Criminalità Agroalimentare: la mappa delle province nel rapporto di Coldiretti

La carne che mangiamo: quale, come, quando e perché. Allarme FAO: 20 razze a rischio estinzione in Toscana


170 immobili confiscati e 28 aziende sequestrate in Toscana alla criminalità organizzata. Pistoia e Grosseto, rispettivamente al 39 e 50 posto, sono in cima alla classifica dei territori toscani dove l’intensità dell’associazionismo criminale è più elevata seguite da Prato al 57°, Arezzo al 58°, Livorno al 64°, Firenze al 70°, Pisa al 73° e Lucca al 78° che si trovanonella fascia “medio bassa”. Massa Carrara, 82°, e Siena, 83°, si trovano invece molto distaccate nella specialista dell’intensità della diffusione criminale. E’ quanto emerge dall’Indice di Organizzazione Criminale elaborato dall’Eurospes nell’ambito del quarto Rapporto Agromafie con Coldiretti ed Osservatorio sulla criminalità in agricoltura e sul sistema agroalimentare che si fonda su 29 indicatori specifici e rappresenta la diffusione e l’intensità, in una data provincia, del fenomeno dell’associazionismo criminale, in considerazione delle caratteristiche intrinseche alla provincia stessa e di conseguenza sia di eventi criminali denunciati sia di fattori economici e sociali. Il rapporto è stato presentato mercoledì 17 febbraio a Roma: al suo interno sono stati diffusi anche i dati a livello regionale.

Secondo Coldiretti l’associazione a delinque di stampo mafioso e camorristico, concorso in associazione mafiosa, truffa estorsione, riciclaggio (money dirtying), illecita concorrenza sono le tipologie di illeciti riscontrate con più frequenza da parte delle organizzazioni criminali operanti nel settore agroalimentari con il business delle agromafie che superato i 16 miliardi di euro nel 2016. Per raggiungere il loro obiettivo i clan e le associazioni criminaliorganizzate ricorrono ad ogni forma possibile di reato, dall’usura al racket estorsivo, dall’abigeato alle macellazioni clandestine ai furti fino alla lievitazione dei prezzi di frutta e verdura fino a 4 volte nella filiera che va da produttore al consumatore fino alle infiltrazione nel settore del trasporti e della logistica. In cima alla black list dei settori più colpiti dalle frodi salgono la ristorazione, la carne e le farine, pane e pasta (il dato è riferito al valore dei sequestri effettuati dai Nas nel 2015). Dei 170 immobili confiscati al 30 settembre che proiettano la Toscana al dodicesimo posto (1%), 40 immobili destinati, 128 in gestione totale e 2 usciti dalla gestione. Per quanto riguarda le aziende si contano 40 beni destinati, 16 in gestione e 11 usciti dalla gestione. “La criminalità organizzata che opera nelle campagne – spiega Tulio Marcelli, Presidente Coldiretti Toscana - incide più a fondo nei beni e nella libertà delle persone, perché a differenza della criminalità urbana, può contare su un tessuto sociale e su condizioni di isolamento degli operatori e di mancanza di presidi di polizia immediatamente raggiungibili ed attivabili. Si tratta dunque di lavorare per il superamento della situazione di solitudine invertendo la tendenza allo smantellamento dei presidi e delle forze di sicurezza presenti sul territorio, ma anche incentivando il ruolo delle associazioni di rappresentanza attraverso il confronto e la concertazione con la Pubblica amministrazione, perché la mancanza di dialogo costituisce un indubbio fattore critico nell'azione di repressione della criminalità”.

La mappa toscana secondo l’indice di organizzazione criminale (IOC)

  1. Pistoia (35,1),
  2. Grosseto (26,9),
  3. Prato (24),
  4. Arezzo (23,9),
  5. Livorno (20,2),
  6. Firenze (18,9),
  7. Pisa (17,1),
  8. Lucca (14,3),
  9. Massa Carrara (12,5),
  10. Siena (12,1).

Venerdì 19 febbraio il Centro Ricerca Nutrafood dell’Università di Pisa organizza il convegno “La carne che mangiamo: quale, come, quando e perché” che si svolge al dipartimento di Scienze Agrarie, Alimentari e Agro-ambientali in via del Borghetto 80. L'obiettivo dell’incontro è di promuovere il dibattito sulle evidenze scientifiche che hanno portato l’Organizzazione Mondiale della Sanità, attraverso l’Agenzia Internazionale per la Ricerca sul Cancro (IARC), a classificare la carne rossa come probabile cancerogeno e la carne trasformata come cancerogena per gli esseri umani. “La correlazione tra il consumo di alcuni tipi di carne e cancro – ha spiegato la professoressa Manuela Giovannetti, direttore del Centro Nutrafood - era stata suggerita da numerosi studi portati avanti dagli scienziati ma il parere emesso dallo IARC e l’uso che ne hanno fatto i mass media hanno alimentato paure e dubbi nella popolazione, che gli scienziati hanno l’obbligo di chiarire”. Le domande alle quali è dunque necessario dare una risposta riguardano soprattutto la qualità e la quantità di carni che finiscono sulle nostre tavole, i rischi per la salute che possono derivare dagli eccessi o dalla mancanza di carne, i benefici che provengono da un consumo adeguato e, infine, in quali momenti della vita è particolarmente importante il consumo di carne. Tutto questo si traduce nella necessità di condurre studi di “risk assessment”, allo scopo di bilanciare i rischi e i benefici del consumo di carne rossa e lavorata e di fornire le migliori linee guida per una dieta sana, una sfida che gli scienziati del Centro Nutrafood - medici, nutrizionisti, zootecnici, agronomi, veterinari, farmacologi, biologi, microbiologi, genetisti - sono pronti ad accogliere.

