandro Martini, alla Cultura Tommaso Sacchi, all’Educazione e Welfare Sara Funaro, allo Sport Cosimo Guccione, il presidente del consiglio comunale Luca Milani, la presidente del Quartiere 3 Serena Perini, la presidente della neocommissione speciale Segre per il contrasto dei fenomeni di intolleranza e razzismo, antisemitismo e istigazione all’odio e alla violenza Barbara Felleca.

Il flash mob organizzato dal Quartiere 3 e dalla sezione soci Coop Firenze Sud Est si è svolto nella piazza dedicata al campione di ciclismo per ribadire che la città non dimentica il suo impegno per gli ebrei e per il quale Bartali ha ricevuto il riconoscimento di Giusto tra le Nazioni da parte dello Stato di Israele. “Per non dimenticare abbiamo anche bisogno di testimoni della storia e Gino Bartali è uno di questi. Giù le mani da questo uomo straordinario, un simbolo non solo dello sport ma dell’umanità e a cui va il nostro ringraziamento per il suo impegno durante uno dei momenti più drammatico nella storia. Siamo orgogliosi di essere qui nella piazza che porta il suo nome e che presto vedrà la collocazione di una statua a lui dedicata”. L’opera, realizzata in gesso da Silvano Porcinai e già esposta al Mandela Forum durante i Mondiali di ciclismo del 2013, sarà fusa in bronzo con finanziamenti da sponsor (tra cui Unicoop che ha già dato la disponibilità) e raccolti con un crowdfunding.

Il sindaco Nardella ha poi allargato il ringraziamento anche agli altri testimoni della storia. Se ci fosse l’undicesimo comandamento sarebbe non dimenticare. È questo il messaggio di Primo Levi: questo è accaduto se non dimentichiamo potremo evitare che accada nuovamente”. “Celebrare la giornata della Memoria significa anche rinnovare un impegno perché i diritti umani siano rispettati in ogni paese – ha aggiunto il sindaco – : ci sono ancora condanne a morte, detenzioni ingiuste, persecuzioni a giornalisti e cittadini liberi. Tutto questo ci porta alla Shoah, a ciò che rappresenta la sopraffazione di un uomo su un altro uomo”.
Le celebrazioni si sono poi spostate nel vicino Memoriale di Auschwitz con la deposizione della corona e poi la cerimonia ufficiale, a porte chiuse (ma le riprese saranno disponibili sul canale YouTube del Comune di Firenze) alla presenza anche del prefetto Alessandra Guidi, del presidente della Regione Eugenio Giani, del presidente del consiglio regionale Antonio Mazzeo, dell’assessore regionale alla Cultura alla Memoria Alessandra Nardini, dei rappresentanti delle associazioni Aned (Associazione nazionale ex deportati), Anei (Associazione nazionale ex internati militari), Anvcg (Associazione nazionale vittime civili di guerra) e della Comunità ebraica. L’assessore Martini ha aperto gli interventi sottolineando che “l’impegno del far memoria per la nostra non si limita a un solo giorno, ma va avanti tutto l’anno. Lo abbiamo dimostrato con tante esperienze e iniziative e anche con due elementi concreti: la neo commissione Segre e il Memoriale dove ci troviamo oggi. Un luogo fisico, che ci consente di fare della memoria un fatto vivo, aperto a tutti e che deve diventare casa di tutti perché nessuno si trovi a vivere tragedie come quella della Shoa e dello sterminio”.

“Il Giorno della Memoria ci invita a riflettere sulle radici del male – ha esordito il sindaco Nardella - . Primo Levi ci ha lasciato un monito ‘meditate che questo è stato’. Parole che ci invitano a celebrare la memoria non solo con lo sguardo al passato ma anzi con l’impegno forte perché il passato non torni mai più. Non dimentichiamo i colpevoli, non solo gli esponenti dell’ideologia nazifascisti, ma anche i tanti testimoni silenti che, per usare le parole di Gramsci riportate nel Memoriale, si sono macchiati di indifferenza rendendo reso possibile anche in Italia le deportazioni e le leggi razziali. Non dimentichiamo i Giusti, tra cui Gino Bartali: semplici cittadini, diplomatici, funzionari che spinti dall’etica della responsabilità e dall’empatia hanno salvato tante vite e difeso la dignità umana. E non dimentichiamo i sopravvissuti, coloro che sanno, tra cui Liliana Segre, simbolo e testimone autentica del dolore e della lotta per la libertà. I sopravvissuti sono i custodi di questa verità storica dolorosa a cui va la nostra infinita gratitudine. Attraverso la loro testimonianza diretta i sopravvissuti ci hanno affidato un compito delicato e prezioso, quello di mantenere accesa la fiamma della candela che illumina questa tragedia, di dare in qualche modo la parola alle vittime, a coloro che ottant’anni fa non l’ebbero. Ed essere più vigili e di diventare sentinelle”.

