Un pezzo dell’Università di Firenze a Stromboli


STROMBOLI- Occupano l’immobile più alto dell’isola. E’ una casa in affitto dalla Marina militare che la costruì decenni fa come posto di avvistamento. Un bell’edificio bianco abitato in questo periodo da quattro ricercatori del Dipartimento di Scienze della Terra di Firenze che partecipano al monitoraggio dell'Emergenza Stromboli coordinato dalla Protezione Civile. Si tratta del naturale proseguimento delle campagne di ricerca annuali che il Dipartimento dell’ateneo fiorentino organizza sull’isola dagli anni ottanta per iniziativa del dottor Maurizio Ripete, in pratica un osservatorio permanente sull’attività del vulcano.
In seguito alla violenta esplosione del 30 dicembre dello scorso anno, sul pendio nord-occidentale dell'isola (la Sciara del Fuoco) si è verificata una grande frana che ha causato la formazione di un'onda anomala. L'onda ha prodotto danni ingenti alle zone costiere e si è propagata anche alle altre isole dell'arcipelago delle Eolie, raggiungendo persino la costa siciliana. L'evento era stato preceduto da una fase di intensificazione dell'attività esplosiva del vulcano e dall'apertura di una frattura eruttiva alla base del cratere sulla sommità della Sciara.
“Dichiarato lo stato di emergenza, la Protezione Civile ha attivato azioni di studio –spiega a NOVE Andrea Fiaschi, collaboratore del Dipartimento- I ricercatori dell'Università di Firenze sono impegnati in particolare, attraverso una rete sismo-acustica, nel monitoraggio in tempo reale dell'attività del vulcano e dei movimenti di frana. La rete consiste in un sistema innovativo: una stazione radar è stata realizzata sul fianco della Sciara, a 400 metri sul livello del mare. Il sistema è operativo dal 20 febbraio e fornisce, ogni 12 minuti, un'immagine della frana che permette di derivare con precisione millimetrica il campo degli spostamenti della superficie del terreno su tutta l'area. Vicino alle bocche abbiamo poi una rete permanente di otto postazioni che produce un modello d’analisi incrociando dati termici, sismici e infrasonici, per dedurne ipotesi sullo stato del vulcano e sulla sua capacità di emettere gas e materiali”.
Il Dipartimento di Scienze della Terra dell'Università di Firenze è stato riconosciuto dal CENSIS come centro di eccellenza nazionale per la ricerca. E’ attualmente composto da 50 unità di personale accademico permanente, una ventina di personale tecnico-amministrativo e circa 130 assistenti di ricerca non strutturati (dottorandi, borsisti, assegnisti, contrattisti, frequentatori). Le attività del Dipartimento si svolgono in stretto collegamento con altre strutture di Ateneo e con il CNR (Istituto di Geoscienze e Georisorse). I ricercatori del Dipartimento sono impegnati in numerosi altri progetti in diverse aree del mondo, con una lunga tradizione nel Bacino del Mediterraneo, in Africa orientale ed in America latina.

Dagli abissi del Tirreno il cono dello Stromboli
L'isola di Stromboli, anticamente chiamata Strongyle (la rotonda), è la più orientale delle isole Eolie, a una distanza di circa 20 miglia marine da Lipari. La sua superficie e di 13 kmq, ed è nella totalità occupata dal grande vulcano che emerge dal mare per 900 metri e che sprofonda nelle acque per altri 1.200. Il vulcano di Stromboli è l'unico in Europa e uno dei quattro al mondo ad essere sempre attivo da almeno 2.000 anni, tanto che nell’antichità era chiamato il "Faro del Tirreno" per le sue manifestazioni eruttive che si potevano scorgere da enormi distanze.
Sulle falde orientali, spiccano le chiese e le casette bianche del paese. Attorno si allineano siepi di fichi d'India, che segnano spesso il limite delle proprietà. Vi crescono ulivi e vigneti, intersecati da filari di bouganville, roveti e ginestre, in un mare di canne, erbe e fiori selvatici. Qua e là piante di capperi che, nella stagione estiva, si ornano di fiori candidi e cicale. Diverse specie di uccelli nidificano sull’isola e non è raro avvistare Corvo Imperiale, Upupa, o Falco Pellegrino.
Costeggiando l'isola, a circa un chilometro, ecco lo scoglio di Strombolicchio, che terminava con guglie poi spianate per costruirvi un faro che si raggiunge con una lunga scala. Intorno fondali ricchi di corallo e attinie.
Dall’altra parte, la frazione di Ginostra si può raggiungere solo con una barca, perché lo scalo Pertuso, nascosto tra gli scogli e del tutto naturale accoglie al suo interno non più di dieci imbarcazioni. Dal porticciolo, salendo ripidi gradini, si accede alla zona abitata. Vi si cammina solo a piedi e gli oggetti vengono portati a dorso di somaro (‘u sceccu) e come nell'antichità la luce è ancora oggi affidata ai lumi a petrolio, mentre i frigoriferi funzionano a gas. Solo alcuni residenti hanno la luce elettrica, ma è a 24 volt grazie ai pannelli solari.

