Rubrica — Mostre

Parigi, carnale e poetica negli scatti di Brassaï

Torre Eiffel, 1932 - © Estate Brassaï

In anteprima italiana, nell’ambito degli eventi collaterali per Expo 2015, l’antologica dedicata all’opera parigina di uno dei più grandi fotografi del Novecento. Voluta dalla Fondazione Alinari in collaborazione con il Comune di Parigi e l’archivio Brassaï, la mostra è visitabile a Palazzo Morando, fino al 28 giugno 2015. Tutte le informazioni al link http://www.alinari.it/it/news.asp.


MILANO - Parigi è sempre stata una sorta di sogno erotico per scrittori, artisti, poeti, filosofi e intellettuali. Con quel suo onnipresente grigio esaltato da Henry Miller, Parigi affascina e cattura, scagliandoti addosso quella sua anima di gatta morta che la sa lunga, buttandoti davanti la magnificenza delle Tuileries e la decadenza dei palazzetti popolari di Montmartre. E nei secoli, artisti, poeti, scrittori, fotografi, se ne sono letteralmente innamorati.

Brassaï. Pour l’amour de Paris, curata da Agnès de Gouvion Saint-Cyr, è la mostra che attraverso 260 fotografie originaliripercorre lo stretto rapporto che legò il fotografo alla capitale francese. Vi giunse una sera di febbraio del 1924, e appena sceso dal treno alla Gare de l’Est, fu colpito dallo sfolgorio dei sampietrini sotto la luce lunare, che diventeranno uno dei suoi soggetti più famosi nel volume Paris de nuit.

Il futuro Brassaï nacque Gyula Halász, nel 1899 a Brasso, (l’odierna Brasov), cittadina a forte presenza ungherese, in Transilvania, all’epoca non ancora rumena ma appartenente all’Impero Austro-ungarico. Dopo aver compiuto il servizio militare sul fronte italiano, nel 1918 s’iscrisse all’Accademia di Belle Arti di Budapest, e qui, l’anno, prese parte all’insurrezione socialista guidata da Béla Kun; cadde prigioniero dei nazionalisti, e contrasse il tifo a causa del quale rischiò la vita. Liberato per i buoni uffici della famiglia, fece ritorno a Brasso, ma nel 1920, con il Trattato di Trianon, l’intera Transilvania passò alla Romania, e la componente ungherese della popolazione si trovò sotto il fuoco incrociato del nazionalismo rumeno. La famigliaHalász si trasferì quindi a Berlino. Gyula riprese gli studi interrotti, collaborando anche con alcuni giornali locali.

Quattro anni più tardi, decise di trasferirsi a Parigi attratto anche lui dagli Anni Folli, e per sbarcare il lunario rispolverò il vecchio lavoro di giornalista per quotidiani rumeni, e riviste ungheresi e tedesche. Alla ricerca di storie da raccontare, da scapigliato flâneur - quasi un novello Gaspard di bertrandiana memoria -, percorre giorno e notte le vie di Parigi, lasciandosi catturare poco a poco dalle atmosfere sommesse, sottilmente erotiche, della città. Inizia così una strettissima relazione con la città di Parigi, destinata a protrarsi per oltre mezzo secolo, fino alla morte del fotografo nel 1984.

Intanto, nel 1925, il mercante d’arte polacco Zborowski lo introduce nell’atelier di EugèneAtget, ormai in procinto di abbandonare il mestiere (morirà due anni più tardi). Con l’esperienza accumulata come ritrattista presso Atget, nel 1929, Gyula assume lo pseudonimo di Brassaï (in omaggio alla sua città natale), e si dedica completamente alla fotografia, lavorando a un reportage che uscirà nel 1932 con il titolo Paris de nuit, dal quale emerge una città incentrata sul gioco dell’oscurità, dell’ombra, della penombra e dei lampi di luce. La sua ricerca si finalizza nel decontestualizzare i soggetti che ritrae, togliendo il reale dal suo contesto, e trasformandolo reale in decoro irreale. Un esempio si tutti, la statua di Diana cacciatrice delle Tuileries, fotografata di notte, avvolta in una nebbia sottile. A spingerlo verso una tale maniera espressiva, gli stretti rapporti che Brassaï aveva con il gruppo dei surrealisti - in particolare con Robert Desnos e Jacques Prévert -, che incontra spesso al Le Dome o alla Coupole. Sulla scia del Surrealismo, Brassaï scopre come ogni muro della città sia una sorta di universo che racchiude particolari insospettati; le tracce di salnitro, le carte strappate, le raffiche di freddo e i graffiti, nei quali si riconoscono volti appena abbozzati, oppure simboli vagamente volgari, che a loro modo creano un arcaico universo umano, sintomo di variegate urgenze esistenziali.

