Rubrica — Mostre

Piero di Cosimo, rinascimentale "inappartenente"

Piero di Cosimo - Il ritrovamento di Vulcano (1487-1490 ca.)

In collaborazione con la National Gallery di Washington, la galleria degli Uffizi ospita la prima antologica italiana dedicata a uno dei poeti “minori” del Rinascimento italiano, la cui influenza giunge sino ai Surrealisti. Fino al 7 settembre 2015. Tutte le informazioni al sito www.unannoadarte.it.


FIRENZE - Si è soliti pensare al Rinascimento come a una prepotente (ri)affermazione del pensiero umano, eseguita ispirandosi all’Età Classica, della quale si riprendono da un lato la filosofia, dall’altro i canoni estetici, mutuati dalla scultura antropomorfa bronzea e marmorea. Fra i maggiori interpreti di questa tensione muscolare che fa dell’uomo un essere vivo e pensante, si annovera senza dubbio Michelangelo, che tradusse nelle sue opere il sentire platonico (introdotto a Firenze da Marsilio Ficino), dell’anima prigioniera del corpo, e dell’ascesi mistica che avvicina al Bello assoluto. Una concezione del Rinascimento, questa, fortemente radicata nell’idea di centralità dell’uomo nella Natura e nell’universo, ma che nel tardo XVI Secolo subirà gravi contraccolpi, mirabilmente fermati sulla tela da Giorgione ne La tempesta. Se questa, in estrema sintesi, è comunque la linea del pensiero rinascimentale, ciò non toglie che vi siano stati artisti che a loro modo vi si discostavano, tanto da essere indicati dai contemporanei alla strega di ingegni bizzarri, eccentrici, e stravaganti, non tanto per stile di vita, quanto per orientamento culturale.

Fra gli eccentrici del secondo Quattrocento, il fiorentino Piero di Cosimo occupa un posto di rilievo per la sua particolare inclinazione filosofica, straordinariamente confacente al sentire del popolo toscano, in tutto e per tutto modesto e parsimonioso. Al Rinascimento “muscolare” di Michelangelo, contrappone la parca silenziosità dalla Grecia arcaica, culla della civiltà e della coscienza dell’uomo.

Piero di Cosimo 1462-1522. Pittore eccentrico fra Rinascimento e Maniera, è la prima antologica italiana dedicata all’artista in questione, celebra nell’ambiente degli storici dell’arte, ma pressoché ignoto al grande pubblico. Curata da Elena Capretti, Anna Forlani Tempesti, Serena Padovani e Daniela Parenti, la mostra riassume in circa cento opere fra dipinti e disegni, la parabola artistica di colui che, formatosi nella città natia presso la bottega di Cosimo Rosselli, non ancora ventenne seguì a Roma il maestro per lavorare agli affreschi della Cappella Sistina, ed ebbe modo di familiarizzare con l’altro grande polo del Rinascimento italiano. Fu attivo fra l’Urbe e Firenze, dove si spense nel 1522.

Data l’eccezionalità di questa prima volta, la mostra assume un carattere di riscoperta e di studio dell’artista, e si sviluppa, in un certo senso, su una serie di ipotesi. A cominciare dalla presentazione cronologica delle sue opere, così come ipotizzata dai curatori. Ancora a livello ipotetico, è la ricostruzione della grande impresa fiorentina di Piero, ovvero la camera del mercante fiorentino Fabrizio Del Pugliese, realizzata per il palazzo del committente in via dei Serragli. La mostra non sottovaluta la capacità dell’artista d’infondere tenerezza e poesia alla propria pittura, tanto da farne una sorta di punto di vista privilegiato. Infine, affiancati alle tele, anche quaranta disegni, dei quali appena otto sono di certa attribuzione, mentre per gli altri ancora si parla di ipotesi. Tuttavia questo corpus, proveniente per la maggior parte dal Gabinetto Disegni e Stampe degli Uffizi, è offerto ai visitatori nella contestualizzazione cronologica delle opere.

Una mostra di studio, quindi, dedicata a colui che più tiepidamente condivise l’entusiasmo per Platone, e cercò risposte alle sue domande nella filosofia dei Cinici, molto poco in tono con gli sfarzi delle corti aristocratiche dell’epoca. Il fine ultimo dei Cinici è il raggiungimento della felicità (eudaimonia), e della lucidità mentale, in modo da liberarsi dell’ignoranza e della follia, causata, quest’ultima, dal falso giudizio sui valori morali, che causa a sua volta emozioni negative, desideri contro natura e vizi. La felicità, per contro, la si acquisisce vivendo in armonia con la natura. Una dottrina in tono con la personalità di Piero, uomo schivo, dai costumi semplici, quasi rozzi, a giudicare da come ne scrive il Vasari nelle sue Vite.