L’assessore Sacchi ha infine ricordato come quest’anno le celebrazioni abbiano dovuto fare i conti con l’emergenza sanitaria. “Firenze e la Toscana hanno sempre onorato il Giorno della Memoria con iniziative partecipate come, per esempio, il treno della memoria che in questo 2021 da anni non ha potuto accompagnare gli studenti nella visita ai campi di sterminio. Ma questo non ci ha impedito comunque di portare avanti l’impegno della memoria. Nel Memoriale c’è una frase di Nedo Fiano, testimone diretto dell’orrore delle deportazioni e da poco scomparso, che mi sembra molto significativa: mi ero salvato la sapevo che la tragedia non sarebbe finita mai più. Per questo è importante continuare a raccontare”.

Ultimo appuntamento del programma è stato l’intitolazione al maresciallo maggiore della Guardia di Finanza Vincenzo Giudice dell’area tra via Valfonda e viale Strozzi. All’iniziativa, organizzata in collaborazione con la Guardia di Finanza, erano presenti il sindaco Nardella, l’assessore Martini e il Comandante generale della Guardia di Finanza Generale del Corpo di Armata Giuseppe Zafarana. Giudice, decorato con la medaglia d’oro al valor militare, era un sottufficiale originario di Eboli in servizio a Bergiola Foscalina di Carrara. Avvertito di una rappresaglia delle SS ai danni di civili offrì la propria vita per salvare i civili, che però non furono risparmiati nonostante il sacrificio del militare. “Non si poteva pensare a giornata migliore per intitolargli questo luogo della città - ha sottolineato il sindaco -. Con la sua testimonianza Giudice ha dimostrato quanto importante sia non lasciarsi andare all’indifferenza perché è proprio l’indifferenza che ha portato al massacro a cui hanno assistito le precedenti generazioni in Italia e in Europa”.

“Abbiamo così voluto testimoniare la riconoscenza e l’onore dovuti a un uomo che non si è voltato dall’altra parte - ha aggiunto l’assessore Martini -. Vincenzo Giudice è stato un uomo di parte perché ha scelto da che parte stare, sapendo il rischio che stava correndo e sapendo anche a che cosa andava incontro. Un uomo che dobbiamo ricordare, onorare e portare ad esempio, soprattutto alle nuove generazione e a tutti coloro che non hanno vissuto direttamente la tragedia della Seconda Guerra Mondiale, ma che hanno il dovere e la necessità di conoscere e sapere da che parte stare”.

COMUNE DI PISA. Questo l'intervento del sindaco di Pisa Michele Conti svolto durante il Consiglio Comunale straordinario dedicato al Giorno della Memoria 2021.

“Gentili presidente della Comunità ebraica, presidente della Provincia, Generale comandante della 46^ Brigata aerea e del presidio militare, ospiti di questo Consiglio Comunale, colleghi consiglieri,

La pandemia che da quasi un anno ormai stiamo vivendo e che ha provocato nelle nostre comunità lutti, dolore e tanta sofferenza fisica e materiale, ci impedisce di celebrare oggi in modo pieno il Giorno della Memoria. Una ricorrenza riconosciuta ufficialmente dall’Italia e solo in seguito anche dalla Organizzazione delle Nazioni Unite come Giornata Internazionale di commemorazione in memoria delle vittime dell’Olocausto.

Non ci è stato possibile organizzare un programma di iniziative e di appuntamenti come lo scorso anno né tantomeno coinvolgere le scuole cittadine che ebbero la possibilità di ascoltare dalla viva voce della signora Tatiana Bucci, la testimonianza di una superstite della Shoah. Cittadina onoraria di Pisa dal 2013 insieme a sua sorella, signora Andra.

Di quella mattina ricordo ancora il silenzio che accompagnò tutto il suo intervento. Eppure ad assistere all’incontro al palazzo dei congressi c’erano mille studenti delle scuole pisane, dalle secondarie di primo grado alle secondarie superiori, compresa una classe di quinta elementare.

Quel silenzio fu il miglior riconoscimento al valore delle parole della signora Tatiana. Sappiamo quanto, oggi, i ragazzi siano distratti da tante cose e quanto poco si facciano conquistare dai racconti degli adulti. Ma quella mattina tutti rimasero ad ascoltare, commossi, quelle parole di verità su quanto di inumano, indicibile e drammatico era accaduto, 80 anni prima, anche a tanti loro coetanei, che avevano l’unico torto di essere ebrei.

Sono sicuro che per quei nostri ragazzi, adulti di domani, aver ascoltato in silenzio e con commozione quelle parole e quei racconti servirà per la loro formazione di donne e uomini e per il loro diventare cittadini maturi e consapevoli che la liberà e l’umanità di ogni uomo e donna sono valori inviolabili e non negoziabili.

Il valore di questa Giornata deve essere proprio in questo momento di passaggio di testimonianza, verso le nuove generazioni, affinché l’insegnamento di quella generazione non vada perduto e componga la coscienza civica di ognuno.

Quest’anno purtroppo non è stato possibile ma contiamo di proseguire in questa strada intrapresa insieme alla Comunità Ebraica Pisana e a tutte le istituzioni cittadine.

Noi crediamo fortemente nel valore del ricordo e della memoria, quale radice per costruire il futuro. Senza consapevolezza di quello che è stato nessuna comunità, città o Nazione, può ambire ad avere un futuro. Anche per questo, la nostra Amministrazione ha dedicato e dedicherà molta attenzione al tema della MEMORIA. Pisa deve conoscere e riscoprire se stessa, la propria identità, impastata di arte, cultura ma anche di una storia che è fatta di luci e di ombre. Da quando ci siamo insediati abbiamo puntato molto a rimettere in fila gli appuntamenti che ne segnano quel calendario civico che è unico e deve essere sempre più condiviso per evitare di diventare una Città bella ma senza anima.

E il 27 gennaio è, per noi tutti, una giornata fondamentale su cui ricostruire la nostra identità, a partire dalla riflessione che proprio a Pisa, come sappiamo, vennero firmate dal Re Vittorio Emanuele III le legge razziali. E che permisero la vergogna delle discriminazioni di migliaia di nostri concittadini, studenti, lavoratori, docenti, espulsi dai luoghi di lavoro pubblici, dagli atenei, dalle scuole. E che, infine subirono le deportazioni, i lutti, i dolori.

Proprio per non dimenticare il 10 dicembre 2019, il Consiglio Comunale - all’unanimità - votò la cittadinanza onoraria alla senatrice Liliana Segre per il contributo “da lei fornito per tramandare alle future generazioni la memoria dell’olocausto. E mi congratulo che proprio in questa giornata il nostro Ateneo abbia annunciato il conferimento alla signora Segre della Laurea honoris causa in Scienze per la Pace.

Così come, la settimana scorsa, la Giunta Comunale ha deciso di intitolare a Anna Frank uno spazio pubblico, una rotatoria che presto verrà inaugurata con un cerimonia, vicino all’ingresso del Parco di San Rossore, dove fisicamente vennero firmate le leggi razziali. Ci è sembrato un riferimento doveroso, che ancora non era stato fatto ma che troviamo pieno di significato.

Oggi, le istituzioni insieme alle comunità, al mondo della cultura, dell’associazionismo, ai semplici cittadini, hanno il dovere di proseguire questa difficile opera di sconfiggere l’ignoranza di quello che è stato per evitare che non si ripeta mai più e che sia per ognuno di noi l’occasione per rinnovare l’impegno a contribuire alla costruzione di un mondo più giusto, fondato sui principi di libertà e democrazia”.

BAGNO A RIPOLI. Porta da oggi il nome di Gino Bartali, campione delle due ruote e “Giusto tra la Nazioni”, la pista ciclabile di Grassina, nel comune di Bagno a Ripoli. L’intitolazione, voluta dall’amministrazione comunale per ricordare, oltre ai meriti sportivi, l’impegno umanitario di Bartali in favore degli ebrei durante gli anni del nazifascismo, si è svolta stamani, in occasione del Giorno della Memoria, a 76 anni anni dalla liberazione di Auschwitz. 

