Intervento del sindaco Leonardo Domenici per il conferimento della cittadinanza onoraria a Chiara Lubich


"Oggi per Firenze è un giorno di impegno, di riflessione e non solo un’occasione per festeggiare una nuova cittadina.
La nostra città è felice di poter accogliere una donna che, con il suo impegno, con la sua forza umana, con la sua semplicità ha saputo valicare le tante frontiere del mondo e ha saputo dialogare con tanti popoli e religioni.
Una donna che, con il suo esempio e il suo impegno ha dato vita a un movimento esteso in tutto il mondo e linfa alla ricerca per cambiare e trasformare l’uomo e il suo essere nella società.
Sono molti gli aspetti del pensiero e dell’agire di Chiara Lubich che aprono le porte del dialogo. E io voglio soffermarmi solo su alcuni esempi significativi come la cultura del dare, che si concretizza nella comunione di beni fra tutti i membri del movimento dei focolarini e nelle opere sociali; oppure l’amore verso tutti, l’amore scambievole, da cui scaturisce la solidarietà.
Non posso non citare la sua visione del mondo imperniata sul concetto di fraternità universale, in cui gli uomini si comportano come fratelli fra loro, nella speranza di partecipare alla creazione di un mondo più unito.
L’impegno ad accogliere l’altro, chi non la pensa allo stesso modo, come la capacità di cercare ciò che unisce e non ciò che divide sono solo alcuni aspetti dell’agire e del pensiero di Chiara Lubich. Temi che costringono ognuno di noi a riflettere, che stimolano a pensare e ripensare il mondo in cui viviamo, la nostra società contemporanea.
Il messaggio di cui è portatrice non parla solo ai credenti. Non parla solo ai cristiani. Parla anche a chi, da laico, non vuole mai smettere di credere che questo mondo, che questa società necessiti di profonde trasformazioni. Una società che deve e può essere migliorata. Migliorata, per far sì, come dice Chiara, che la sfida “di questo millennio sia la costruzione di un nuovo mondo di pace”.
Su questa strada Firenze è da sempre impegnata. Quest’anno abbiamo lanciato un appello alle città del mondo per sollecitare tutti insieme, cittadini e sindaci, i nostri governi a cancellare il debito dei paesi poveri. Un appello cui hanno risposto Berlino, Nazareth, Lisbona e tante altre città italiane e straniere, e che è stato ascoltato dal nostro governo e dal Parlamento.
Pochi mesi fa, proprio in questo salone, abbiamo conferito la cittadinanza onoraria al segretario generale dell’Onu, Kofi Annan e a giugno abbiamo presentato il rapporto sui diritti umani dell’Onu. Martedì sera, qui, davanti a Palazzo Vecchio, più di tremila fiorentini hanno manifestato contro l’esecuzione di Rocco Derek Barnabei e contro la pena di morte.
Il dialogo con i popoli, il confronto con le fedi e l’impegno per i diritti umani e per la pace è parte integrante della storia e della cultura di questa città.
Annoverare Chiara Lubich tra i nostri concittadini, conferirle la cittadinanza onoraria proprio nell’anno del Giubileo, raffigura la nostra voglia di essere sempre in prima fila, oggi più di ieri, nell’impegno per una società più giusta, aperta e disponibile.
Ma il legame tra Firenze e il movimento dei “focolari” non è dovuto solo ai valori condivisi di solidarietà, unità dei popoli, di pace, ma è anche un legame geografico, fisico, direi.
L’esperienza di Loppiano, dove è sorta la prima delle cittadelle del movimento, noi tutti la sentiamo come una realtà vicina, come una città che “confina” con Firenze e che io stesso, pochi anni fa, ho potuto visitare.
Quella di Loppiano è un’esperienza che si coniuga in modo particolare con la tradizione di città del dialogo, della pace, dell’incontro che da sempre è rappresentata da Firenze.
Noi oggi viviamo in una società di frontiera.
Davanti a noi, tutti i giorni, possiamo osservare le contraddizioni di un mondo in veloce mutamento e il lato oscuro della società moderna è certamente il suo ripiegarsi in un individualismo incentrato solo su se stessi, sul proprio io. Un atteggiamento che rischia di restringere e appiattire le nostre vite e quelle di ogni comunità. Che impoverisce lo stesso ruolo dell’individuo perché lo allontana dall’interesse per gli altri, dall’impegno per e nella società.
Il vero rischio è quello di trovarsi di fronte a una società sempre meno in grado di dotarsi di finalità comuni, di sentirsi comunità.