Questo contemplare la Natura - intesa non necessariamente come luogo della centralità dell’uomo, bensì come vastissimo regno nel quale l’uomo è soltanto uno dei protagonisti, e nemmeno essenziale -, lo si ritrova nell’ammirata perizia con la quale Piero dipinge i suoi sfondi naturali, permeati di pensoso silenzio, di leggiadri giochi di luce, di quella maestosa armonia dell’infinito all’interno della quale l’uomo è soltanto un piccolo ingranaggio; colto, arguto, razionale, ma comunque piccolo. E ancora, Piero impreziosisce i suoi quadri con la presenza di animali, non in posizioni convenzionali, bensì colti nel loro muoversi nella natura.

La mostra degli Uffizi contestualizza Piero di Cosimo nel suo tempo, e propone il raffronto con illustri contemporanei, quali, fra gli altri, Ghirlandaio, Filippino Lippi, Fra’ Bartolomeo, e Cosimo Rosselli. Tuttavia, per comprendere appieno la sua grandezza, crediamo sia opportuno soffermarsi sulle sue opere tenendo presenti i successivi sviluppi dell’arte, dal Seicento al Novecento.

Particolarmente interessanti, in ambito italiano, le due tavole un tempo inserite nella camera del mercante Del Pugliese, ovvero La caccia, e Il ritorno dalla caccia (entrambe, 1494-1500 ca.), due fra le opere più originali del Rinascimento. In quello che si può considerare un grande affresco della natura (animale e umana), Piero illustra la violenza che permane fra esseri viventi. Una visione pessimistica, che, in un ideale percorso di storia artistica e sociale, permea anche le opere del quacchero Alessandro Magnasco, in particolare dell’attribuito Paesaggio con assalto di briganti, opera nella quale la solenne magnificenza della Natura sembra essere l’unica Arcadia dove cercare scampo dalla violenza e la malvagità dell’uomo.

Fondamentale per comprendere la poetica degli affetti nella pittura di Piero di Cosimo, è la Madonna col Bambino e due angeli (1505), una scena sacra eppure familiare per la tenerezza e la gaiezza che la caratterizzano. In particolare, le espressioni dell’angelo a sinistra e del Bambino, colti in un sorriso a denti scoperti, che conferisce loro una sorta d’inquieta naturalezza, ispirata alla scuola fiamminga, ma arricchita nell’espressività, e che, in una sorta di perpetuo dialogo fra artisti, gli stessi fiamminghi ritroveranno a Roma quando vi caleranno per apprendervi la “maniera moderna”; i Bentvueghels, devono qualcosa anche a Piero di Cosimo.

Nella produzione di Piero di Cosimo, riveste una particolare importanza Il ritrovamento di Vulcano (1487-90 ca.), essendo una delle uniche due tele a lui con certezza attribuite. La scena mitologica, tramandata dall’Eneide e dalle Ecloghe, è ripresa sullo sfondo di una natura lussureggiante, dal sapore esotico, e resa con i toni della gioventù goliardica cantati da Lorenzo il Magnifico e dal Poliziano, nel senso che lo smarrito Vulcano è accolto e rifocillato da avvenenti, discinte ragazze, sui volti di tre delle quali brilla un malizioso e carnascialesco sorriso. A questa tela si avvicina il Satiro che piange la morte di una ninfa (1495-1500 ca.), non tanto per l’atmosfera; qui infatti, la compassione espressa dal satiro si fa profonda poesia d’amore, a evocare Oscar Wilde e il “dolore che dura per sempre”. In relazione a quell’ambito temporale, le due opere in questione si avvicinano perché la perizia di Piero nel raffigurare la natura, ricca di fiori, brillante nei toni del verde, ne fa un modello di riferimento per i pittori della scuola Preraffaellita.

Ritornando alle concezioni filosofiche di Piero, ci sembra emblematica la tavola San Giovanni evangelista a Patmos (1485-1490 ca.), nella quale, sull’ormai consueto sfondo naturale di severa magnificenza, l’evangelista è ritratto in colorate vesti rinascimentali, con le quali contrastano violentemente il pallore del volto e la cupezza dell’espressione. Come un filosofo cinico, San Giovanni medita in solitudine, forse perso nell’amara certezza di quanto sia difficile “trovare gli uomini”.

Ma l’influenza di Piero di Cosimo, non si ferma all’Ottocento dei Preraffaelliti; giunge sino all’avanguardia surrealista, per la quale la sua “bizzarria” e le sue invenzioni furono un’inesauribile fonte d’ispirazione. Da non tralasciare il fatto per cui, l’attenta resa del paesaggio naturale, e la particolare brillantezza coloristica, fanno di Piero di Cosimo un precursore del Realismo magico, che avrà dalla Germania alla Toscana, valenti maestri. A conferma dell’immensa portata artistica che il Rinascimento ha avuta non soltanto in Italia, ma nel mondo intero.

Niccolò Lucarelli

Mostre — rubrica a cura di

E-mail: