Rubrica — LifeStyle

La Villa Favard di Rovezzano e il suo parco

Fotografie di Marco Panti

Notizie storiche, artistiche e ambientali su un patrimonio culturale e ambientale che i cittadini vivono “distrattamente”


La Villa Favard, con l’omonimo Parco che la circonda, si trova nella località di Rovezzano a Firenze, da non confondere con l’altra omonima villa, realizzata per conto della medesima committente e ad opera dello stesso progettista, che si trova a Firenze, ma nel centro della città, in prossimità dell’attuale Via Palestro.La Villa Favard e il Parco, di cui qui parliamo, si trovano invece nella periferia est della città di Firenze, appunto nella frazione di Rovezzano, con attuale ingresso principale in Via Rocca Tedalda 451 e secondario in Via Aretina 511, ed ospita oggi la sede distaccata del Conservatorio di Musica Luigi Cherubini, di Firenze, mentre il parco che la circonda è pubblico e aperto alla cittadinanza.

Vediamone adesso il complesso percorso e l’attuale punto di arrivo. La lunga storia della Villa Favard di Rovezzano, considerata fra i modelli più riusciti di nobile villa classica fiorentina, assieme al suo bellissimo parco, è intrecciata fortemente con la storia della città di Firenze e dell’antico borgo di Rovezzano nei cui pressi è collocata, inserendosi in un arco di sviluppo che va dal Medioevo ai giorni nostri. L’edificio però alla sua nascita era ben diverso, ovviamente, da quello di oggi. Esso fu denominato anticamente “Palagio dei Pini”, per gli ombrosi pini che la circondavano, evidenziando con ciò fin dai suoi lontani inizi medioevali la ricchezza arborea dell’area in cui esso era inserito, ad est del territorio del Comune di Firenze, sulla riva destra del fiume Arno, nel territorio denominato Rovezzano per evidenziare la sua natura verde e poco antropizzata, dato che la tradizione vuole tale denominazione derivante dalla parola latina alto-medievale indicante la presenza in esso proprio di numerosi roveti (Rovezzano, dal latino “rubetum”= roveto + “anus” = suffisso di luogo, cioè luogo di roveti). Del resto gli antichi romani alla fondazione di Firenze avevano centuriato, cioè delimitato per usi agricoli, i territori della pianura fiorentina solo fino al torrente Mensola, lasciando deliberatamente fuori dalla loro organizzazione agricola l’area ad est della torrente, quella appunto della futura Rovezzano, che pertanto era poi rimasta del tutto incolta e intricata, e quindi ricca di rovi, nei primi secoli di storia della città.

Successivamente però, a partire dal Duecento, il territorio di Rovezzano aveva acquisito importanza, oltre che per la ricchezza agricola che nel tempo vi si era sviluppata, anche per la presenza del fiume Arno che in quel tratto grazie alla sua sufficiente pendenza permetteva la facile costruzione di mulini per la produzione di farina e di gualchiere per il trattamento (follatura) dei tessuti, nonché per il passaggio della diramazione per Firenze della antica arteria romana di collegamento con Arezzo denominata “Cassia Vetus”, sebbene in quel momento il suo percorso per Roma fosse messo in secondo piano dal più breve tracciato della “Cassia Nova” che passava per “Quartum” (dal latino “quarto miglio”, oggi nei pressi di Quarto di Bagno a Ripoli), ma che comunque incrociava il vecchio percorso nelle immediate vicinanze, al guado sull’Arno situato a Varlungo (da “vadum longum”, guado lungo). Il “Palagio dei Pini” collocato in quel punto nodale appartenne inizialmente perciò, alla fine del Duecento, alla famiglia patrizia fiorentina dei Cerchi, originaria di Acone, oggi frazione di Pontassieve, dove possedeva un munito castello, oggi scomparso, e che assieme ad altre famiglie potenti dell’epoca, fra cui quella fiesolana dei Tedaldi, che ci hanno lasciato la Rocca posta nel soprastante colle di Montabano, dominava in quegli anni nella pianura ad est di Firenze. I Cerchi, provenienti dalla Val di Sieve, si erano rapidamente affermati a Firenze e dai primi anni del Duecento possedevano a Firenze una delle più grandi società mercantili e bancarie dell’epoca, restando tutt’oggi ancora presenti nella toponomastica cittadina. A Rovezzano, vicina alla Val di Sieve da cui provenivano, i Cerchi possedevano perciò in quegli anni nei pressi del borgo omonimo una vasta area agricola che andava dall’Arno alle propaggini del colle di Settignano, con al centro la fattoria fortificata con una corte recintata da alte mura e possenti torri angolari, che divenne nota come il “Palagio dei Pini”, nonché poderi e un mulino da grano sull’Arno con annessa gualchiera per il trattamento dei tessuti. Erano gli anni precedenti a quelli delle maggiori ville-fortezze di Careggi, Cafaggiolo, Salviati, le quali con le modifiche apportate dai ricchi proprietari avrebbero poi assunto il compito di rappresentare il modello della villa fiorentina del Primo Rinascimento. Una di queste fu quindi la fattoria fortificata dei Cerchi di Rovezzano.

Con il primo affermarsi della realtà comunale fiorentina si determinò però una situazione di grave scontro fra la fazione dei Guelfi Neri, capeggiata dalla famiglia Donati, risolutamente favorevole al Papato, e quella dei Guelfi Bianchi, la stessa di Dante Alighieri, la cui famiglia peraltro possedeva un’altra fattoria nella zona, in località detta Piagentina, capeggiata dalla famiglia Cerchi, di più recente urbanizzazione e favorevole ad una posizione intermedia nella contrapposizione fra Papato e Impero. Lo scontro fra le due fazioni culminò nell’aggressione e assassinio, avvenuti nel giorno di Natale del 1301, di Nicola Cerchi, capo dei Guelfi Bianchi, da parte di Simone Donati, nipote di Corso Donati, capo dei Guelfi Neri, al ponte sull’Africo proprio mentre egli si stava recando alla sua tenuta di Rovezzano. Apertosi lo scontro generalizzato e anche armato fra le due fazioni esso terminò con la definitiva vittoria a Firenze dei Guelfi Neri, nel 1302, che comportò la distruzione o comunque confisca delle proprietà dei Cerchi, capi della fazione sconfitta dei Bianchi, sia di città che del contado, e l’uccisione o esilio di gran parte dei componenti della famiglia, i cui superstiti furono costretti rinunciare al cognome e ai titoli. Si ha quindi ragione di ipotizzare che la famiglia Riccardi, subentrante come erede del loro patrimonio, intorno ai primi anni del quattrocento, abbia ricostruito il “Palagio dei Pini” sullo schema planimetrico del preesistente edificio, mentre il mulino sull’Arno, noto come il nome di Mulino di San Michele, pervenne agli Albizi, che già possedevano altri mulini nella zona, e poi successivamente nel 1489 all’Arte della Lana, assieme alle sue gualchiere.
Nel 1493 i Bartolini Salimbeni subentrarono ai Riccardi nella proprietà del Palagio dei Pini e dei vari poderi annessi e dopo l’assedio di Firenze da parte dell’esercito imperiale (1529-1530) che aveva portato alla devastazione di molte proprietà del contado suburbano i fratelli Giovanni e Zanobi Bartolini Salimbeni dettero l'incarico al valente architetto fiorentino Baccio d'Agnolo di restaurare l'edificio e di progettare la sistemazione dello spazio esterno. Nel corso di questo secolo e di quello successivo si assisteva infatti all’affermarsi e diffondersi di una nuova concezione di villa suburbana fiorentina, e grazie all’intervento attuato proprio a Rovezzano da Baccio d’Agnolo si definì un modello sicuramente significativo che sicuramente verrà poi utilizzato per altre successive realizzazioni, mediante il quale si uniformava senza cancellarlo del tutto l’orginale carattere medievale dell’edificio con l’inserimento di elementi rinascimentali. La struttura architettonica mantenne la forma ad “U” attorno all’antica corte, completata però adesso con un doppio portico coperto con volte a crociera, da cui si accedeva agli ampi locali interni. Nella facciata a sud prospiciente la allora Via di Pontassieve, oggi Via Aretina, fu poi realizzato un loggiato con una tettoia sorretta da dieci colonne, e nel seminterrato trovarono le cantine, l’orciaia e la cucina . Tutto attorno alla villa l’architetto d’Agnolo realizzò poi uno splendido giardino, realizzando uno schema di giardino extraurbano “all’italiana”, con due ampi prati che si stendevano attorno alla villa, uno lungo il prospetto settentrionale, verso Settignano, cioè verso l’attuale Via Rocca Tedalda, che fu dotato di viali interni alberati e pergole, e un giardino lungo il prospetto meridionale, allora facciata della villa, verso la Via di Pontassieve, attuale Via Aretina, decorato da siepi. I prati del giardino venivano poi attraversati da due viali che posti sul medesimo asse centrale dalle due parti dell’edificio raggiungevano direzione ortogonale la Via di Mezzo, a nord, oggi denominata Via del Guarlone, e la Via di Pontassieve, a sud, oggi Via Aretina, dove veniva realizzato un monumentale cancello di ingresso. Il viale poi passato da questa parte il cancello proseguiva nelle proprietà della tenuta fino al fiume Arno. I lavori proseguirono fino al 1544 e al loro termine gli eredi di Giovanni Bartolini Salimbeni si trasferirono nella villa, che da adesso, per le sue spiccate caratteristiche agricole cominciò ad essere chiamata la “Fattoria di Rovezzano”.