Io credo molto, invece, nella necessità di ridare senso e progetto alla comunità, soprattutto a quella urbana.
Essa non è affatto un’entità astratta. Può essere, anzi, un valore concreto nel quale ogni persona può e deve ritrovare se stessa, sentendosi in comunione di intenti e di fini con gli altri.
Un valore unitario fondato sulla solidarietà, sulla coscienza della comune dignità di tutte le sue parti, siano esse sociali, politiche, religiose o civili.
Ma deve essere una comunità aperta e non intesa come un’entità da difendere, chiusa al suo interno, pervasa da istanze xenofobe.
Parlare di comunità vuol dire, quindi, mettere al centro della convivenza civile il senso dell’altro, in una società che sta vivendo una costante espansione multietnica e multiculturale. È da questa espansione che nasce la paura dell’altro e il futuro, se non interveniamo fin da subito, potrebbe essere portatore e moltiplicatore di nuovi integralismi.
Parlare dell’altro vuol dire parlare di diversità e molteplicità. Vuol dire che ogni persona, a prescindere dal colore della sua pelle, dal suo credo, dal suo stato sociale, va riconosciuta come membro della comunità più grande: il genere umano.
L’integrazione, la capacità di riconoscersi nell’altro è, quindi, l’unico strumento capace di produrre lealismo, unità e comunità.
Tutto ciò richiede partecipazione.
L’impegno personale, quella voglia di dedicare tempo a cambiare la città, a occuparsi del pianeta e non solo di se stessi, è una grande fonte di energia per la nostra società.
Nella rivolta dei giovani di Seattle, nelle proteste contro i cibi transgenici, nei primi scioperi via Internet dell’era della new economy c’è anche questo.
Se dobbiamo condannare la violenza che si è espressa in quei movimenti, non possiamo non cogliere la voglia di cambiare, di essere protagonisti, di controllare il proprio futuro che emerge dalle migliaia di persone che si sono mobilitate.
E mai come oggi, in una fase di passaggio d’epoca come quella che stiamo vivendo, vale il motto: il futuro è adesso.
La partecipazione è, quindi, la vera frontiera da riconquistare.
Vuol dire contare, consentire ai cittadini di essere parte nelle valutazioni, nelle decisioni; di essere partecipi delle scelte di crescita della città e del paese, per farle con armonia e ragione.
Ma non vi può essere partecipazione senza responsabilità.
Responsabilità intesa come capacità di essere parte, di essere protagonista dell’evoluzione della propria società, di essere vicino all’altro per comprenderne le esigenze e gli spazi.
Noi siamo abituati ad associare la parola responsabilità all’idea di caricarsi un peso, ma essa vuol dire soprattutto essere attenti a quanto accade intorno a noi, vuol dire curiosità, interazione, rifiuto di visioni fondamentalistiche e dogmatiche.
In una realtà in cui la sopraffazione, l’imporsi a scapito di tutti e tutto, l’abitudine a gridare più forte degli altri rischia di diventare la regola, il rispetto diviene sempre di più un valore: diviene il senso stesso della responsabilità e della nuova democrazia.
Per questo oggi più di ieri dobbiamo essere coscienti che l’universalizzazione dei diritti parte dal piccolo, dal quotidiano e continua a rappresentare il motore per una differenziazione progressiva del sistema dei diritti.
Democrazia dei diritti vuol dire opportunità, vuol dire superare le differenze di accesso alle opportunità.
Da sindaco, da uomo politico, da cittadino credo che sia compito di tutti noi rafforzare tutte quelle garanzie capaci di dare linfa alla società, di incamminarla sulla via del mutamento in meglio di se stessa.
La democrazia di cui abbiamo bisogno è sempre di più uno spazio comune di rappresentanza; un punto di incontro tra istituzioni politiche e domande collettive, tra funzioni di governo e rappresentanza dei conflitti.
Una democrazia che riconosce nella laicizzazione dei processi politici la garanzia della felicità, della libertà, della crescita della società.
Chiara Lubich ha dedicato la sua vita all’impegno per gli altri, al dialogo, all’abbattimento dei muri della povertà e dell’ingiustizia. Da laico voglio salutare l’impegno da sempre profuso dai Focolarini nell’accogliere l’altro quale chiave per la vita di ogni giorno: nei rapporti con gli amici, con i colleghi di lavoro, con i vicini di casa e con la famiglia.
Per questo Firenze oggi non può che essere felice di annoverare tra i suoi cittadini Chiara Lubich. Non solo per quello che ha fatto, ma per quello che so farà ancora.
