Inaugurata oggi a Boboli la mostra di Deredia


Firenze – Quaranta grandi sculture di bianco marmo di Carrara o bronzo, in dieci sequenze di quattro, per raccontare la simbolica perfezione della sfera, la stupefacente vertigine del cosmo, lo spazio e il tempo, l’evolversi della materia, l’immensità della natura, le origini dell’uomo, il miracolo della vita.

Il Mistero della Genesi è titolo e tema della spettacolare mostra di Jorge Jiménez Deredia, allestita al giardino di Boboli e in parte in città, presentata oggi a Firenze dal soprintendente al Polo Museale Fiorentino Antonio Paolucci e dalla direttrice del giardino Litta Medri. Promossa dalla Soprintendenza e patrocinata dal Comune di Firenze, dalla Provincia e dalla Regione Toscana, l’esposizione è stata allestita nella Limonaia grande di Boboli progettata da Zanobi del Rosso nel periodo lorenese, completamente restaurata e qui re-inaugurata, cattedrale elevata alla natura, prestata per la circostanza a un evento artistico destinato a celebrare, attraverso pietra e metallo, le meraviglie e l’insondabile enigma del creato. L’allestimento è dell’architetto Mauro Linari Il catalogo è edito da Bandecchi & Vivaldi (pagine 128, € 15).

Due imponenti sculture in bronzo sono state installate anche nell’anfiteatro del giardino. Una terza, in marmo, in piazza Pitti sul fianco del Palazzo. Un’altra in marmo, lunga circa 8 metri, in piazza della Repubblica, l’ultima, in bronzo, nel piazzale degli Uffizi.

Artista di valore universale, costaricano di nascita e ispirazione, studioso del Rinascimento, Deredia è italiano d’adozione e scelta culturale. E’ il primo non europeo chiamato nel 2000 ad arricchire con una sua imponente scultura la Basilica di San Pietro. Di lui hanno scritto: “Molti uomini hanno affidato alla filosofia, alla matematica, alla poesia, alla letteratura la manifestazione del loro pensiero. Deredia lo fa con la scultura. La più fisica delle arti diventa così metafisica. In Deredia la trasformazione del marmo e del bronzo è metafora del processo senza tempo di trasmutazione del cosmo: materia che prende forma, vuoto che si riempie, materia che diventa luce”.

La Genesi è la magnifica ossessione di Deredia: una misteriosa e rotonda partita a scacchi in quattro mosse, con cui l’artista rappresenta la nascita del tutto e il fiorire della vita. L’origine è la sfera che, nella sua perfezione geometrica e filosofica, materializza il cosmo prima del big bang.

La sfera esplode nella scultura come un seme che germoglia, e si espande via via, dilatandosi in dimensioni crescenti e fasi sempre più complesse da cui emerge, finalmente, l’uomo. Anzi la donna, grande madre emblematica abbracciata per lo più a se stessa, ma sempre di morbide forme circolari e sempre riconducendoci alla sfera primigenia. Gli intervalli tra le quattro sequenze rappresentano ciò che Deredia chiama Tempo mistico, ovvero il momento in cui si realizza il divenire, in cui la materia misteriosamente trasmuta in nuove forme e nuovi contenuti. Sono sculture anche fisicamente importanti, strutture che pesano talora anche più di 40 tonnellate, sono larghe fino a sette metri, alte tre, spesse uno.

Alla sorgente delle molte ispirazioni di Deredia troneggiano le millenarie sfere del popolo Boruca, la civiltà fiorita nel sud del Costa Rica dal 1.500 circa avanti Cristo all’approdo di Cristoforo Colombo. Se ne sa pochissimo: quanto basta però per affermare che chi riusciva a produrre queste sfere perfette, grandi (anche 16 tonnellate) o piccole che siano, dovesse possedere tecniche non solo raffinate, ma anche non comuni modi di pensare. Di fatto, sono uno dei primi esempi assoluti di arte astratta. E che la società del Costa Rica si sia evoluta in senso decisamente orizzontale o che il paese sia oggi l’unico senza forze armate è, secondo molti, un evidente lascito della civiltà Boruca.

Con quelle sfere in testa, Deredia è approdato giovanissimo a Firenze (adesso ha 51 anni) per studiare architettura e arte, per innamorarsi irrimediabilmente di Brunelleschi, Leon Battista Alberti, Michelangelo, per fondere umanesimo Boruca e umanesimo italiano, con una convinzione, profondamente laica e religiosa insieme, circa il dovere di recuperare quei valori: per vincere il processo globalizzante che tutto omologa, per ritrovare noi stessi e la nostra più profonda identità, per ristabilire un rapporto con il tutto da cui veniamo e, in fondo, per vivere meglio in questo difficile presente.

Da molti anni Deredia vive e lavora nei dintorni di Carrara, all’ombra delle cave mitiche, figlio di una vocazione indistruttibile, di una missione radicata nel profondo, di un’idea dell’arte come energia e illuminazione cosmica, che ne attraversa l’intera produzione. Dice, in sintesi: “Siamo figli delle stelle, lì siamo destinati a tornare”.

Redazione Nove da Firenze