La facciata della villa, pur mantenendo ancora un aspetto cinquecentesco, venne poi ulteriormente rimaneggiata agli inizi del Seicento ad opera dell’architetto Giulio Parigi. Nel corso di questa risistemazione voluta dai Bartolini Salimbeni fu ulteriormente migliorata la struttura dei viali interni del giardino e l’accesso sulla via prospiciente la facciata, posta sulla Via di Pontassieve, attuale Via Aretina, rendendo più monumentale la cancellata di ingresso. Nel giardino, sempre più strutturato “all’italiana”, grazie alla presenza di siepi di bosso geometrizzate, fu realizzato un boschetto di lecci, una piantata di cipressi a Nord per difendere la villa dai venti freddi, un frutteto e una vasca nell’area della facciata. La villa diventò in questo contesto il nodo centrale di un sistema ortogonale di assi che abbracciava i poderi esterni e si prolungava oltre il muro di cinta in un più ampio sistema strutturale unitario che andava dalle pendici del colle di Settignano fino al fiume Arno. Viale pergolato, siepi, frutteto, giardino con la vasca costituivano una armonica integrazione di “delizia” e di “rustico”, carattere importante dei giardini rinascimentali, a cui la tradizione toscana stava dando un contributo determinante. Nella “Fattoria di Rovezzano” si univa insomma armoniosamente la funzione di luogo “delizia” a quella di “fattoria” al centro di vasti poderi, buona parte dei quali destinati alla coltivazione della vite.

Dopo le rilevanti modifiche avvenute nel Seicento la “Fattoria di Rovezzano” e i suoi annessi, vennero a trovarsi collocati dal 1809 nel terrirorio del neo-istituito Comune sub-urbano di Rovezzano, introdotto nell’amministrazione territoriale dalla breve gestione napoleonica della Toscana, ma mantenuto poi anche nel restaurato granducato lorenese, rimanendo immutati fino a che la proprietà della villa nel 1829 venne venduta da Maria Bartolini Salimbeni al Principe Stanislao Poniatowski, nipote del re di Polonia. Questo mutamento di proprietà portò all’avvio di importanti lavori di trasformazione alla villa e al giardino assegnati all’allora giovane ma già noto architetto Giuseppe Poggi, che comportarono la demolizione del loggiato cinquecentesco e la realizzazione della lineare facciata neoclassica posta verso l’attuale Via Aretina, ancora oggi presente e centrale nel prospetto dell’edificio. I lavori avviati furono però bruscamente interrotti per il repentino mutamento di vita e interessi finanziari da parte del Principe Poniatowski, che si trasferì improvvisamente a Parigi per assumere importanti incarichi nell’amministrazione statale del Secondo Impero francese.

Cosicché nel 1855, appena pochi decenni piu’ tardi, il Principe Poniatowski, ormai stabilitosi in Francia e quindi lontano dall’oneroso interesse per la villa in ristrutturazione di Rovezzano, ne vendette la proprietà alla Baronessa Fiorella Suzanne Favard de l’Anglade. La Baronessa Favard, che coronerà il lungo percorso architettonico e artistico della villa di Rovezzano, era un personaggio per certi versi misterioso, di cui si ignora l’origine della rilevante ricchezza e su cui si pongono dubbi anche sull’effettiva esistenza del titolo nobiliare, forse addirittura millantato, ma era una donna affascinate, intelligente amante dell’arte e della cultura, anche se non di nobile nascita, e sicuramente con ingenti disponibilità economiche. Fiorella Suzanne de’ Bacheville era nata a Livorno nel 1813 da madre italiana e padre francese, tenente dalla dogana del governo di Napoleone nel porto della città negli anni in cui la Toscana, dal 1808, era stata annessa alla Francia post-rivoluzionaria, e dopo la caduta di Napoleone del 1815 era riparata in Francia con la famiglia, sposandovi il barone, o forse solo un omonimo presunto tale, Michel Favard. Risiedendo successivamente a Parigi la Baronessa Favard, forse divenuta amante segreta di Napoleone III, vi conobbe il Principe Poniatowski e dopo il divorzio dal marito, avvenuto nel 1855, aveva acquistato dal principe la villa di Rovezzano con la sua tenuta agricola, decidendo di stabilirsi a Firenze. Subito dopo tale acquisto la Baronessa Favard decise di proseguire la ristrutturazione già avviata nella sua villa e commissionò all’architetto Giuseppe Poggi, che vi aveva preso parte in precedenza per conto del precedente proprietario e si occupava anche di un’altra sua villa urbana a Firenze, in Via Curtatone, di completare il lavoro intrapreso.

L’architetto Poggi era abituato a operare con una committenza di personaggi molto in vista ed esigenti dell’aristocrazia straniera che già prima dell’Unità d’Italia, grazie alla moderazione del governo lorenese, aveva eletto Firenze a propria residenza, e che grazie all’opera di famosi professionisti voleva fare propri i caratteri distintivi della tradizione architettonica medioevale e rinascimentale fiorentina. Il Poggi realizzò quindi la parte fondamentale dell’intervento commissionatogli dalla Baronessa Favard nel pieno degli anni di Firenze capitale d’Italia e si adeguò come sempre magistralmente alle aspettative, apportando alla villa, al giardino e alla tenuta agricola circostante quella profonda integrazione strutturale dell’insieme prodotto dall’evoluzione storica che caratterizza ancora oggi l’equilibrata armonia del suo organismo architettonico.

L’architetto Poggi si dedicò alla ristrutturazione della villa che la Baronessa Favard possedeva a Rovezzano a partire dal 1865, non appena terminati gli sfarzosi lavori da lui realizzati nell’altro palazzo che la medesima possedeva nei pressi della centro della città, in Via Palestro. Era l’anno in cui Firenze veniva dichiarata capitale del nuovo Regno d’Italia, e il Comune di Rovezzano veniva annesso a quello della città, cominciando con ciò a condividerne le prospettive di rinnovamento urbanistico di cui proprio il Poggi era un esponente di punta. Esattamente l’anno dopo, nel 1866, veniva peraltro completato il tratto ferroviario Firenze-Arezzo, che passando all’interno della tenuta agricola della villa ne modificava, e anche danneggiava, fortemente l’assetto agricolo, rendendone quindi necessario una riorganizzazione. In questo particolare contesto vennero eseguiti i lavori di ammodernamento ed abbellimento della “Fattoria di Rovezzano” e del giardino condotti dall’architetto Poggi.

Nel prospetto frontale della villa, verso l’attuale Via Aretina, dove già la loggia cinquecentesca era stata tolta durante i precedenti lavori commissionati dal Principe Poniatowski, il Poggi realizzò allora particolari abbellimenti, fra cui l’inserimento di lampioni, statue e leoni marmorei decorativi e l’edificazione di un terrazzino, mentre nel lato posteriore volto verso Settignano, cioè verso l’attuale Via Rocca Tedalda, attualmente nuova facciata dell’edificio, pose una pensilina sorretta da sei sottili colonne in ghisa, per poter scendere al coperto dalle carrozze, collegata con il nuovo viale di accesso che si immetteva nell’attuale Via Aretina all’incrocio con lo Stradone di Rovezzano. L'architetto Poggi realizzò poi all’interno della villa un grande salone da ballo coprendo l’originale cortile porticato con un lucernario di ferro e vetro, in cui sistemò lateralmente anche un palco per l’orchesta, strutturando poi attorno a questo fulcro centrale poi l’accesso a tutte le stanze, sale e piani dell’edificio. Collaborarono alla ristrutturazione della villa valenti artisti usuali collaboratori del Poggi quali Francesco Morini, Orazio Pucci, Nicola Ramelli, e Annibale Gatti, il quale dipinse in una delle lunette un ritratto della Baronessa Favard in abito bianco e in un affresco posto in una delle sale una immagine della baronessa in giardino con la sua famiglia.

Il Poggi riorganizzò inoltre anche le strutture esterne alla villa, costruendo alcuni edifici di supporto, quali le grandi serre in vetro e struttura metallica a fianco dell’edificio, la caffehause a chalet secondo la moda del tempo, nei pressi del cancello di ingresso, vicino a un piccolo boschetto per proteggere i tavolini degli ospiti dal sole, la ristrutturata casa dei custodi, vicino al cancello al confine con l’attuale Via Aretina, la nuova ampia fattoria per l’intera tenuta, a ovest della villa, in posizione arretrata verso il viale interno del parco, con il frantoio, l’orciaia, la tinaia, le cantine per il vino, il granaio, l’essicatoio per la frutta, la limonaia, la grande cisterna a torre sopra il pozzo per fornire di acqua le necessità della villa e della fattoria, al centro dell’area ovest-versante nord del parco, e ad est della villa, vicino alla attuale via Aretina, l’edificio a squadra delle scuderie, non dimenticando infine la tomba dei cani della baronessa, posta ad est del parco, verso Pontassieve, nel versante Nord, delimitata da siepi di bosso e contrassegnata da un piccolo palmeto e una lapide in pietra sul terreno con incise le parole in parte ancora visibili: “In questo luogo privo di fasti vani / dormiamo in pace noi poveri cani / (...) fu donato la libertà / (...) non minore la fedeltà”. Il Poggi realizzò infine a ovest della villa, sull’altro lato del giardino rispetto alla fattoria, ai margini dell’antico Podere del Pino, una monumentale cappella gentilizia, decorata con affreschi di Annibale Gatti e sculture di Giovanni Duprè, in cui successivamente alla morte a Parigi della Baronessa Favard vi verrà sepolta per sua espressa volontà.

L’architetto Poggi riorganizzò poi anche il vasto parco che si estendeva sull’area sostanzialmente pianeggiante posta tutto attorno alla villa e ne aveva seguito nei secoli le complesse vicende. L’impianto medievale del giardino con struttura basata su assi ortogonali era stato trasformato nel corso della lunga evoluzione storica in un giardino “all’italiana” a schema libero secondo lo schema del “giardino extraurbano” tipico delle ville fiorentine, con vialetti curvilinei bordati da siepi, cosicchè l’intervento del Poggi integrò questa dimensione in una strutturazione più ampia “all’inglese”, contraddistinta dall’armonia delle forme e dall’assenza di elementi geometrici per definire lo spazio. Il segno evidente della stratificazione compositiva del giardino si ritrovava nei percorsi principali a quel momento risultanti: i due viali rettilinei tra loro perpendicolari e incentrati sulla villa erano figli dello schema medievale originario, mentre il nuovo terzo viale ad andamento curvilineo bordato di siepi era figlio della successiva impostazione all’inglese. Il Poggi lasciò sostanzialmente inalterato l’impianto classico del giardino all’italiana che era stato in precedenza creato sull’area antistante la villa, verso l’attuale Via Aretina, con le sue siepi di alloro potate in forme geometriche, e ornato da una vasca circolare e vasi con piante di limone, mantenendo anche il piccolo labirinto di bosso di cui oggi si sono perse le tracce. Il Poggi creò invece, come abbiamo accennato parlando della pensilina in ghisa della facciata posteriore, un viale monumentale di accesso laterale su quella che oggi si chiama Via Aretina, posto sul retro delle case dell’attuale borgo storico di Rovezzano, che descriveva un’ampia curva, in linea con i gusti del Poggi, e si immetteva su Via Aretina a valle del borgo medesimo, all’incrocio con lo Stradone di Rovezzano.

Nel giardino della villa, riorganizzato quindi dall’architetto Poggi in continuità con il precedente sviluppo secondo secondo il nuovo schema “all’inglese”, fu quindi immessa una gran quantità di piante autoctone, come querce e di lecci, ai quali furono alternati numerosi alberi di gusto esotico, fra cui cedri e magnolie, per punteggiare le ampie distese di prato. Ai bordi dei viali furono piantate delle fitte siepi di rose, intervallate da olmi, ed essi vennero poi bordati da olmi inframmezzati da siepi di rose. Sul lato sinistro della villa, guardando la facciata sulla attuale Via Aretina fu creato un pergolato di glicine sorretto da collone di ghisa, mentre sulla destra, sempre dallo stesso lato, furono costruite due serre in ferro e vetro per il ricovero dei limoni e delle piante tropicali.

La Baronessa Favard, sensibile amante dell’arte e della cultura, fece collocare all’interno di quella che diventò la sua residenza molti oggetti d’arte raccolti lungo i suoi precedenti soggiorni a Roma e Firenze, e trasformò questa villa, che da allora fu denominata, come lo è oggi, “Villa Favard”, in un importante centro di riferimento dove si potevano incontrare i maggiori intellettuali ed artisti del tempo. Alla sua morte, avvenuta a Parigi nel 1889, il corpo fu sepolto per sua volontà testamentaria proprio nella cappella gentilizia della villa, da lei fortemente voluta e realizzata anch’essa dall’architetto Poggi, con all’interno importanti opere dello scultore Giuseppe Duprè e dal pittore Annibale Gatti. Ma la Baronessa Favard non fu solo la munifica creatrice della villa e del suo parco così come oggi noi li conosciamo. Durante gli anni trascorsi nella sua residenza di Rovezzano essa fu infatti anche molto presente e prodiga verso la comunità circostante, donando alla chiesa principale del borgo di Rovezzano, quella di San Michele Arcangelo, svariati arredi liturgici e quadri a soggetto religioso, oltre a tappeti, candelabri, stendardi, nonchè rilevanti lasciti e donazioni. In questo contesto la Baronessa Favard istituì nei locali della chiesa di San Michele anche una banda musicale che offriva gratuitamente alla parrocchia la propria opera durante gli eventi religiosi importanti e le processioni, e addirittura anche una nuova scuola femminile nei terreni della parrocchia limitrofi alla chiesa, che fu affidata alle Suore della Carità. Per completezza, tale scuola ha continuato poi ad operare fino ai tempi moderni assumendo nel secondo dopoguerra la denominazione di Scuola Elementare Benedetto da Rovezzano, non più solo femminile, essendosi ormai attenuata nel territorio l’emergenza educativa specificatamente femminile che aveva sollecitato la generosità della Baronessa, e con annessa una sezione materna, contribuendo con ciò in maniera determinante all’istruzione di generazioni di bambini dell’intero quartiere La Scuola Elementare Benedetto da Rovezzano è rimasta poi nella sede dove l’aveva originariamente collocata la Baronessa Favard fino al 1983, per essere trasferita in locali più ampi, mentre la scuola infantile ha proseguito ad operarvi da sola, con la denominazione di Scuola dell’Infanzia Fausto Dionisi, fino 1994, anch’essa per trasferimento in spazi più ampi, allorchè l’edificio è stato assegnato alla Caritas Dioscesana per l’assistenza e accoglienza di donne sole con figli profughi dai paesi in situazioni di guerra.

Con la morte senza eredi diretti di colei che l’aveva portata al massimo del suo splendore la proprietà della villa di Rovezzano, oramai comunemente conosciuta come Villa Favard, assieme a tutta la sua ricca tenuta agricola, passò in eredità a Maria de’ Ferrari, nipote della baronessa, in quanto figlia della sorella, divenuta nel frattempo Contessa di Frassineto sposando il conte Giovacchino Vittorio di Frassineto. La villa entrò perciò a far parte delle proprietà dei Conti Di Frassineto e dopo un suo utilizzo come ospedale militare dal 1917 al 1922, a seguito degli eventi della Prima Guerra Mondiale, fu adibita a loro abitazione fino al 1929. Con l’abbandono della residenza nella villa da parte dei conti Di Frassineto, che si trasferirono in un’altra loro proprietà, iniziò il periodo di decadenza dell’edificio, che lo vide subire molte trasformazioni. I Di Frassineto infatti affittarono inizialmente la villa, nel 1929, ad un college femminile statunitense, ma la mutata situazione politico-sociale del Paese indusse l’istituto nel 1935 ad abbandonarne la sede. Nell’ampio edificio si insediarono allora, al termine dell’ultimo conflitto mondiale, le truppe tedesche, occupanti del nostro Paese, e poi quelle alleate impegnate nella Liberazione, che vi collocarono i loro comandi militari. In questo difficile momento gli alberi più belli e monumentali del parco, e soprattutto i cedri del Libano, furono oltraggiati e ridotti nei rami più bassi, che giungevano in quel momento a lambire il terreno, per permettere il parcheggio occultato dei mezzi militari tedeschi sotto le chiome. Le mutilazioni di quegli anni sono ancora visibili all’osservatore attento sui fusti degli alberi. La successiva presenza del Quartier Generale dell’Armata Statunitense nel territorio della Villa Favard ebbe però anche dei risvolti positivi, perchè esso dette aiuto alla popolazione ed opportunità di lavoro in quel periodo difficilissimo per tutti.

Passati gli eventi drammatici della Seconda Guerra Mondiale la Villa Favard e il suo parco hanno avuto un destino complesso e differenziato. Gli annessi agricoli della fattoria e la sua limonaia rimasero nella proprietà e gestione diretta dei Di Frassineto, e nel 1948 la Contessa Maria Antonietta di Frassineto vi dette vitaalla “Tessitura di Rovezzano, finalizzata alla continuazione dell’antica arte fiorentina della produzione artigianale di tessuti pregiati di arredamento. Questo laboratorio, che riutilizzava allo scopo anche alcuni antichi telai reperiti nei magazzini della fattoria, si inseriva nella tradizione locale della fabbricazione dei tessuti attuata da secoli nel territorio di Rovezzano grazie alla storica e di fatto ininterrotta presenza di gualchiere, filande e tessiture, e mantenenva in vita una sua storica tradizione lavorativa, dando opportunità di lavoro anche a molti suoi residenti. Con questa innovativa operazione imprenditoriale veniva inoltre salvata dal degrado una testimonianza del patrimonio architettonico rurale della Villa Favard, poichè nell’antica tinaia furono realizzati i locali per i telai, nel granaio fu collocato il magazzino e la rifinizione dei tessuti, e nella limonaia fu messo il salone che accoglieva l’archivio con il campionario della produzione. Nel quasi mezzo secolo di attività della Tessitura in quei locali precedentemente agricoli, riutilizzati a nuovi fini, ma nel rispetto delle strutture originarie, si affermò così uno “stile Rovezzano”, che trovava nei suoi antichi telai, autentici reperti della civiltà preindustriale, e nelle esperte maestranze eredi della antica tradizione artigianale del luogo, la risposta alle più esigenti richieste di gusto e di raffinatezza. La Tessitura di Rovezzano divenne un marchio molto importante e ben conosciuto nella clientela esigente e di qualità, fra cui personaggi come Gina Lollobrigida, Renato Rascel, e tanti altri di grande notorietà in quel momento, stipulando contratti di grande prestigio, come quello per la fornitura delle stoffe per gli abiti e gli arredi per il kolossal cinematografico americano Quo vadis?, dove anche la tunica indossata nel film da San Pietro era realizzata con la stoffa della Tessitura. Dopo il successivo trasferimento della Tessitura di Rovezzano a Signa, per la vendita del suo marchio e delle sue attrezzature avvenuta nel 2005, l’area degli ex annessi agricoli della villa appartiene attualmente a Francesca Di Frassineto, discendente dei Conti di Frassineto, e ospita oggi un accogliente e lussuoso Bed end Breakfast.

Il restante complesso della Villa Favard ha seguito invece un percorso diverso che ha portato alla sua attuale proprietà pubblica. Nel 1946, infatti, nel nuovo clima post-bellico la villa con il suo parco furono dati in concessione dai Di Frassineto all'Opera Pia Madonnina del Grappa, storico ente benefico fiorentino fondato da Don Giulio Facibeni, di cui è in corso il processo canonico di beatificazione, che la rinominò “Villa Serena” utilizzandola per iniziative di assistenza dei minori indigenti attuate mediante una scuola di avviamento industriale. La direzione dell’iniziativa Favard, fu affidata dalla Madonnina del Grappa a Don Alfredo Nesi, giovane sacerdote che prima di essere stato discepolo di Don Facibeni era stato collaboratore anche di Don Lorenzo Milani, e che assolse a questo compito cooperando fattivamente anche con la locale parrocchia di San Michele a Rovezzano per le sue comuni attività, fino al punto che molti frequentanti della parrocchia si sentirono spinti a prodigarsi per aiutarne l’opera nel vicino centro educativo. Con la successiva morte di Don Facibeni, avvenuta il 2 giugno 1958, e la partenza di Don Nesi per Livorno nel 1962, per darvi vita al Villaggio Scolastico del quartiere di Corea, l’Opera Madonnina del Grappa cominciò a ridimensionare alcune sue attività e abbandonò l’iniziativa portata avanti nella villa di Rovezzano.

Nello stesso anno pertanto, cioè dal 1962, e fino al 1965, Villa Favard venne allora concessa dai Di Frassineto all’istituto di assistenza giovanile e scolastica Casa CARES, fondato nel 1962 dal Pastore evangelico statunitense Robert McConnell dopo molti anni di servizio all'Istituto Giuseppe Comandi, antico istituto fiorentino di assistenza all’infanzia abbandonata afferente alla Chiesa Valdese cittadina. La Casa CARES (acronimo di “Centro Assistenza Ragazzi e Studenti”) dava assistenza e ospitalità a ragazzi in condizioni di difficoltà e economiche e sociale che potevano seguire il percorso di studio nella vicina scuola elementare del quartiere, la Bendetto da Rovezzano, e nelle altre secondarie della città. Notevole era la presenza nella Casa CARES di bambine, assieme ai bambini, per una convivenza allora innovativa forse unica in Italia, poichè all’epoca il sistema dei grandi istituti di accoglienza italiani aveva sempre una rigida separazione fra maschi e femmine, e anche la stessa Scuola Elementare Benedetto da Rovezzano, che li accoglieva per le comuni attività scolastiche, era costituita da classi maschili e classi femminili rigidamente separate.

