Nonostante anni di riforme e la promessa di un "campione regionale" dei servizi, la Toscana appare oggi frammentata, incapace di chiudere il ciclo dei rifiuti e ostaggio di veti incrociati. Perché, a fronte di una retorica costante sull'economia circolare, ci ritroviamo ancora a discutere di governance incerte e impianti contestati? La risposta non è tecnica, ma squisitamente politica, e risiede in una preoccupante frattura tra la Giunta regionale e le istanze dei territori.
La denuncia arriva forte e chiara dal comitato "Open Multiutility", un coordinamento trasversale che vede protagonisti figure come Paolo Bambagioni (Firenze) e Jonathan Targetti (Prato), insieme ai presidenti delle Commissioni Controllo di Pistoia e delle tre province. L'accusa è che la Toscana sarebbe oggi "senza governo" nel settore dei rifiuti. La mancanza di una guida strategica regionale sta impedendo quella transizione necessaria verso l'autosufficienza e il recupero dei materiali.
I rappresentanti delle Commissioni chiedono una netta "discontinuità" nella dirigenza di Plures, in vista del rinnovo delle cariche societarie previsto per la fine di questo mese. Secondo il comitato, l’immobilismo decisionale ha un prezzo salato che ricade direttamente sulle bollette: "Le mancate scelte strategiche sugli impianti si traducono in extra costi, per di più in un momento nel quale bisogna andare verso l'economia circolare, il recupero dei materiali, una maggiore autosufficienza. La Toscana, e nello specifico l'area Firenze-Prato-Pistoia, non può più permetterselo."
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Questa assenza di regia centrale non è solo un deficit amministrativo, ma un ostacolo strutturale: senza impianti, l'economia circolare resta un'aspirazione teorica mentre i flussi dei rifiuti continuano a viaggiare (e a costare) verso mete extra-regionali.
A quattro anni dal lancio del progetto Multiutility, il bilancio tracciato dal fronte trasversale dei consiglieri è impietoso. Quella che doveva essere la soluzione per l'efficienza dei servizi pubblici sembra essersi trasformata in un labirinto burocratico e gestionale. Le criticità identificate riflettono il fallimento degli obiettivi programmatici iniziali:
- Costi operativi: Nessuna riduzione significativa delle spese, nonostante le economie di scala promesse.
- Tariffe all'utenza: Assenza di benefici tangibili per i cittadini, con un trend che non accenna a flettere.
- Piano Impiantistico: Un cronoprogramma di investimenti che appare oggi confuso e soggetto a rinvii.
Il comitato sollecita un immediato "cambio di passo" e richiede che gli organi di revisione e controllo facciano piena luce sulla gestione di Plures. La richiesta di discontinuità è un segnale politico preciso: la fiducia nella governance attuale è ai minimi storici, non solo tra le opposizioni, ma anche in ampie porzioni della stessa maggioranza regionale.
L’emblema della tensione che attraversa il cosiddetto "campo largo" toscano è il recente via libera all’impianto di ossidazione termica senza fiamma a Legoli, nel comune di Peccioli. La delibera di Giunta ha autorizzato il progetto gestito da Belvedere Spa e dalla società mista Novatosc, ma ha aperto una voragine politica.
Marco Stella (Forza Italia) ha attaccato l'ambiguità del Movimento 5 Stelle. L'assessore all'Ambiente David Barontini (M5S), infatti, ha votato a favore dell'impianto in extremis, smentendo le sue stesse dichiarazioni critiche di pochi giorni prima e la storica linea "no inceneritori" del suo movimento. Le dinamiche di coalizione hanno prodotto esiti paradossali:
- La spaccatura di AVS: L'assessore Alberto Lenzi ha votato coerentemente contro, segnando un punto di rottura all'interno della Giunta.
- L’assenza strategica: Ha destato scalpore l’assenza dell’assessora Alessandra Nardini (PD); un dettaglio non trascurabile, dato che la Nardini è la rappresentante dell'area pisana, proprio il territorio che ospiterà l'impianto di Peccioli.
Questo "valzer" evidenzia come decisioni industriali di portata decennale vengano sacrificate sull'altare degli equilibri di potere, trasformando la pianificazione ambientale in un esercizio di sopravvivenza politica.
Mentre a Firenze si consumano gli strappi in Giunta, nei territori monta la rivolta. Il 9 settembre, l'assessore Barontini affronta un confronto istituzionale con gli 11 sindaci della Valdinievole (Buggiano, Chiesina Uzzanese, Lamporecchio, Larciano, Massa e Cozzile, Monsummano Terme, Montecatini Terme, Pescia, Pieve a Nievole, Ponte Buggianese e Uzzano). Al centro del colloquio, le pesanti criticità nei rapporti con Alia e ATO Toscana Centro.
Barontini cerca di vestire i panni del mediatore: "Ho ritenuto importante favorire un confronto diretto fra l'amministrazione regionale e i Comuni, perché credo che sui servizi che incidono concretamente sulla vita delle comunità le istituzioni debbano partire proprio da chi ogni giorno amministra i territori."
Resta tuttavia un'ombra di incoerenza: Barontini si pone come ascoltatore attento dei territori in Valdinievole, mentre pochi giorni prima agiva come l'uomo del "sì" decisivo per l'impianto di Peccioli. Il dubbio è che questo dialogo sia una mediazione tardiva per contenere un malcontento che ormai viaggia oltre i confini del controllo di Alia.
Da un lato, la necessità industriale di dotarsi di impianti moderni come l’ossidazione termica senza fiamma per uscire dall'emergenza; dall'altro, una politica frammentata che utilizza la governance di Plures e della Multiutility come merce di scambio per la tenuta delle coalizioni.