Ma allora conosciamola meglio.
È nata a Trento nel 1920.
La sua famiglia ha subito la repressione della dittatura fascista e suo padre, socialista, ha perso il lavoro a causa delle sue idee.
Tra i poveri di Trento, nel pieno della seconda guerra mondiale, inizia quella che Chiara Lubich ama definire la “divina avventura”. Quella certezza che nel Vangelo vissuto alla lettera vi è la più potente rivoluzione sociale.
Dall’esperienza del Vangelo vissuto nel quotidiano prende il via la spiritualità dell’unità, che suscita un movimento di rinnovamento personale e sociale a dimensione mondiale: il Movimento dei Focolari.
Da allora la storia è quella di un impegno. Nel 1977 Chiara Lubich riceve, a Londra, il Premio Templeton per il progresso della religione.
Nel 1991, in risposta al dramma delle popolazioni che vivono in condizioni subumane nelle periferie delle metropoli del sud del mondo e dell’America Latina, nasce l’economia di comunione nella libertà.
Importante è il ruolo di Chiara nel dialogo interreligioso. Voglio ricordare il suo incontro con 800 monache e monaci buddisti in Thailandia, o quello con tremila musulmani neri nella moschea di Harlem a New York, o ancora quello con la comunità ebraica di Buenos Aires.
Il suo impegno è stato riconosciuto dall’ONU, come dal Parlamento europeo e, nel 1998, il Consiglio d’Europa le ha assegnato il Premio Diritti Umani.
Ho citato solo alcune tappe della sua vita e del suo impegno per dire a tutti noi, a tutti i fiorentini: “Questa è CHIARA LUBICH. Da oggi nostra concittadina”.

Questo il testo dell'intervento di Chiara Lubich che stamani, nel Salone dei Cinquecento, ha ricevuto la cittadina onoraria di Firenze:
«Signor Sindaco, Signori consiglieri comunali, Presidente Romano Prodi, card. Silvano Piovanelli, Autorità ecclesiastiche e civili, Signore, Signori, amici.
Ringrazio di cuore dell’onore che mi è stato fatto di diventare cittadina di Firenze.
Veramente un dono inaspettato e quindi tanto più gradito.
Ringrazio il Presidente Romano Prodi per le sue parole.
Come forse sanno, non è la prima volta che mi viene offerta, in Italia e all’estero, la cittadinanza onoraria. Ed ogni volta mi sono premurata di conoscere un po’, di ogni città, la storia, la cultura, l’arte e i costumi e di parlarne nel mio discorsetto di ringraziamento.
Ne sentivo l’esigenza: come potevo, infatti, divenire cittadina di una città che non conoscevo o conoscevo troppo poco? E come non accennare almeno ad essa?
Così pensavo di fare con Firenze, ma ahimè, più mi avvicinavo a qualcosa dei suoi tesori, a qualche realtà per cui è famosa, più avvertivo lo sgomento per l'inadeguatezza di quanto avrei potuto dire. Di fronte a certi nomi, ad esempio, le migliori parole sarebbero state lo stupore, l'ammirazione, il silenzio, non senza la lode segreta a Dio per quei suoi figli che hanno profuso qui tanta bellezza, tanta genialità, tanta ricchezza, tanta universalità.
Tuttavia capisco che non posso essere presente ora a Firenze come sua cittadina se non oso almeno accostarmi a tutti coloro che l’hanno resa unica al mondo. Farò quindi qualche breve accenno.
Firenze, la città del fiore, può essere vista come la città ideale, dove natura e cultura, storia e arte, concretezza e astrazione, quotidianità e profezia si fondono e concorrono a farne una città speciale al mondo: per la sua posizione, incastonata entro l’impareggiabile paesaggio toscano, per i ricordi che suscita, per i tesori artistici che racchiude.
Chi vi è nato o – come me – vi ha soggiornato, anche per breve tempo, ne riporta impressioni incancellabili: specchio di armonia, di misura, di semplicità essenziale, virtù che - penso - possiedano i suoi cittadini, insieme ad un senso spiccato del reale e ad un sentimento forte, ma positivo di emulazione.
Il Duomo e Palazzo Vecchio, ben più di due simboli universalmente conosciuti, rappresentano i due poli essenziali della vita umana: quello religioso e quello civile. E più di una bipolarità qui è evidente la ‘sinfonia’ tra vita civile e religiosa.
Il cuore di Firenze è fatto di luoghi che sempre – anche a me – richiamano alla mente quegli uomini straordinari che, attraverso i secoli, in modi differenti, l’hanno fatta grande.