A svelare la targa con inciso il nome del campione nato nel 1914 a Ponte a Ema, allora territorio ripolese, accanto al sindaco Francesco Casini e all’assessore allo sport Enrico Minelli, erano presenti la nipote di Bartali, Lisa, il rabbino Joseph Levi, i rappresentanti di Anpi Bagno a Ripoli, Aned Firenze e dell’associazione “Per non dimenticare – Do not forget” Onlus. In rappresentanza del Consiglio comunale, presente inoltre il presidente Francesco Conti.
Presente con il presidente Maurizio Bresci l’associazione “Amici del Museo del Ciclismo Gino Bartali”, che ha messo a disposizione della cerimonia la storica bicicletta, la maglia originale di Bartali e il documento con cui lo Yad Vashem ha riconosciuto Bartali “Giusto tra le Nazioni”. Presenti inoltre il Comitato unitario di Ponte a Ema, la S.S. Aquila di Ponte a Ema, la Ciclostorica Certosina del Galluzzo, la Ciclostorica Lastrense, con delegazioni di bici storiche. Presente inoltre il neopresidente di Federciclismo Toscana Saverio Metti. La cerimonia è stata accompagnata dalle note del musicista Niccolò Innocenti. Presente anche il parroco di Ponte a Ema, don Antonio Cigna.

La pista ciclabile di Grassina, una volta completata, si estenderà verso Ponte a Ema, luogo di nascita del grande campione delle ruote.
“Il bene si fa ma non si dice, diceva Gino Bartali – ha ricordato il sindaco Casini -. Ed infatti abbiamo dovuto aspettare fino al 2010 per conoscere, oltre alle vittorie sportive, un’altra storia di Bartali. Quella del campione che negli anni più bui del nazifascismo salva molti ebrei dai campi di sterminio nascondendo documenti falsi nel telaio della bicicletta. Quella del giovane uomo che fa rifugiare una famiglia di ebrei nella propria cantina. Non vogliamo inserirci in una diatriba tra storici. Ma per rendere omaggio a un nostro concittadino, campione nello sport e anche nella vita. Il riconoscimento di 'Giusto tra le Nazioni' ricevuto da Bartali è basato su testimonianze e documenti che sono stati ritenuti solidi dallo Yad Vashem, la massima autorità in materia. Da qui l’intitolazione di questa pista ciclabile a Gino, nel Giorno della Memoria: questo è un luogo vivo, frequentato da moltissimi giovani, e vorremmo che proprio per loro Bartali continuasse a vivere come un esempio da seguire. Al nostro concittadino, al campione delle due ruote, al Giusto che salvò gli ebrei, oggi Bagno a Ripoli dice: grazie di cuore, Gino”.
“Un grande nonno per me, un grande toscano e una persona straordinaria. Questo era Gino Bartali, una persona di una sensibilità e di una bontà straordinaria: era nella sua filosofia di vita fare del bene. Lo ha sempre fatto nel piccolo, aiutando la sua comunità, aiutando i suoi compaesani, la parrocchia, le scuole. E lo ha dimostrato anche in grande durante la seconda guerra mondiale, mettendo a rischio la propria vita e quella della sua famiglia per salvare centinaia di altre vite e centinaia di ebrei. Un grande esempio di umanità per tutti da rispettare e da portare avanti. Noi familiari siamo orgogliosi di questo riconoscimento, e continueremo a portare avanti la memoria di questo grande nonno, questo grande italiano, con tanta dedizione e tanto orgoglio”, ha dichiarato Lisa Bartali, nipote del campione.
“Gino Bartali è stato un grande personaggio, ha salvato tante vite negli anni bui del nazifascismo. Il suo ricordo sarà di insegnamento per le nuove generazioni: lo sport può essere messo al servizio dell’umanità e intervenire salvando vite umane. Gino Bartali infatti ha unito i valori dello sport e quelli dell’umanità, del rispetto dell’altro, dell’aiuto a chi soffre. Nel suo ricordo dobbiamo lottare contro le discriminazioni ancora oggi, giorno dopo giorno, anno dopo anno”, ha dichiarato il rabbino Joseph Levi.

Redazione Nove da Firenze