Rubrica — Agroalimentare

Coronavirus: serve fare di più per superare questa crisi

Servono oltre 80 mila mascherine al giorno agli agricoltori nei campi. Mati (Confagricoltura Toscana): “Florovivaismo in ginocchio. Bene lo sblocco alla vendita per i vivai, ma serve un tavolo nazionale". Coldiretti: "Bene Ismea su stop dei mutui e altre misure per il settore agricolo che garantisce cibo ai consumatori"


Una mascherina al giorno per oltre 80 mila agricoltori toscani. Questo il fabbisogno dei lavoratori autonomi e dei loro dipendenti che non possono fare smart working, ma vogliono continuare a produrre e assicurare, ora più che mai, cibo sano e fresco a tutte le famiglie del Paese. Per essere messi in condizione di farlo, Cia Agricoltori Italiani della Toscana chiede al Governo e alla Protezione Civile chiarezza sui canali di approvvigionamento dei dispositivi di protezione per le imprese agricole e la certezza che le modalità di distribuzione non siano rallentate da pratiche burocratiche farraginose. Ovviamente, precisa la Cia Toscana, l’approvvigionamento di mascherine deve essere garantito innanzitutto agli operatori sanitari, che ogni giorno sono in prima linea per il bene di tutti i cittadini. La primavera è arrivata e la produzione agricola si è innescata, non c’è Coronavirus che tenga, si deve coltivare e poi raccogliere per conferire all’industria alimentare. In molte colture, anche in campo aperto, non è facile rispettare la distanza interpersonale di sicurezza, come pure in altri luoghi di lavoro lungo la filiera: da magazzini agli spogliatoi, alle lavorazioni di confezionamento dei prodotti. Gli imprenditori sono quotidianamente impegnati a seguire le procedure e le regole di condotta necessarie a garantire la salute dei lavoratori nelle attività agricole che, per le loro caratteristiche, rendono particolarmente complessa la gestione dell’emergenza. Senza i dispositivi tutto questo è di difficile attuazione. Molti agricoltori si stanno dotando autonomamente di mascherine ma troppo spesso il mercato non è in grado di soddisfare la domanda, che sarà destinata a aumentare nelle prossime settimane, con l’arrivo della stagione di raccolta di molti prodotti. Inoltre è difficile reperirle ed a costi esagerati. Cia Toscana chiede, dunque, di tenere in considerazione le esigenze del settore agroalimentare nella ripartizione dei dispositivi, dopo avere assolto alla domanda prioritaria di ospedali e presidi sanitari. Senza mascherine, guanti, tute, occhiali, cuffie non sarà possibile garantire la fornitura delle materie prime indispensabili per il Paese e si rischia di bloccare tutta la filiera, lasciando vuoti gli scaffali dei supermercati.

“Per garantire la disponibilità di alimenti e sopperire alla mancanza di manodopera potranno collaborare nei campi anche i parenti lontani fino al sesto grado, in una situazione in cui molti sono senza lavoro, reddito e con difficoltà anche per la spesa. Lo rende noto la Coldiretti nel sottolineare che il decreto Cura Italia prevede per l’emergenza Coronavirus che le attività prestate dai parenti e affini fino al sesto grado non costituiscono rapporto di lavoro ne subordinato ne autonomo, a condizione che la prestazione sia resa a titolo gratuito. Potranno dunque collaborare alla raccolta dei prodotti agricoli anticipata dal caldo inverno – sottolinea la Coldiretti – anche nonni, genitori, figli, nipoti, suoceri, generi, nuore, fratelli, zii, cugini, figli di cugini, cugini dei genitori e figli dei cugini dei genitori, fratello/sorella del coniuge, zio del marito rispetto alla moglie e viceversa, cugino/a del marito rispetto alla moglie e viceversa. Si tratta di una prassi molto diffusa in agricoltura nel passato quando anche lontani parenti – continua la Coldiretti - tornavano in fattorie, cascine e masserie di famiglia in occasione delle campagne di raccolta piu’ importanti, dalla vendemmia alla raccolta delle olive, per collaborare attivamente e ricevere magari in cambio frutta, verdura, olio o vino.
“Una partecipazione che negli ultimi anni era praticamente scomparsa anche per i vincoli burocratici ed amministrativi e che ora è stata resa urgente dalla stretta degli ingressi alle frontiere che ha fermato l’arrivo nelle campagne italiane di lavoratori dall’estero dai quali dipende ¼ dei raccolti nazionali” afferma il Presidente della Coldiretti Ettore Prandini nel sottolineare che “occorre un intervento a livello comunitario per creare corsie verdi alle frontiere interne dell’Unione Europea per la circolazione dei lavoratori agricoli al fine di garantire gli approvvigionamenti nella filiera alimentare”.
A livello nazionale il Cura Italia prevede nello specifico – spiega la Coldiretti - l’estensione dal quarto al sesto grado del rapporto di parentela/affinità per l’utilizzo in modo meramente occasionale o ricorrente di breve periodo di parenti ed affini (Art. 105 D.L. 18/2020) disciplinato originariamente dall’articolo 74 della legge Biagi. Un intervento positivo per le attività agricole, e relative attività connesse, che consente di avvalersi di una platea più ampia di soggetti in una situazione in cui con l‘emergenza Coronavirus è diventato – precisa la Coldiretti - piu’ difficile il reperimento della manodopera per le necessità produttive.
“E’ ora necessaria pero’ subito una radicale semplificazione del voucher agricolo che possa consentire da parte di cassaintegrati, studenti e pensionati italiani lo svolgimento dei lavori nelle campagne in un momento in cui scuole, università attività economiche ed aziende sono chiuse e molti lavoratori in cassa integrazione potrebbero trovare una occasione di integrazione del reddito proprio nelle attività di raccolta nelle campagne” continua il presidente della Coldiretti Ettore Prandini nel sottolineare che “il momento attuale rende necessaria una radicale semplificazione per favorire la diffusione di uno strumento con importanti effetti sull’economia e il lavoro e che si era dimostrato valido nel favorire l’occupazione e l’emersione del sommerso”.