Qui con Dante ha origine quella lingua che sarà l’italiano; con Giotto e Masaccio nasce la nuova pittura; Brunelleschi e Leon Battista Alberti si legano all’architettura rinascimentale; Donatello e Verrocchio alla scultura. Con Michelangelo, l’arte nella sua complessità raggiunge un’eccezionale altezza. Con i Medici a Firenze e in Toscana si sviluppa pienamente la civiltà umanistico-rinascimentale . Anche nell’ambito musicale si hanno esempi innovatori. Basta pensare ai fiorentini Giovanni Battista Lulli e Luigi Cherubini.
Ma il contributo che Firenze ha dato alla civiltà non risalta solo nel campo letterario e artistico. Si pensi alla scienza, a Leonardo da Vinci che si fa ricercatore instancabile in ogni dominio della scienza e della natura. A Galileo Galilei, fisico, astronomo, filosofo e scrittore, fiorentino per spirito e scelta lessicale. Senza dire dei politici, degli imprenditori, dei navigatori, dei banchieri…
Firenze poi è un patrimonio straordinario arricchito da figure di spirituali e di santi, come i Sette Santi Fondatori, Servi di Maria, san Filippo Neri, santa Caterina de’ Ricci e santa Maria Maddalena de’ Pazzi, le cui Estasi costituiscono - come si sa - una delle maggiori esperienze mistiche ecclesiali.
I tesori e i valori deposti in Firenze sono di questo livello ed essa li custodisce non per tenerli nascosti, ma per irradiarli nel mondo. Ma Firenze anche oggi è chiamata a svolgere un ruolo che essa sola può compiere. Lo fa pensare, tra gli altri, la figura di un altro grande ‘fiorentino’ di adozione: Giorgio La Pira, che abbiamo conosciuto un po’ perché amico di Igino Giordani, politico, letterario, giornalista, che è stato confondatore del nostro Movimento.
La Pira scriveva che Firenze è davvero “città del mondo, come un centro appartiene a tutta la circonferenza”. E chiamava a “riflettere sul destino che anche nei nostri tempi Dio ha assegnato – per la pace, l’unità e l’elevazione del mondo – a questa città privilegiata e in certo senso unica”.
E che questo fosse il suo continuo pensiero lo dimostra anche una breve lettera inedita indirizzata proprio a Igino Giordani, pochi anni prima di morire .
Noi poi, data la nostra vocazione alla pace, al dialogo, all’unità, sentiamo La Pira tanto vicino per gli obiettivi che cercava raggiungere, come, ad esempio, quando, scrivendo nel 1959 ai massimi responsabili degli ortodossi, degli anglicani, degli evangelici e dei riformati, ripeteva: “Perché tutti siano una cosa sola come tu, Padre, sei in me e io in te, siano anch’essi in noi una cosa sola, perché il mondo creda che tu mi hai mandato” (cf Gv 17,21).
La Pira confidava – come è anche un nostro obiettivo – nella ricerca comune di credenti e persone di diverse convinzioni per trovare valori universalmente accettabili.
A Lui, in grato ricordo, abbiamo intitolato, col card. Benelli, proprio qui a Firenze un Centro che ospita studenti di tutto il mondo.
Altri uomini e donne di oggi e di ieri, da noi un po' conosciuti, dovrei ancora citare: come Bargellini, scrittore (e sindaco di Firenze durante l’alluvione dell’Arno) o come il card. Dalla Costa, uno dei primi Vescovi che approvarono il nostro Movimento. Ma non è il tempo.
Prima di passare ad altro, ringrazio nuovamente la popolazione fiorentina odierna che mi ha chiamato ad essere figlia della città di Dante, che pare invitare anche me a “Fiorenza (…) A così riposato, a così bello viver di cittadini, a così fida cittadinanza, a così dolce ostello” .
Ed ora - anche se parecchie cose sono note - penso mio dovere presentarmi, perché Firenze sappia chi è la nuova cittadina che accoglie.
Ma cosa posso dire di me, di questa mia vita?
E' palese - mi sembra - che, se una caratteristica essa ha avuto, è stata quella di aver potuto suscitare e condurre un Movimento fondamentalmente religioso, ma non solo: il Movimento dei Focolari. E' esso una di quelle realtà ecclesiali che sono – così le ha definite Giovanni Paolo II – "significative espressioni dell’aspetto carismatico della Chiesa" .

Definizione per la quale è subito chiaro che il Movimento dei Focolari, come altri, ha, quale suo principale autore, lo Spirito Santo, e non tanto la o le persone chiamate a lavorarvi.
Ed io sarei una di queste. Quindi: uno strumento in mano di Dio che non conosce ciò che sta nascendo e crescendo sotto i suoi occhi, perché il progetto su cui lavora sta in Cielo, proprio come un pennello che non sa l’intenzione del pittore che dipinge il quadro, ma si lascia usare.
La prima volta che ho avuto sentore che qualcosa di nuovo stava succedendo in me, e non partiva dalla mia intelligenza, (racconto questo e il seguito con semplicità a sola gloria di Dio) è stato forse quando, a 18 anni, il mio cuore non aveva che un unico struggente desiderio: conoscere Dio.
La filosofia che avevo stra-amato nelle scuole superiori non mi aveva appagata. E, dovendo incominciare l’Università, avevo pensato che forse in un Ateneo cattolico avrei trovato chi m’avrebbe parlato di Dio e insegnato chi Egli era.
Essendo però i miei genitori, in quel periodo, impossibilitati ad aiutarmi, mi sono affidata ad un concorso; ma per pochi punti non sono stata accettata. Ricordo, come fosse oggi, che ne piansi addoloratissima e costernata con mia madre che non riusciva a consolarmi.
Ma è stato proprio in uno di quei momenti che mi parve di sentire nell'anima queste parole: “Sarò io il tuo Maestro”. Smisi subito di piangere. Continuai la mia vita e mi iscrissi ad un’Università laica.
Ora, dopo tanti anni, posso affermare che Chi parlava è rimasto fedele alla sua promessa. E lo ha fatto mandando qui una luce, un dono dello Spirito Santo, uno di quelli che siamo soliti chiamare “carismi”, che se è stato la causa della nascita del Movimento dei Focolari e di quanto ha operato nel mondo, per me personalmente ha rappresentato pure la sorgente da cui ho attinto una sempre più profonda conoscenza di Dio.
Se volessi però spiegare come e cosa ho compreso di Lui, nei 56 anni di vita del Movimento, il mio intervento sarebbe assai lungo. Dirò piuttosto qualcosa di quella spiritualità che Egli ci ha suggerito sin dai primi anni e cioè dello stile di vita che ci ha subito proposto.
Il nostro carisma - definito in seguito "carisma dell'unità" - ha iniziato ad agire nel 1944, quando la seconda guerra mondiale infuriava anche a Trento, dove mi trovavo con alcune compagne, seminando bombe, macerie, morti.
Fra il resto scomparivano quelle cose o persone che formavano il piccolo o grande sogno dei nostri giovani cuori: formarsi una famiglia, quando il fidanzato non è tornato più dal fronte; concludere e arredare la propria casa, che però è rimasta sinistrata. Io mi ero concentrata nello studio, ma la guerra mi impediva di frequentare l’Università.
Ogni avvenimento mi e ci toccava profondamente. A me sembrava però che Dio ci offrisse, con le circostanze, una lezione: tutto è vanità delle vanità, tutto passa (cf Qo 1,2;128) e lo comunicai alle mie compagne.
Contemporaneamente era nata nel mio cuore questa domanda: ma ci sarà un ideale che non muore, che nessuna bomba può far crollare, a cui poter dare tutte noi stesse?
E la risposta è venuta subito ed è parsa logica: sì, c’è. E’ Dio.
E in quell’attimo, lì, in mezzo alle stragi della guerra frutto dell’odio, ho compreso, come per una folgorazione, chi è Dio: Dio è Amore. Dio Amore, come afferma pure l'evangelista Giovanni.
Ma la luce del carisma me ne dava ora una nuova profondissima convinzione.
E abbiamo creduto al Suo Amore con fede ardentissima. E se prima avevamo pensato Dio lontano, inaccessibile, ora lo avvertivamo vicino: illuminava, trasfigurava ogni circostanza che ci riguardava, lieta o triste o indifferente che fosse.
Non abbiamo atteso un attimo a scegliere Lui come il perché della nostra vita.
Ma se avevamo trovato Colui per cui vivere: Dio Amore, quale doveva essere ora il nostro atteggiamento, come mettere in pratica questo nostro nuovo ideale?
E subito, mi e ci è stato chiaro: essendo anche noi amore come Lui, quasi piccoli soli accanto al Sole.
E ho intuito che era nel Vangelo che avremmo potuto imparare l'amore, come amare.
Portiamo quel piccolo libro nel rifugio ogni qual volta suona la sirena dell’allarme aereo. Lo apriamo e quelle parole, pur già conosciute, s’illuminano come se sotto s'accendesse una luce, ci infiammano il cuore e siamo spinte a metterle in pratica.