Un tempo i velieri strombolani solcavano tutto il Mediterraneo
Espressione del benessere strombolano nella seconda metà dell'Ottocento sono la chiesa di Ginostra, quella di S. Vincenzo, tra Ficogrande e Scari, e quella di S. Bartolomeo nel quartiere omonimo. Ma l’attività marittima fu messa in crisi dalle navi a vapore e la ferrovia tra Reggio Calabria e Napoli. Un forte calo demografico si verificò attorno agli anni trenta del secolo scorso. La popolazione dell'isola, circa 9.000 persone, crollò quando alla congiuntura economica si aggiunsero, nel 1930, l’eruzione e il maremoto che provocarono 6 morti, convincendo moltissimi isolani ad emigrare verso gli Stati Uniti, l'Argentina e l'Australia, dove ancora oggi si segnalano comunità eoliane.
Nel 1949 il regista Roberto Rossellini girava il film "Stromboli terra di Dio" con Ingrid Bergman, mentre “Vulcano” aveva per protagonista Anna Magnani. E’ anche grazie al cinema che negli anni '50 cominciò a svilupparsi l'attività turistica e molte delle case, distrutte dall'ultima eruzione, vennero ristrutturate. Oggi la popolazione residente è di circa 400 persone e sull'isola ci sono servizi essenziali come guardia medica, scuole, poste, negozi, ristoranti, ma le strade continuano ad essere senza illuminazione.

La grande paura
Lo Stromboli è entrato in una fase eruttiva del tutto particolare il 28 dicembre 2002, con sviluppo di colate laviche lungo la Sciara del Fuoco e fenomeni franosi di grandi proporzioni. Il 30 dicembre, mentre gli abitanti pranzavano, si è staccata una frana di 16 milioni di metri cubi di materiale: la parte sommersa della frana (8 milioni di metri cubi) ha generato il maremoto che ha colpito le coste dell'isola. Almeno sei abitanti sono rimasti feriti dall'onda anomala. Il mare, secondo un testimone, si è alzato di venti metri: "Ho sentito un boato, seguito da un rumore assordante provocato dall'acqua –racconta a NOVE Pino Casiero, ex consigliere di Circoscrizione- Sono uscito dalla mia casa e ho guardato istintivamente la montagna, poi mi sono girato e ho visto il mare che si stava ritirando di circa cento metri. Dopo pochi secondi un'onda gigantesca ha spazzato via tutte le barche. Il fenomeno si è ripetuto almeno per cinque volte. Poi il mare si è acquietato. Io e gli altri abitanti ci siamo ritrovati in piazza: eravamo tutti senza fiato".
Dopo la frana l'attività eruttiva si è concentrata da una bocca a quota 500 metri. L'apertura della bocca effusiva a quota relativamente bassa ha prodotto un abbassamento della lava nei condotti con conseguente sprofondamento dei crateri e immediata cessazione dell'attività stromboliana.
Il 5 aprile, mentre era ancora in corso l'emissione di lava, si è verificata un’esplosione ai crateri centrali, come non si registrava da almeno 50 anni. Brandelli di magma e blocchi espulsi sono ricaduti nella parte alta della montagna a quote superiori a 400 metri; ma alcuni blocchi sono precipitati anche a quote basse sul versante sud-occidentale, colpendo un paio di case nella frazione di Ginostra. "Stavamo facendo il solito giro per monitorare l'attività dello Stromboli –raccontano i ricercatori dell'Istituto nazionale di geofisica e vulcanologia- quando abbiamo visto dal cratere di nord-est emergere cenere rossa. All'improvviso c'è stata un’esplosione con l'emissione di magma fresco ed un violento spostamento d'aria che ha sbattuto l’ elicottero. Dal cratere si è alzato un fungo di fumo e cenere nera alto oltre 1.500 metri. Abbiamo visto detriti cadere dappertutto mentre si sollevavano nubi bianche di vapore acqueo". Dopo una replica di intensità minore, il 10 aprile, il vulcano ha proseguito senza particolari cambiamenti l'emissione di lava. Successivamente il campo lavico è apparso in evoluzione con apertura e chiusura di varie bocche e sviluppo di colate sul versante della Sciara. L'attività effusiva è cessata dal 21 luglio, mentre l'attività esplosiva è via via incrementata.
Adesso il vulcano si manifesta con esplosioni stromboliane dai crateri, con fontane di lava e lancio di scorie e blocchi al di sopra dell'orlo craterico, che talora ricadono sul pianoro di quota 600 m. Continuano i movimenti franosi lungo la Sciara del Fuoco, che coinvolgono la porzione più superficiale del versante, provocando il rotolamento di massi che giungono fino al mare. Il sistema di monitoraggio indica che, a partire dalla fine dell'efflusso lavico, si è registrato un progressivo rallentamento dei movimenti del versante. Le osservazioni visive fanno ipotizzare che il sistema stia gradualmente recuperando lo stato di equilibrio.
Chi è interessato alla natura vulcanica dell'isola, si può recare con una passeggiata di 15 minuti a Punta la Bronzo dove si trova l'Osservatorio e da dove si può assistere a tutti i fenomeni vulcanici dello Stromboli: la Sciara del Fuoco, le esplosioni vulcaniche con getto di lapilli incandescenti fino a grandi altezze e che illuminano il cielo notturno di rosso. Per motivi di sicurezza persistono le limitazioni di accesso al vulcano, per le quali non è consentito oltrepassare la quota di 290 m s.l.m., o di 400 metri qualora accompagnati dalle guide autorizzate, mentre il limite di interdizione alla navigazione nelle acque antistanti la Sciara del Fuoco, è stato portato a 400 metri dalla linea di riva.
Per maggiori informazioni e per prenotare le escursioni a quota 400: info@magmatrek.it

Un problema di vivibilità: il caso Ginostra
Il sindaco di Lipari (che fa comune con le isole minori) Mariano Bruno chiede da tempo alla Regione di sbloccare un finanziamenti da 26 milioni di euro per mettere in sicurezza i porti. Da più di dieci anni esiste un progetto di costruzione di un porticciolo per traghetti a Ginostra, mentre un progetto alternativo prevede la costruzione di un porto più grande e di una strada lunga un chilometro e mezzo. La mancanza di un pontile per l’attracco di mezzi di linea costringe chi vuole arrivare a Ginostra ad affrontare il trasbordo fra la nave e una piccola imbarcazione e comporta periodi di totale isolamento quando le condizioni meteorologiche sono sfavorevoli. Il progetto del nuovo porto è però avversato da un gruppo di residenti di Ginostra sensibili alla conservazione ambientale. Tra le principali motivazioni vi è il rischio frana. Come soluzione alternativa si propone l’uso di elicotteri, che possono giungere in minor tempo dalla Sicilia, evitando le conseguenze delle onde anomale.
La Comunità di Ginostra conta 40 residenti di cui solo 20 nel periodo invernale, a causa di problemi che si trascinano da decenni. La frazione, per le sue caratteristiche è diventata un bene monumentale da tutelare e conservare: riserva naturale nella fascia extraurbana, vincolata integralmente dal Piano paesistico delle Isole Eolie con l’obiettivo di diventare riserva marina protetta, patrimonio mondiale dell’UNESCO.
In paese ci sono i servizi essenziali: medico di guardia, alimentari, tabacchi e telefono pubblico e in estate aprono due bar, due ristoranti e due negozi. Ma Ginostra è "un’isola nell’isola" in quanto per la particolare natura dei luoghi sono impossibili collegamenti via terra con il capoluogo. E una nuova difficoltà viene causata delle direttive comunitarie sull'igiene e il trasporto dei prodotti alimentari.
Altra problematica quella legata alla mancanza di elettricità. Se da un lato Ginostra è ancora in attesa di una centralina fotovoltaica, programmata dall’Enel nell’ambito di un progetto di sperimentazione per l’utilizzo di fonti alternative, dall’altro si consente il proliferare di inquinanti gruppi elettrogeni (di cui uno per far funzionare le pompe dell’acquedotto ed un altro per consentire l’illuminazione notturna della pista eliportuale). Altri rischi sono generati dalla presenza nelle abitazioni di bombole di gas (per cucina, frigo, lampada, stufetta, scaldabagno).
“La tutela dell’ambiente è anche tutela delle persone, delle loro tradizioni, della loro cultura;-spiega a NOVE Mario Pruiti, guida vulcanologia, uno dei pochi residenti - i principi fondamentali sanciti dalla Carta costituzionale di fronte ai problemi irrisolti si riducono a mere enunciazioni. La violazione di diritti inalienabili della persona convive, nel periodo estivo, con il paradosso dell’arrivo di barconi turistici che sbarcano centinaia di persone al giorno a Ginostra, come a Stromboli. Il risultato è che il posto è invivibile, così da indurre i residui in via d’estinzione ad abbandonare il campo… magari a disegni speculativi”.
Nel corso degli anni si è "stratificata" una "bibliografia" di lamentele, appelli, interpellanze parlamentari (anche a Bruxelles) e denunce da parte degli abitanti, del Comitato dei ginostresi, della Sezione Ginostra-Stromboli di Marevivo, di Legambiente-Sicilia, della Società Italiana di Geologia Ambientale e della Fondazione "L'Altra Sicilia", mentre secondo i geologi si deve dissuadere e non favorire con nuove costruzioni la residenza di persone immediatamente al di sotto dei vulcani attivi.