Ma la sua ricerca fotografica nei primi anni, è volta soprattutto a una sorta di ricerca della memoria, sulla scorta dei pochi mesi che, ancora bambino, Brassaï trascorse in città al seguito del padre, all’inizio del secolo; era ancora la Parigi della Belle Époque, delle folle eleganti e del lusso ostentato; qualche ultimo bagliore ne rimaneva ancora nei tardi anni Venti, ed ecco quindi la folla aristocratica che segue i concorsi ippici a Longchamp, che ricorda la descrizione che ne fece Zola nel romanzo Nana. E ancora, il circo, cui Brassaï era legato perché gli rammentava quel Buffalo Bill al cui spettacolo assisté da bambino. Ecco spiegati, seguendo la chiave proustiana della memoria, i tanti bambini ritratti mentre giocano, o assorti in misteriosi dialoghi. Con immediatezza e leggerezza, Brassaï va alla ricerca della sua stessa infanzia, che ricorda legata più a Parigi che alla natia Brasso.

Ma accanto alla Parigi della memoria, ce n’è un’altra ben più carnale, quella degli “Anni folli”; infatti, gli anni Venti e Trenta furono per Parigi una sorta di Belle Époque votata alla modernità, con la vita notturna che dalla vecchia Montmartre si è spostata a Montparnasse, teatro quotidiano di ogni sorta di stramberie.

All’amore ingenuo e scapigliato che legava impressionisti e prostitute, ai pic-nic fra i vigneti o lungo la Senna, appena fuori città, si è andato sostituendo un clima febbrile di ricerca e angoscia, con l’Europa prostrata dalla tragedia della Prima Guerra Mondiale e dalla crisi economica, il disorientamento politico dovuto alla caduta degli Imperi Centrali, le prime avvisaglie autoritarie, e la repressione delle dimostrazioni socialiste. In mezzo a queste tensioni, gli intellettuali si abbandonano a una joie de vivre che ricorda da vicino i Baccanali degli antichi Romani; locali come la Rotonde il Dome e la Coupole (sul celebre Carrefour Vavin), e la Closerie des Lilas, accoglievano Modigliani, Cendrars, Fujita, Paul Fort, e in quelle notti ebbre, fra una prostituta e una bottiglia, artisti e intellettuali si confrontano sui loro percorsi, cercano una sorta di linguaggio comune. Montparnasse divenne ben presto il quartier generale di questa avanguardia intellettuale, che ebbe il suo centro nella Ruche, sorta di ostello-atelier fondato dallo scultore Alfred Boucher nel 1902. Per un modico prezzo, accoglieva artisti, scrittori e vagabondi. vi soggiornarono, fra gli altri, anche Lorenzo Viani, Marc Chagall, e Jacques Lipchitz, poi nel 1939 la struttura venne chiusa. I tempi stavano cambiando. Ma intanto, fra gli anni Venti e Trenta, il clima era euforico. La comunità statunitense, guidata da Francis Scott Fitgerald, si ritrovava al Sélect, per annegare nello champagne gli scompensi della Grande Depressione. Feste, balli, reading di poesia, si susseguivano senza sosta, con un’euforia febbrile, eccessiva, “malata”; erano gli anni dell’eccesso, della sfrenatezza, della dissipazione, che Fitzgerald racconterà così bene nelle pagine del Grande Gatsby, Tenera è la notte, Belli e dannati, romanzi che sono il ritratto di un’epoca e di una generazione.

A Parigi, Brassaï esplora la realtà delle case chiuse, come la nota Chez Julie, in Rue Monsieur le Prince, una fotografia dalla quale sembrano salire l’odore di cipria e la morbidezza della seta dei corsetti delle giovani lorettes. Brassaï cattura la decadenza tutta particolare della città, fatta di angoli silenziosi e dimenticati, solitudini cenciose, incosciente spensieratezza., e ci restituisce una città estremamente veritiera nella sua bizzarria notturna e diurna, che scaturisce da ruoli e situazioni di fatto normali - anche se a volte al limite del lecito -, ma che sotto l’obiettivo di Brassaï si rivestono di poesia. Osservando quegli esseri umani, quell’armonia della pietra contro il cielo, viene da pensare a quei Miti inquietanti cantati in prosa poetica da Blaise Cendrars, (del quale Brassaï era amico), personaggi legati a un immaginario onirico e arcaico insieme, inquietanti perché difficilmente afferrabili con l’intelletto. Un dedalo di secondarie stradine periferiche, palazzi umidi e fatiscenti, bambini che giocano, operai a lavoro, e, per contrasto, le sfilate dell’alta moda, le serate di gala nei locali più lussuosi. Lo sguardo di Brassaï è insieme artistico e documentario, ma senza pedanteria, anzi con la curiosità di chi vede la città per la prima volta, e la sensibilità del poeta che coglie ogni singolo battito della grande città, scrigno di esistenze a volte compiute a volte fallite, operai, facchini del mercato, gelatai, giardinieri, prostitute, chaperon, borseggiatori, e ancora la folla elegante di rue de Rivoli, i passanti davanti ai negozi dei Grands Boulevards, i carbonai lungo la Senna a Bercy, ma anche l’imponenza dei monumenti, l’Arco di Trionfo e soprattutto Notre-Dame e quelle figure zoomorfe che evocano dèmoni e spettri. E su tutto svetta la silhouette slanciata della Tour Eiffel, la Grande Dame, che Brassaï immortala nel ‘32, suggestivamente illuminata, e che ha da poco compiuto trent’anni.

A spingerlo verso quegli artistici vagabondaggi per la città, come dirà in seguito lo stesso Brassaï, «la ricerca della poesia della nebbia che trasforma le cose, della poesia della notte che trasforma la città, della poesia del tempo che trasforma gli esseri…». E per un paradosso tutto parigino, in mezzo a questi poetici giochi di luce, si percepisce tuttavia una città estremamente carnale, pulsante di vita, come l’aveva descritta anche Henry Miller (altro compagno di follie notturne), in Giorni tranquilli a Clichy, piccolo capolavoro sulle avventure europee della Lost Generation.

Nel frattempo, anche per le comuni frequentazioni notturne, Brassaï stringe amicizia con Picasso, anch’egli assiduo delle Folies Bergères. Di questo mondo trasgressivo e ammaliante, il fotografo ungherese ci ha lasciato scatti suggestivi, eseguiti dal dietro le quinte degli spettacoli. Nel 1932 l’artista spagnolo, impressionato dal lavoro di Brassaï, gli affida il compito di fotografare la sua opera scultorea, fino ad allora sconosciuta e che deve essere pubblicata sulla rivista Le Minotaure. L’incontro diventa l’occasione per ritrarre l’artista nel suo lussuoso atelier di Rue de la Boétie, o in quello di Rue des Grands Augustins, fra tele, sculture, e mobili d’epoca. Ma Picasso non sarà l’unico, della cerchia intellettuale parigina dell’epoca, a essere immortalato da Brassaï; vi saranno, fra gli altri, anche Salvador Dalì e Gala, Simon de Beauvoir, Dora Maar, e Kiki de Montparnasse (amica di Modigliani), simboli di un’epoca seppe offrire un raffinato mélange di impegno intellettuale, sesso a buon mercato, liberalismo dei costumi, laboriosa vita diurna. Impossibile non innamorarsene.

Niccolò Lucarelli

Mostre — rubrica a cura di

E-mail: