Rubrica — Mostre

La straordinaria modernità dell’arte ellenistica

Atena (Minerva di Arezzo). 300-270 a.C.

A Palazzo Strozzi, 50 capolavori dai più prestigiosi musei del mondo, per raccontare l’evoluzione estetica di un’età che è stata cruciale per i successivi sviluppi della storia umana, Rinascimento compreso. Fino al 21 giugno 2015. Tutte le informazioni al sito www.palazzostrozzi.org.


FIRENZE - In un’epoca quale è la nostra, assediata dall’ossessione della tecnologia, della velocità, della virtualità, può destare una certa impressione il veder scaturire la dimensione più intima e profonda dell’essere umano, dalla semplicità della lega bronzea scolpita due millenni orsono in Età Ellenistica, ovvero nel periodo del massimo fulgore politico e culturale della civiltà greca, quando Alessandro Magno tentò di fonderla con la civiltà orientale, vagheggiando così un’ardita utopia di unità socio-culturale, splendida anticipatrice dell’attuale dialogo fra la Turchia, il Medio Oriente e l’Unione Europea, e gettando le basi per la nascita della stessa Europa moderna, che avrà in Carlo Magno uno dei suoi primi campioni.

Quelle radici si formarono molti secoli prima, nella soleggiata e pietrosa Penisola greca, che diverrà la più grande potenza politica occidentale prima dell’Impero Romano, grazie alle conquiste di Alessandro Magno, a partire dal 334 a.C., anno in cui assoggettò l’Impero Persiano. Iniziò da lì il processo di diffusione a Est della cultura greca, che venne conosciuta dalle corti orientali, in un clima di internazionalizzazione che portò alla nascita di biblioteche, cenacoli artistici, filosofici e scientifici, dalla Grecia all’Egitto, alla Persia all’Anatolia.

Questa fervida età - che vide la nascita di un Impero, suddiviso alla morte di Alessandro nei tre regni d’Egitto, d’Asia Minore e di Grecia -, ebbe termine nel 31 a.C., con la caduta, per mano di Ottaviano Augusto, del regno d’Egitto, mentre un secolo prima erano stati conquistati gli altri due regni ellenistici. Una fine dovuta alla superiorità della potenza militare romana, che fu però a sua volta conquistata dalla superiorità artistica dell’Ellenismo, che ebbe nella scultura i suoi momenti più alti. A quest’epoca e alla sua produzione artistica è dedicata Potere e Pathos. Bronzi del mondo ellenistico, curata da Jens Daehner e Kenneth Lapatin e organizzata dalla Fondazione Palazzo Strozzi in collaborazione con il Getty Museum di Los Angeles, la National Gallery of Art di Washington e la Soprintendenza archeologica toscana; una mostra di respiro internazionale, un’occasione pressoché unica, almeno nel breve periodo, per ammirare cinquanta capolavori bronzei d’età ellenistica e romana, fra teste d’animali, figure umane e figure mitologiche, provenienti da musei di tutto il mondo, fra cui, oltre ai già citati musei americani, il Louvre, l’Archeologico di Sofia, il Kunsthistorisches di Vienna, il British di Londra, e la Galleria degli Uffizi, che ha prestate ben quattro opere.

Le sette sezioni della mostra, che spaziano da un’introduzione dedicata alle radici della radici della scultura ellenistica e al collezionismo mediceo, all’iconografia del potere, al realismo e all’espressività del nuovo linguaggio scultoreo, dalle divinità all’interesse dell’Ellenismo per gli stili arcaici, ricostruiscono il contesto storico, politico e geografico di quella grandiosa età, che dalle coste greche portò la sua fiamma fin su quelle del Mar Nero e del Nord Africa, sfiorando il Golfo Persico e la lontana India. Nella travolgente marcia verso Oriente, Alessandro Magno assoggettò i piccoli dispotici regni che tentarono di resistere alle sue armate, e il nuovo scenario politico produsse anche nuove condizioni per gli artisti, che ebbero modo di operare presso queste corti autocratiche, alla ricerca di strumenti di propaganda per legittimare la loro politica, come del resto aveva fatto lo stesso Alessandro Magno. Sin dalle epoche più remote, l’arte è stata un potente mezzo di comunicazione, anche ideologica. Ma andiamo con ordine.

La scultura è la forma d’espressione artistica forse più complessa, eroica nel suo voler racchiudere in una forma quella che è anche una realtà spirituale, ovvero l’uomo. E l’uomo è appunto il soggetto principale della scultura antica, quando l’arte era in stretta simbiosi con la filosofia, e aveva nella bellezza una sorta di punto d’onore. La preziosità del bronzo ellenistico, aumenta il fascino di queste figure, pur consumate dai secoli che sono trascorsi.

La bellezza classica del V Secolo a.C., pur nella sua perfezione formale, aveva il torto di essere fisicamente idealizzata, e priva di quella drammaticità interiore che invece caratterizza l’essere umano reale. A superare questi modelli, ormai giunti al loro limite espressivo, contribuì non poco lo scultore Lisippo (390/385 a.C. - dopo il 306 a.C.), che pure proveniva dalla vecchia scuola; le sue intuizioni arricchirono la scultura di un’accurata espressione naturalistica della capigliatura, una riduzione delle dimensioni della testa rispetto agli antichi, e riproducendo il corpo con maggior snellezza; e, a detta di Plinio il Vecchio, «È fama che Lisippo abbia contribuito molto al progresso dell'arte statuaria». Rivoluzionò il canone di Policleto e anticipò Vitruvio, introducendo in scultura quegli accorgimenti prospettici che già venivano usati in architettura, attraverso la deformazione prospettica e degli oggetti, che correggeva le deformazioni prodotte dalla visione dell’occhio umano, visione che per i Greci si materializzava attraverso sfere successive che si propagavano dalla forma dell'occhio e che appunto deformavano gli oggetti. In architettura, le entasi delle colonne del Partenone sono un espediente per “riequilibrare” la percezione delle colonne stesse.

Purtroppo, buona parte della produzione di Lisippo, così come della statuaria ellenistica, è andata dispersa nei secoli, e pertanto, la Base di statua, in marmo, con l’iscrizione della firma dello scultore, priva però della figura in bronzo, simboleggia in modo suggestivo le gravi perdite di quell’immenso patrimonio artistico. A fianco, l’altrettanto suggestivo bronzo dell’Arringatore, di cui riparleremo.

A personificare l’Ellenismo, da un punto di vista politico, il bronzo di Alessandro Magno a cavallo, e che in origine brandiva una spada andata poi persa. Si ipotizza sia una riproduzione di dimensioni ridotte di un gruppo monumentale dedicato a soldati macedoni caduti in Persia durante la battaglia sul fiume Granico. La posizione del cavallo - eretto sulle zampe posteriori -, la chioma scompigliata di Alessandro che brandendo la spada guida i soldati all’assalto, conferiscono guerresca drammaticità e scenograficità alla statua, icona di un potere politico che si basava in gran parte sul carisma del grande condottiero. Figure politiche di spessore, e delle quali, pur senza richiedere slanci guerreschi, la società contemporanea avverte la mancanza.

Parallelamente all’iconografia politica, se ne sviluppò un’altra dedicata allo studio della figura umana, dall’atleta all’anziano; il cosiddetto bronzo Getty, raffigurante un atleta che sta per togliere la corona d’alloro per farne omaggio agli dèi, è caratterizzato dalla fierezza del vincitore, sul cui volto traspare una leggera ombra d’eroica stanchezza, che dà profondità a lineamenti non troppo personalizzati. Ma anche qui, comunque, l’umanità prevale sull’idealità.

