L’esistenzialismo sommesso di Alfredo Serri

Un omaggio all’allievo di Annigoni, con la prima, raffinata antologica ospitata nelle sale dell’Ente Cassa di Risparmio di via Bufalini 6. La mostra è visitabile, a ingresso libero, fino al 18 gennaio 2015, dal lunedì al venerdì dalle 9 alle 19, e il sabato e la domenica in orario 10-13, e 15-19.


FIRENZE - L’arte, quella più autentica, che nasce da dentro e non cerca le facili, chiassose platee, è questione da galantuomini, che nel silenzio di un’esistenza appartata danno forma pittorica alle loro più intime riflessioni. Se ne ha la dimostrazione con Alfredo Serri (1898 - 1972), cui l’Ente Cassa di Risparmio dedica, curata da Stefano De Rosa, la prima antologica mai realizzata si questo allievo di Pietro Annigoni, a torto poco conosciuto dal grande pubblico: Alfredo Serri. L’universo si ricompone nel silenzio, ripercorre la parabola artistica di un uomo che visse appartato, mosso da passione autentica ma anche da un certo scetticismo, lontano da facili entusiasmi.

La pittura non fu per Serri un qualcosa di subitaneo: vi giunse soltanto nella seconda metà degli anni Venti, facendone però un’esperienza esclusivamente privata, uno spazio intimo dove esprimere le proprie sensazioni di uomo schivo e xx. Tant’è che la sua carriera si stava sviluppando in campo musicale, Serri essendo all’epoca professore di chitarra, violino e pianoforte e, membro dell’Orchestra del Teatro della Pergola, in qualità di violinista. Fu soltanto nel 1932 che decise di avvicinarsi a Pietro Annigoni, e diventare suo allievo, e da qui dedicarsi esclusivamente alla pittura. Dal maestro riceve una formazione pittorica che guarda al primo Novecento toscano e alla tradizione rinascimentale fiorentina, sapientemente accostata a echi del Realismo. Serri ne assimila la lezione, e pur entrando a far parte, nel secondo Dopoguerra, del cosiddetto Gruppo dei Pittori Moderni della Realtà, non mostrò particolari entusiasmi per un’arte che fosse veicolo d’ideologia politica, istanze sociali, e quant’altro. Signorilmente artista nel senso più profondo del termine, Serri proseguì la sua avventura artistica continuando la riflessione sull’interiorità dell’uomo. Ma andiamo con ordine.

Gli anni della sua formazione pittorica coincisero con un periodo particolarmente complesso; quello fra i decenni 1920 e 1930, quando la società dell’Ottocento, che aveva vissuti gli ultimi bagliori con la Belle Époque, viene definitivamente spazzata via dai rivolgimenti del primo Dopoguerra, con quella crisi di valori che a sua volta era espressione dell’Esistenzialismo di Nietzsche. “Dio è morto”, proclamò il filosofo tedesco. E l’uomo si trovò improvvisamente smarrito in un universo troppo vasto e troppo vuoto, e la sua stessa identità gli apparve più labile di prima.

Erano gli anni di Pirandello e del suo teatro sull’incomunicabilità fra individui, dell’apparenza che mai coincide con lo stato interiore; erano gli anni di Alberto Savinio, Giorgio De Chirico, Giorgio Morandi e Massimo Bontempelli. Quest’ultimo, sulle pagine della rivista "900", Cahiers d'Italie et d'Europe fondata assieme a Malaparte, espone la sua poetica innovatrice del Realismo Magico che invita l'artista a scoprire l'incanto dell'inconscio e delle avventure imprevedibili, però senza rinunciare alla funzione di controllo della sua ragione umana.

È qui che Serri trova l’ispirazione per la sua poetica pittorica, non scevra di quella sobrietà squisitamente toscana che fu sempre fra i caratteri della sua arte. L’antologica fiorentina propone un centinaio circa di sue opere (con un piccolo nucleo di pittori a lui contemporanei), divise fra natura morte, ritratti, paesaggi, composizioni, autoritratti, disegni e acqueforti, che ben illustrano il parco realismo di Serri, di gusto tipicamente toscano, parco e sommesso nell’utilizzo dei colori, mai troppo brillanti, sempre con una punta d’ombra (quell’ombra, come scrisse Malaparte, che è parte integrante dell’umore locale).

Particolarmente suggestive, e sottilmente inquietanti, le sette tele che ritraggono altrettante marionette, figure la cui luminosità è sfondo per un’indagine esistenziale dell’uomo. Se da un lato, nelle vesti settecentesche dei personaggi si coglie l’omaggio alla commedia dell’arte, dall’altro si ha a che fare con la difficoltà dell’uomo moderno di ritrovare completamente sé stesso. Una ricerca che Serri compie in studio, a contatto con i cari oggetti d’uso quotidiano. In queste composizioni si ravvisa un richiamo alla Metafisica, al Surrealismo, a De Chirico, Morandi e Magritte.

Le sue composizioni con libri, strumenti musicali, sculture, candelabri, fascicoli e tomi rilegati, se da un lato omaggiano garbatamente le Wunderkammer o i cabinets d’art rinascimentali (scrigni preziosi di malinconie esistenziali), dall’altro denotano appunto una segreta passione per le ambientazioni d’interno, luoghi dove appartarsi nel silenzio, e ricostruire quell’universo che sembra sfuggire. Ricostruirlo attraverso le proprie passioni, e la musica fu molto importante nella vita di Serri, al punto che ricorre spesso attraverso gli strumenti musicali che dipinge. Una realtà fatta di bellezza che, se non compresa, può rivelarsi effimera. E Serri, con quel suo tocco magico, forse appena un po’ scettico, ci spinge a diventare osservatori del bello, platonicamente inteso, poiché la bellezza è armonia, e all’uomo moderno manca proprio l’armonia, distrutta sui campi di battaglia di due guerre mondiali, nel caos delle città intasate dal traffico, negli odi suscitati da un rinnovato colonialismo economico.

Il bello, profondamente umano, emerge anche dai ritratti femminili. Il ritratto, una forma d’espressione artistica particolarmente complessa, probabilmente fra le più ambiziose che un artista possa indagare. Attraverso i tratti del volto, egli parla di un soggetto, delle sue ambizioni e angosce, dei suoi dubbi e spavalderie. Si tratta di una sorta di biografia visiva, scelta coraggiosa prima ancora che narcisistica, che quasi sempre esprime un’intensità tanto intima da indurre chi osserva a provare una certa qual commozione. Le sue donne, dagli occhi grandi e scuri, dai tratti garbatamente duri, commuovono per la solitudine che esprimono, con disincanto e ironia.

Il carattere schivo di Serri, e la sua toscanità, emergono anche dalle sue nature morte, mai magniloquenti, né teatrali, bensì sommesse, e per le quali sceglie frutti umili - mele, pere, noci -, e oggetti della tradizione contadina quali il fiasco di vino e semplici bicchieri.

Dalle nature morte emergono preziosi dettagli che contribuiscono a raffinare la pittura di Serri, non soltanto a livello estetico ma anche a livello concettuale. È il caso dei piccoli autoritratti inseriti nel vetro di un fiasco (Natura morta con frutta, fiasco e autoritratto, Natura morta con autoritratto, Natura morta con fiasco, bicchiere, vaso e autoritratto), e che denotano sfumate incursioni nell’ermetismo. Da sottolineare come lo stesso Serri fosse il primo artista in assoluto a utilizzare un simile espediente.

Apprese nel periodo della sua formazione, le influenze della tarda tradizione macchiaiola emergono nei due paesaggi L’Arno a San Niccolò e Strada di città, da cui si evince un senso d’intimità quei luoghi familiari quasi carducciano. Attraverso delicati colori, Serri dà voce alla parca bellezza toscana, in questo avvicinandosi alle pagine più ispirate di Idilio Dell’Era, anch’egli cantore mai nostalgico né banale di una civiltà agricola ormai scomparsa.

Ad arricchire la mostra, una piccola ma significativa scelta di tele di pittori a Serri contemporanei (fra cui Annigoni, Guarienti, Acci, Antonio e Xavier Bueno), per inquadrare la sua opera nel contesto del realismo italiano di quegli anni.

Nonostante una certa apparente austerità, che preferiamo chiamare sobrietà, Serri non è pittore della malinconia, bensì del pensiero, e in questa bella mostra è possibile ammirare oltre all’artista, l’uomo.