La nostra attenzione è focalizzata soprattutto su quelle che parlano del comando che riassume tutta la Legge: l’amore verso ogni prossimo.
Leggo per tutte: “Ama il prossimo tuo come te stesso” (Mt 19,19). Il prossimo. Dov’era il prossimo?
Era lì, vicino a noi, in tutte quelle persone colpite dalla guerra, ferite, senza vestito, senza casa, affamate e assetate. E immediatamente ci dedichiamo a loro.
Il Vangelo assicura: “Chiedete e vi sarà dato” (Mt 7,7; Lc 11,9).
Chiediamo per i poveri e - meraviglia! - siamo ogni volta riempiti di ogni ben di Dio!
“Date e vi sarà dato” (Lc 6,38). Diamo, diamo ed ecco ogni volta il ritorno. Vi è una sola mela in casa quel giorno. La diamo al povero che chiede. E vediamo in mattinata arrivarne, magari da un parente, una dozzina. Diamo pure quelle ad altri che chiedono, e in serata ne arriva una valigia. Così, sempre così.
“Chiedete e otterrete” (cf Mt 21,22). Si chiede nella preghiera e si ottiene.
Sono episodi, l'uno dietro l'altro, che stupiscono e incantano.
Gesù aveva promesso ed anche ora mantiene. Egli non è, dunque, una realtà passata ma presente. E il Vangelo è vero.
Questa costatazione mette le ali al nostro cammino da poco intrapreso. Si comunica agli altri ciò che accade, per cui essi, incontrandoci, non avvertono tanto di imbattersi in poche ragazze, quanto in Gesù vivo.
Il rifugio che ci accoglie non è però sicuro.
Siamo sempre di fronte alla morte. Mi assale allora un’altra domanda: ci sarà una Parola nel Vangelo che piace particolarmente a Dio? Se morissimo, vorremmo aver vissuto proprio quella, almeno negli ultimi istanti.
Il Vangelo la rivela subito là dove parla di un comandamento che Gesù dice suo e nuovo, quindi speciale: "Questo è il mio comandamento: che vi amiate gli uni gli altri come io vi ho amati.
Nessuno ha un amore più grande di questo: dare la vita per i propri amici” (Gv 15,12-13).
Ci guardiamo in faccia e ci dichiariamo: “Io sono pronta a dare la vita per te”, “Io per te”, “Io per te…”. Tutte per ciascuna. E' un patto solenne. Sarà la base su cui poggerà tutto il Movimento.
Ma, se non ci è chiesto intanto di morire, viviamo questo patto condividendo fra noi ogni cosa: i pochi beni materiali, quelli spirituali, i dolori, le gioie, le prove.
Avendo messo in atto l’amore vicendevole, ecco che la nostra Vita ha un balzo di qualità: avvertiamo una nuova sicurezza, una gioia e una pace mai sperimentate, una pienezza di vita, un'abbondanza maggiore di luce.
Come mai? E’ stato subito evidente: per questo amore si realizzavano fra noi le parole di Gesù: “Dove sono due o tre riuniti nel mio nome (cioè nel mio amore), io sono in mezzo a loro” (Mt 18,20). Gesù silenziosamente si era introdotto spiritualmente come Fratello invisibile, nel nostro gruppo.
Ed ora la fonte dell’amore e della luce era lì presente in mezzo a noi. Non la si vuole più perdere.
Un altro giorno mi trovo con tutte per ripararmi dalle bombe in una cantina buia con la candela accesa e il Vangelo in mano. Lo apro; leggo: “Padre… tutti siano una cosa sola” (Gv 17,11-21): è la preghiera di Gesù prima di morire. Sempre, per quel dono di cui si è detto, ho l'impressione di capire un po’ quelle parole difficili e forti e mi nasce in cuore la convinzione che per tale pagina, quasi magna charta del nostro Movimento, siamo nate: per l'unità e cioè per contribuire all’unità degli uomini con Dio e fra loro.
In quella stessa preghiera Gesù aveva proseguito così: “Siano anch’essi in noi una cosa sola, perché il mondo creda…” (Gv 17,21). Ed è ciò che succede anche attorno a noi, così unite per l'amore vicendevole: chi non crede più ricrede; chi crede poco crede di più; si moltiplicano i cambiamenti di vita, le conversioni a Dio; si trova la forza di seguire la chiamata avvertita in cuore o di mantenersi fedeli alla propria scelta.
Dopo pochi mesi, circa 500 persone di tutte le età, uomini e donne, di ogni vocazione, delle più varie estrazioni sociali, condividono il nostro Ideale e formano lì, in mezzo al mondo, una comunità simile a quella dei primi cristiani.
Intanto, per lo Spirito Santo che ci è stato dato, le parole del Vangelo ritmano il cammino di tutti e appaiono uniche, affascinanti, scultoree, da potersi tradurre in vita; sono universali, luce per ogni uomo che viene in questo mondo. Cosicché le persone del Movimento ci si immergono, se ne nutrono, si rievangelizzano e, per esse, s’accende attorno e divampa la rivoluzione cristiana.
Una parola del Vangelo ci colpisce in modo particolare. E’ sempre di Gesù: “Chi ascolta voi (gli apostoli) ascolta me” (Lc 10,16). La vogliamo subito mettere in pratica; ci presentiamo al nostro Vescovo, mons. Carlo De Ferrari. Egli è un successore degli Apostoli.
Ascolta, sorride e dice: “Qui c’è il dito di Dio” e la sua approvazione e benedizione ci accompagneranno fino alla sua morte.
Questo primo consenso al nostro operato della autorità ecclesiastica a noi preposta, ha su di me un duplice effetto: mi assicura che la luce che ho seguito e seguiamo è autentica, autenticamente cristiana, e ciò accelera la nostra corsa.
Inoltre, quelle parole di Gesù che ci hanno mosso verso il Vescovo, mi fanno meglio capire cos'è la Chiesa: una Sua presenza nei secoli sulla terra, una Sua continuazione. Di qui l'amore sincero che abbiamo sempre nutrito per essa.
Felicità, scoperte, grazie, conquiste. Questo è Vangelo certamente. Ma sin dall’inizio si è capito che il tutto ha un’altra faccia, che l’albero ha le sue radici. Il Vangelo ti copre d’amore, ma esige tutto.
“Se il chicco di grano caduto in terra non muore – si legge in Giovanni – rimane solo; se invece muore, produce molto frutto” (Gv 12,24). Ne è la personificazione Gesù crocifisso, il cui frutto è stata la Redenzione dell'umanità.
Gesù crocifisso!
E in un ulteriore episodio di quei primi mesi ho una nuova comprensione di Lui.
In una circostanza – prevista, pensiamo, da Dio – veniamo a conoscenza che il più grande dolore che Gesù ha sofferto, e quindi il suo più grande atto d’amore, è stato quando in croce ha sperimentato l’abbandono del Padre: “Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?” (Mt 27,46).
Sono stata profondamente toccata da questo. E la giovane età, l’entusiasmo, ma soprattutto la grazia di Dio, hanno spinto me e noi a scegliere proprio Lui, nel suo abbandono, quale via per realizzare il nostro Ideale d’amore.
E da quel momento ci è parso di scoprire il suo volto dovunque.
Egli, che aveva sperimentato in sé la separazione degli uomini da Dio e fra loro, ed aveva sentito il Padre lontano da sé, fu da noi ravvisato non solo in tutti i dolori personali ed in quelli dei prossimi, spesso soli, abbandonati, dimenticati..., ma anche in tutte le divisioni, i traumi, gli spacchi, le indifferenze reciproche, grandi o piccole: nelle famiglie, fra le generazioni, fra poveri e ricchi; nella stessa Chiesa; e, più tardi, fra le varie Chiese; come in seguito, fra le religioni e fra chi crede e chi è di diversa convinzione.
Ma tutte queste lacerazioni non ci hanno spaventato; anzi, per l'amore a Lui abbandonato, ci hanno attratto.
Ed è stato Lui ad insegnarci come affrontarle, come viverle, come concorrere a superarle quando, dopo l’abbandono, aveva rimesso il suo spirito nelle mani del Padre: "In manus tuas, Domine, commendo spiritum meum" (Lc 23,46), dando così all'umanità la possibilità di ricomporsi in se stessa e con Dio. Egli c Finisce la guerra. Gli aderenti al Movimento possono muoversi per studio, per lavoro o per esigenze di testimonianza: sono chiamati, infatti, in molte città e paesi a narrare quanto hanno vissuto e visto.
Dal nord al sud d'Italia fioriscono comunità cristiane sul tipo di quella sorta a Trento.
Assieme alle linee di vita che ci veniva proponendo, lo Spirito Santo mi suggerisce anche, punto per punto, la struttura di quest’Opera nascente.
Con una diffusione, che è stata autorevolmente definita un'”esplosione”, il Movimento varca presto le frontiere delle nazioni europee.