In Toscana sono venti le razze animali a rischio estinzioni tra mucche, pecore, capre, cavalli e maiali. E’ quanto emerge da un’analisi di Coldiretti Toscana sulla base dei dati forniti dall’Associazione Regionale Allevatori in merito all’allarme lanciato dalla Fao secondo cui il 17% delle razze nel mondo rischia di scomparire, per sempre, mentre un altro 60% è in stato di rischio sconosciuto per mancanza di dati sulla dimensione e la struttura della popolazione. Nonostante la Toscana sia leader nazionale nell’allevamento di alcune razze da carne tra le più importanti ed apprezzate, come la Limousine e la Chianina, e sia la patria mondiale della bistecca alla fiorentina, la situazione è molto fragile per una ventina di razze di animali che combattono, ogni anno, contro l’estinzione. Grazie all’impegno e al lavoro egli allevatori per garantire una straordinaria biodiversità e le risorse messe in campo dal Piano di Sviluppo Rurale per favorire la crescita della popolazione nella nostra regione di alcune particolari razze che appartengono alla nostra storia e tradizione zootecnica, la Toscana degli allevatori sta lavorando per salvare 6 razze di bovini, 6 di ovini, 2 di caprino, 1 di suino, 4 di cavalli ed 1 di avicoli.Un’azione di recupero importante si deve ai nuovi sbocchi commerciali creati dai mercati degli agricoltori e dalle fattorie di Campagna Amica attivi in tutta la regione e che hanno offerto opportunità economiche agli allevatori e ai coltivatori di varietà e razze a rischio di estinzione che altrimenti non sarebbero mai sopravvissute alle regole delle moderne forme di distribuzione. Si stima che - continua Coldiretti - almeno 200 varietà vegetali definite minori, tra frutta, verdura, legumi, erbe selvatiche e prodotti ottenuti da diverse razze di bovini, maiali, pecore e capre allevati su scala ridotta trovino sbocco nell’attuale rete di mercati e delle Botteghe degli agricoltori di Campagna Amica che possono contare su circa diecimila punti vendita. “E’ questo il risultato del lavoro di intere generazioni di agricoltori impegnati a difendere nel tempo - spiega Tulio Marcelli, Presidente Coldiretti Toscana - la biodiversità sul territorio e le tradizioni alimentari. Si tratta di un bene comune per l’intera collettività e di patrimonio anche culturale sul quale la nostra regione ed il nostro paese devono poter contare per ripartire”. E’ il caso, tra i bovini “salvati”, della Maremmana oggi uscita dalla fase acuta dell’emergenza, un risultato che ha permesso alla Toscana di guadagnare una brillante seconda posizione nella graduatoria nazionale: con 2.221 (dodici mesi prima erano 1976) capi iscritti al libro genealogico. Il Granducato sta un passo appena alle spalle del Lazio e vanta ben 74 allevamenti. In crescita anche i capi di Pontremolese che, pur nei piccoli numeri, ha visto i capi aumentare di sedici unità (da 42 a 58) in un anno e la Garfagnina che, nello stesso periodo, ha incrementato i suoi valori passando dai 159 capi del 2013 ai 184 del 2014. Ancora in fase di lieve erosione, ma in consolidamento, invece, la presenza della Pisana (più famosa localmente con il nome di Mucco Pisano) che, nell’arco di un anno, è passata dai 496 a 467 capi e la Calvana passata dai 487 ai 454. Sfogliando i dati si scopre che sull’Arca di Noè toscana sono saliti a pieno titolo anche i suini di Cinta senese, che, nell’arco di una quindicina di anni, sono tornati in forze. Considerati una razza in via di estinzione, dopo un fastoso passato (sono ritratti addirittura nel prestigioso quadro del Buon Governo di Ambrogio Lorenzetti datato 1337), adesso vantano numeri importanti: all’inizio del 2014 infatti si contavano oltre 5.800 esemplari allevati in 120 aziende. Un risultato destinato a crescere ancora, anche grazie alla recente conquista della denominazione di origine protetta. Dal 15 settembre 2015 è il primo suino italiano a marchio Dop. Tra i suini troviamo anche la macchiaiola maremmana. Il salvataggio di questa rara, primitiva, rustica e dal caratteristico colore nero che popolava la dorsale appenninica al tempo degli Etruschi, sopravvivere grazie alla passione di una manciata di allevamenti nel grossetano che allevano alcune centinaia di capi a testa. La salvaguardia della biodiversità ha arricchito anche le razze autoctone ovine. L’esempio più eclatante è rappresentato dalla Zerasca che, in pochi anni, è riuscita a superare l’emergenza e a sfiorare (dati 31 dicembre 2013) le 2.000 unità suddivise in una cinquantina di aziende. Consistenza in crescita la Masseseche, con i suoi 13.500 capi e i suoi 72 allevamenti, è la più rappresentativa, seguita dall’Appenninica che sfiorando quota 6.000 (distribuite in 48 aziende) è al secondo posto. Meno importanti i numeri pur se in crescita della Pecora dell’Amiata (1.850), della Pomarancina (1.780 capi) riunita anche essa in un consorzio molto operoso che ne valorizza la carni, della Garfagnina Bianca che conta poco più di mille animali. Tra gli equini una considerazione a parte la merita il celebre cavallo monterufolino della Contessa Wrangler, moglie di Ugolino della Gherardesca. Una razza molto diffuso nell’area delle Colline Metallifere, nell’entroterra pisano, un tempo usato per il trasporto a sella o a calesse, e addirittura nel circo; la cui storia risale agli inizi del 1900, costretti a convivere, da diversi anni ormai, con la lotta per la sopravvivenza.

Redazione Nove da Firenze