E ancora, fra la poesia dei satiri danzanti, il fascino del pugile seduto prima del combattimento, o un Ermes che è l’antenato del Perseo del Cellini, scopriamo statue d’uomini, sovrani o popolani che siano, dalle quali scaturisce tutta la verità dell’essere umano, sia attraverso una puntuale caratterizzazione fisionomica del personaggio in questione, riproducendone, ad esempio, eventuali rughe lasciate dallo scorrere dell’età, oppure la sviluppata muscolatura nel caso degli atleti, oppure ancora espressioni di concentrazione che sconfinano nell’angoscia, lontani da quella calma maestosa e soprannaturale dei modelli ideali del passato. Si tratta di statue che hanno l’uomo quale loro autentico soggetto, l’uomo con i suoi pensieri più veri, da lui realmente pensati, secondo i dettami della maieutica socratica, che porta l’individuo a pensare in autonomia, lontano dalla caotica influenza dell’arte della persuasione predicata dai Sofisti. La grandezza dell’arte ellenistica risiede nella sua estetica concettuale dell’uomo inteso come individuo dotato di libero arbitrio, e che sarà alla base del Rinascimento, oltre mille anni più tardi. Firenze fu il centro propulsore di quella nuova età, anche grazie alla presenza della dinastia medicea, attenta e munifica mecenate delle arti, i cui membri furono appassionati collezionisti d’arte antica, ed ellenistica in particolare. Cosimo il Vecchio, sui nipote Lorenzo il Magnifico, e Cosimo I, ebbero un amore viscerale per l’Ellenismo, e dalla collezione dell’ultimo provengono le statue dell’Arringatore e della Minerva; la prima, databile al finire del II Secolo a.C., è di scuola romana tardorepubblicana, e raffigura un uomo togato, nell’atto d’imporre solennemente il silenzio a una folla immaginaria, con la destra protesa in avanti. Sottili rughe solcano la fronte di un uomo, etrusco, appena affaticato dagli anni e dall’esperienza, esperto nel relazionarsi con la folla e nel dominarla, anche per scopi politici. Un uomo che oggi si definirebbe un “borghese in ascesa”, in competizione con la vecchia aristocrazia senatoriale romana. Il nuovo che si sovrappone a un passato ormai in decadenza, in un impercettibile, gattopardesco, avvicendamento sociale. Di raffinata eleganza il drappeggio della toga, che completa l’aplomb dell’uomo.

Parimenti, la Minerva, databile fra il 300 e il 270 a.C., è caratterizzata da un elegante drappeggio, che fa da cornice a una femminilità accennata dal volto pienotto e le labbra socchiuse, e di cui s’ipotizza la provenienza dalla Magna Grecia. Ipotesi a parte, è rimarchevole nell’opera la nuova maniera di rappresentare la donna, che da mero oggetto all’interno di una società patriarcale, in Età Ellenistica compie importanti passi avanti sulla via dell’emancipazione, partecipando alla vita sociale, e acquisendo il diritto di amministrare direttamente i propri beni, destinare e ricevere eredità, nonché decidere sul matrimonio delle figlie. Come le Madonne del Botticelli - donne in carne e ossa e non ieratiche figure divine -, che caratterizzeranno il primo Rinascimento fiorentino, l’arte ellenistica raffigura le proprie dee sotto le spoglie di donne non più ideali, e a caratterizzare la Minerva, è il fiero e pensoso sguardo di colei che sente la responsabilità di una coscienza civile. Da non dimenticare che molte donne ricoprirono cariche amministrative. Un’iscrizione del II secolo a. C. dà notizia di un arconte donna, Istro, e un’altra del I secolo parla di File, primo magistrato donna di cui si abbia notizia.

Ma la ritrattistica femminile, introdotta proprio in Età Ellenistica, prescindeva dalle divinità, per dar volto anche alle proprie sovrane, come testimonia il bel volto della regina egiziana Arsinoe, del III Secolo a.C.

A rendere straordinariamente vive le sculture ellenistiche, quel pathos che, dalla fine del II secolo a.C., si riuscì a esprimere attraverso di esse, che da quel momento divengono attente rappresentazioni dell’interiorità umana; la testa maschile dell’Archeologico di Atene, che ancora conserva gli occhi originali in pasta vitrea, che ne acuiscono l’intensità emotiva; un uomo il cui sguardo disincantato, e lievemente angosciato, è pertinacemente teso verso l’infinito, a voler penetrare il mistero dell’esistenza.

Una civiltà in stretto rapporto con la natura, le stelle, i pianeti, come ci ricordano i versi di Esiodo, che però scopre sulla Terra la sua ragion d’essere, e al centro di un’armonia celeste fra il qui e l’altrove, dedica ogni giorno dell’esistenza al compimento della propria natura di esseri umani, seguendo quell’ideale platonico della bellezza che, pur non avendo letto gli scritto del suo teorico, in qualche maniera portava comunque nel sangue. E qui risiede la straordinaria modernità di una civiltà che seppe elevare sé stessa a un livello di perfezione morale e intellettuale, pur nella sua arcaica semplicità, cui oggi è doveroso guardare, per tentare di riscoprire quelle radici umane che la “grande abbuffata” di tecnologia e realtà virtuale ci ha fatto colpevolmente dimenticare.

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