Dal 1958 in poi, arriva negli altri quattro continenti. Oggi è presente in 182 nazioni del mondo, raccolto in 75 “zone”, e conta più di cinque milioni di persone.
Il 1960 ha significato una tappa nuova: è iniziata l’adesione al nostro spirito di fratelli e sorelle di oltre 350 Chiese, con i quali, proprio in forza del dono di Dio, che porta luce ovunque e con essa amore, ci sentiamo di formare già, almeno spiritualmente, un solo popolo cristiano, in attesa della piena comunione ecclesiale.
Dal 1977 ci sono stati pure significativi e profondi contatti con i fedeli delle più importanti religioni, nelle quali, aiutati dalla luce del nostro carisma, scopriamo, grati, i “semi del Verbo”, verità simili alle nostre da permetterci una così viva comunione con loro ed un così sentito apprezzamento della religione cristiana da parte loro, da invitarci a portare la nostra esperienza a musulmani nelle moschee, a buddisti nei loro templi, a gruppi di ebrei nei loro centri, e ad altri ancora. Mentre noi apprezziamo e cerchiamo di far tesoro delle molte ricchezze presenti nelle loro religioni.
E si concorre, anche così, ad alimentare la fraternità universale.
E non mancano certo fra noi persone di convinzioni diverse con le quali condividiamo l'apprezzamento dei valori umani come quelli della pace, dei diritti umani, della solidarietà, della libertà, della salvaguardia della natura, ecc.; e con loro collaboriamo in vari modi per farli progredire.
Con tutto ciò si attuano con vero successo, a gloria di Dio, i quattro dialoghi auspicati dal Concilio Vaticano II.
L'ideale dell'unità è una risposta all'umanità di oggi. Dà origine ad un collettivo che non schiaccia l'uomo, ma è costruito dall'uomo che si dona, si offre per amore, liberamente.
La rivoluzione evangelica che suscita, rivoluzione dell’amore, promossa da tanti uomini e donne che vi aderiscono, è sostenuta pure da varie opere, come 27 Case editrici sparse nel mondo, centri audiovisivi, una ventina di cittadelle internazionali di testimonianza presenti nei cinque continenti, come quella non lontana da qui a Incisa in Val d'Arno; scuole di spiritualità per tutte le età fino alla cosiddetta Scuola Abbà, dove una trentina di professori delle più varie discipline studiano le molte intuizioni o illuminazioni che lo Spirito Santo ci ha donato quando siamo stati, per grazia di Dio, inondati - si può ben dire - dalla Sapienza. Quella sapienza che fa penetrare – per quanto è possibile a creatura umana – negli abissi di Dio, facendo non solo conoscere, ma contemplare la vita intima di tale altissima Maestà.
Dalla spiritualità del Movimento poi sta emergendo nei campi della teologia o filosofia una dottrina, sempre ancorata alla tradizione cristiana, ma nuova. Anche le più importanti discipline umane stanno ricevendo luce ed avendo nuovi sviluppi, divenendo così più autentiche e più ricche.
Così, per questo globale impegno nel Movimento dei Focolari, Dio, che si è posto fra noi, incomincia a rispondere anche alle domande drammatiche della società, suscitando, ad esempio, con “l'Economia di Comunione”, una nuova corrente economica che può portare a emulare i primi cristiani fra i quali non vi erano indigenti; operando una decisa inculturazione per il "farsi uno" con gli altri, che diventa rapporto d'amore fra popoli di culture diverse; e, nel campo politico, col "Movimento dell'unità", che associa persone di partiti diversi non solo per la difesa dei valori comuni, ma anche a testimonianza di quella fraternità, oggi auspicata, che viene irradiata nelle nazioni e fra di esse, in vista del grande ideale d’un mondo più unito.
Signor Sindaco, Signori consiglieri comunali, Signor Presidente, Signor Cardinale Autorità ecclesiastiche e civili, Signore, Signori, amici, questo è ciò che io porto con me divenendo cittadina di Firenze, perché, per noi, quello che è di uno è di tutti, e anche quello che è di tutti è di ciascuno.
Lo Spirito Santo, che ci ha tanto aiutato nella vita, ci suggerisca ora quale può essere il miglior servizio che possiamo offrire alla ormai nostra città (oltre la presenza già abbastanza consistente del nostro Movimento, presente qui sin dal 1948) a ricordo di questa cerimonia e come piccolo tocco di nuova bellezza alla bellezza senza fine di Firenze».

Redazione Nove da Firenze