Un futuro per Struognoli
La chiamano così, in dialetto, la loro isola. I pochi abitanti la adorano e la temono allo stesso tempo. Eppure alla Protezione civile assicurano che non vi è pericolo incombente. Il disequilibrio prodottosi con gli ultimi eventi sta regredendo. Non si segnalano volumi preoccupanti e comunque la strumentazione presente sull’isola mette Stromboli all’avanguardia mondiale. In particolare un sistema di rilevazione batimetrico (ondametro) consente di preavvisare di alcuni minuti l’arrivo di un eventuale maremoto.
Il fatto è che l’onda anomala del dicembre 2002 non è una novità nella storia del vulcano. E’ forse per questo che i due paesi si trovano in alto e sulla fascia costiera non si era mai costruito sino agli anni ’70. Ma di generazione in generazione si tende a perdere la memoria del passato, persino il ricordo dell’eruzione del settembre 1930, quando una colata piroclastica arrivò a lambire il paese, mietendo sei vittime.
Lo Stromboli fa parte di un sistema vulcanico che comprende altri coni sottomarini intorno all’arcipelago, in un’area geologica particolare che va dal Vesuvio all’Etna, segnata ad esempio dal terremoto di Messina del 1908. La gente del posto insomma dovrebbe essere abituata a convivere con il vulcano.
E poi il cratere può trasformarsi in una grande risorsa. E’ ancora lontano il giorno in cui l’uomo saprà sfruttare l’energia termica liberata dall’attività vulcanica. Eppure a Stromboli ci sono sorgenti di acqua calda. Si parla della possibilità di sfruttarle per il turismo termale, un fenomeno in ascesa ovunque, e che qui potrebbe aiutare a elevare la qualità ricettiva e a ridurre la “colata lavica” di turisti mordi e fuggi, che in estate sbarcano a migliaia ogni giorno dai battelli di noleggiatori eoliani, se non addirittura continentali.
La gente dell’isola pare combattuta tra la poesia di un luogo incontaminato e i conforti della società dei consumi. E sovrastata dal grande mistero fumante dello Stromboli. Il cimitero del paese si trova in alto, su una collina. Le croci si dispongono ad anfiteatro, tutte rivolte al quel bel mare blu intorno a Strombolicchio. Sembra quasi che i morti abbiano voluto lasciarsi il vulcano alle spalle e, nelle giornate di sole, guardino lontano. I vivi, forse, non hanno ancora deciso.

Nicola Novelli

Redazione Nove da Firenze