Con il blocco delle frontiere rischiano di mancare all’appello i 370 mila lavoratori regolari stranieri che arrivano ogni anno dall’estero che in Italia trovano regolarmente occupazione stagionale in agricoltura fornendo il 27% del totale delle giornate di lavoro necessarie al settore, secondo l’analisi della Coldiretti. La comunità di lavoratori agricoli più presente in Italia – conclude Coldiretti – è quella rumena con 107591 occupati, davanti a marocchini con 35013 e indiani con 34043, che precedono albanesi (32264), senegalesi (14165), polacchi (13134), tunisini (13106), bulgari (11261), macedoni (10428) e pakistani (10272) secondo le elaborazioni Coldiretti che ha collaborato al Dossier statistico Immigrazione 2019. Sono molti i “distretti agricoli” del nord dove i lavoratori immigrati rappresentano una componente bene integrata nel tessuto economico e sociale come nel caso – evidenzia la Coldiretti – della raccolta delle fragole e asparagi nel Veronese, della preparazione delle barbatelle in Friuli, delle mele in Trentino, della frutta in Emilia Romagna, dell’uva, delle mele, delle pere e dei kiwi in Piemonte, dei pomodori, dei broccoli, cavoli e finocchi in Puglia fino agli allevamenti da latte e ai caseifici della Lombardia. Un problema che riguarda tutti i grandi Paesi agricoli dell’Unione Europea dove complessivamente mancano quasi un milione di lavoratori agricoli stagionali per le imminenti campagne di raccolta, dalla Germania alla Francia, dalla Spagna all’Italia. Il rischio è che l’Unione Europea perda quest’anno l’autosufficienza alimentare e il suo ruolo di principale esportatore mondiale di alimenti per un valore si 138 miliardi di euro con un surplus commerciale nell’agroalimentare di 22 miliardi, secondo l’analisi della Coldiretti. A causa del coronavirus, i 200 mila stagionali rumeni, polacchi, tunisini, marocchini e di molti altri Paesi che ogni anno contribuiscono ai raccolti primaverili francesi non potranno raggiungere il Paese e la FNSEA, la Coldiretti d’oltralpe, è in allarme con il ministro dell’agricoltura Didier Guillaume che ha invitato quanti si siano ritrovati senza lavoro per via delle restrizioni imposte dal covid-19, ad “unirsi alla grande armata dell’agricoltura francese!”. Il Ministro dell’Agricoltura tedesco Julia Kloeckner propone di impiegare come lavoratori stagionali in agricoltura i lavoratori del settore alberghiero e della ristorazione per colmare il vuoto di circa 300 mila unità lasciato dagli stagionali polacchi e rumeni che pesa anche sulla Spagna rimasta, ad esempio, senza i soliti 10 mila lavoratori stagionali marocchini impegnati nella raccolta fragole e sta cercando nella popolazione nazionale come coprire questi posti vacanti e quelli delle campagne successive. In Italia su sollecitazione del Presidente della Coldiretti Ettore Prandini il Ministro delle Politiche Agricole Teresa Bellanova è intervenuto per prorogare i permessi di soggiorno per lavoro stagionale in scadenza al fine di evitare agli stranieri di dover rientrare nel proprio Paese proprio con l’inizio della stagione di raccolta nelle campagne. La proroga secondo la circolare del Ministero degli Interni – conclude la Coldiretti – dura fino al 15 giugno e riguarda i permessi di soggiorno in scadenza dal 31 gennaio al 15 aprile ai sensi dell’articolo 103 comma 2 del D.L. 18.

Definite le modalità di presentazione delle domande all’INPS per ottenere il riconoscimento delle indennità per i lavoratori della pesca. A darne notizia è Coldiretti Toscana nello specificare che per le imprese fino a 5 dipendenti le istanze possono essere presentate mediante la Comunicazione Obbligatoria a mezzo posta elettronica, dopo una prima istruttoria regionale, all’INPS a valere sul fondo Cassa Integrazione Guadagni in Deroga. Per le imprese con più di 5 dipendenti invece, la domanda a valere sul Fondo Integrazione Salariale va presentata direttamente all’INPS, previa sottoscrizione dell’accordo sindacale.

‘E’ una prima risposta per i lavoratori del settore pesca, resta il nodo INPS relativo ai destinatari (dipendenti), che Coldiretti sta chiedendo con forza di ricomprendere nella definizione di “membri dell’equipaggio”’, dice Fabrizio Filippi, presidente di Coldiretti Toscana.

I termini delle procedure saranno disciplinati dagli accordi quadro regionali sulla CIGd in via di definizione, alle quali Coldiretti Impresa Pesca, anche a seguito della sottoscrizione del CCNL, ha chiesto ed ottenuto di essere inserita.
‘Servono interventi immediati per dare liquidità alle aziende - aggiunge il presidente Filippi - perché anche il settore della pesca, con l’azzeramento delle attività di ittiturismo e pescaturismo, è stremato. Il blocco degli ordini del pesce, con la vendita quasi esclusiva di pesce surgelato, ha praticamente bloccato un settore che in Toscana conta 1600 imprese e 25 milioni di fatturato, un patrimonio che concorre in maniera significata al valore complessivo dell’economia regionale che va salvaguardato in questo momento di crisi causata dal Coronavirus’. Per questo Coldiretti ha chiesto l’estensione alle imprese del settore delle misure di sostegno, di esenzione e di sospensione di tasse e contributi, attraverso sgravi fiscali e contributivi con il rinvio di pagamenti, compensazioni previdenziali delle giornate di lavoro perse, oltre alla concessione di mutui a tasso zero finalizzati all’estinzione dei debiti bancari, garantiti dallo Stato direttamente o attraverso l’ISMEA e gli strumenti agevolati di accesso al credito per rilanciare l’attività di impresa attraverso nuova liquidità”.
Le catture più importanti della flotta da pesca toscana riguardano pesce azzurro, in particolare sarde ed acciughe – ricorda Coldiretti Toscana - mentre tra gli altri pesci vengono catturati naselli, triglie, sugarelli, boghe e cefali. Oltre il 25% dell'offerta nazionale di sarde proviene dall'attività di pesca esercitata in Toscana. I quantitativi dell'itticoltura regionale incidono per il 5% sulla produzione nazionale, ma scendono sotto il 2% se si considera l'acquacoltura nel complesso. Date le caratteristiche di pregio delle specie allevate – aggiunge Coldiretti Toscana - il valore delle produzioni incide in misura maggiore rispetto ai volumi prodotti, con percentuali del 7% sulla piscicoltura e di quasi il 4% sull'acquacoltura totale.
“I numeri parlano chiaro e considerata l’importanza del settore Coldiretti ha chiesto al Ministero delle Politiche Agricole anche misure straordinarie di sostegno attraverso l’adozione di soluzioni di maggiore flessibilità nelle misure di gestione nazionali che, nel rispetto delle normative vigenti e in conformità con gli obiettivi della PCP e del CCNL, affidando la gestione di un plafond di giornate di pesca alla responsabile autodeterminazione aziendale. Abbiamo chiesto inoltre l’attivazione di tutti i bandi FEAMP a valere su risorse disponibili del Fondo ed esaurimento delle procedure in atto sui bandi svolti.”, spiega il direttore di Coldiretti Toscana, Angelo Corsetti.

“Vogliamo ringraziare la ministra all’agricoltura Teresa Bellanova e le parole con cui ha salutato lo sblocco alla possibilità di vendita nei centri di giardinaggio e nei vivai come strumento per difenderci da questa crisi senza precedenti, purtroppo questa iniziativa rappresenta soltanto un punto di partenza per risolvere i problemi nel settore florovivaistico creati dall’emergenza Covid - 19” così Francesco Mati, presidente del settore florovivaistico di Confagricoltura Toscana. “La situazione resta assai complicata - spiega Mati – dobbiamo pensare ad ulteriori misure straordinarie che possano aiutare le tante aziende che sono letteralmente sull’orlo del baratro. Nell’ultimo mese - precisa Mati - sul settore florovivaistico e floricolo del nostro Paese si è abbattuto un vero e proprio tsunami causato dal blocco quasi totale in entrata e uscita dei nostri prodotti con le dogane praticamente chiuse e per un settore come il nostro dove l’export è fondamentale si tratta di un gap profondo e non recuperabile se non con misure straordinarie. Ogni giorno - aggiunge Mati - ho colleghi che mi raccontano il dramma di aziende sane e vigorose sul punto di chiudere tutto perché mentre i ricavi si sono azzerati sono costrette a continuare a pagare ingenti costi di gestione. E’ ovvio che per chi non esporta più nulla vedere che i fiorai sono aperti è una soddisfazione poco più che morale, ma poco materiale”. “Serve quindi un grande piano di aiuti straordinario - propone Mati - che si leghi proprio a questo momento così difficile per tutti noi. Se è giusto stare in casa ad esempio, può diventare meno difficile se stando in casa gli italiani potessero essere incentivati a curare il proprio terrazzo e il proprio giardino, tanto più che curare il verde aiuta anche a rendere migliore la qualità dell’aria e quindi a un beneficio individuale diventa beneficio collettivo. Ad esempio potrebbe aiutare sia favorire i pagamenti online sia permettere le consegne dei prodotti a domicilio naturalmente garantendo la sicurezza sia del fornitore che del cliente” “Ma serve un piano che riguardi - conclude Mati anche il settore floricolo sia da impianto domestico che da impianto professionale, perché questo è il periodo in cui si realizza il 70% del fatturato e bloccarne ora capacità di attività e di vendita vorrebbe dire condannare questo settore alla sparizione”.

Redazione Nove da Firenze