Quando si iniziarono a manifestare le prime intenzioni di vendita dell’immobile, nel 1965, l’istituto Casa CARES trovò un’altra sede per le sue attività, lasciando da allora la Villa Favard e il suo parco inutilizzati e in stato di crescente degrado. Negli anni settanta poi, dopo il nuovo piano di sviluppo urbano e l'apertura della Via Rocca Tedalda, il drastico frazionamento della proprietà agricola che ne conseguì alterò definitivamente la struttura originaria della villa e del suo parco, che rimasero inutilizzati e in condizioni sempre peggiori di sorveglianza e manutenzione, fino al punto che proprio durante la vendita e il passaggio di proprietà al Comune di Firenze vi furono gravi episodi di corruzione ampiamente riportati sulla stampa cittadina, e addirittura scomparvero per un furto mai adeguatamente perseguito i due bellissimi leoni in marmo, con le relative statue vicine, che erano stati posti dall’architetto Poggi sulla facciata verso Via Aretina. Leoni e statue che nessuno ha poi mai adeguatamente ricercato e fatto ricollocare nella loro sede originaria. Nel 1982 si assistè perciò, come conclusione del suo lunghissimo percorso, alla vendita dell’edificio e del suo parco al Comune di Firenze, il quale ha ancora oggi la piena proprietà del parco, mentre la villa è stata successivamente concessa in comodato dal Comune alla Provincia di Firenze, che dopo altri anni di completo abbandono vi ha finalmente realizzato un lungo e impegnativo lavoro di restauro che ha permesso di farla diventare la prestigiosa sede distaccata del Conservatorio Musicale Luigi Cherubini. In tale occasione la facciata della Villa Favard è stata ridipinta, in maniera fedele a quella ottocentesca realizzata dall’architetto Poggi, e all’interno dell’edificio, dopo alterne e lunghe vicende, è stata effettuata una rilevante ristrutturazione edile. Per le finalità musicali del Conservatorio si è utilizzata l’imponente struttura ipogea della villa, che si sviluppa su due ali, per spazi di concerto e sale prova, con conseguenti interventi di risanamento, consolidamento e restauro che hanno comportato la realizzazione nell’edificio di nuove aree e spazi didattici che hanno cercato di rispettare positivamente l’interazione fra il nuovo costruito e l’antica struttura storico-monumentale. Va peraltro rilevato che nella complessa e onerosa operazione di restauro è stato completamente dimenticato il problema del recupero alla loro sede originaria, cioè alla facciata sud della villa, dei due bellissimi leoni marmorei, con le statue collocate nelle nicchie vicine, che seppur indebitamente scomparsi restano patrimonio artistico inalienabile della villa, e della cultura cittadina. La villa, inoltre, dopo il restauro, benchè di proprietà pubblica, non è al momento regolarmente accessibile, neppure per gruppi concordati, alle visite turistiche e di studio, ed è pertanto auspicabile che tali visite siano invece concesse, in momenti e modalità non interferenti con le attività prioritarie del Conservatorio Musicale.

Il parco che circonda la Villa Favard con una estensione di circa 63.000 metri quadri è attualmente di esclusiva proprietà del Comune di Firenze. In esso sono presenti tutt’oggi gli alberi maestosi di specie diverse che sono non solo conseguenza delle più recenti piantumazioni ma anche memoria del collezionismo botanico tipico della seconda metà dell’Ottocento realizzato dall’architetto Poggi. fra i quali pini neri, olmi, pioppi, querce, aceri, ippocastani, palme nane, alberi di Giuda e magnolie. Tra questi alberi spiccano per bellezza ed importanza alcuni maestosi Cedri del Libano (Cedrus libani), di cui uno è inserito tra gli alberi monumenti di alto pregio naturalistico e storico ai sensi dalla Legge Regionale Toscana 60/1998, con un’altezza di circa m 24 e una circonferenza di circa m 5,80. Le informazioni dettagliate ufficiali, ma datate al 1982, su tali alberi sono contenute nel sito ufficiale del Comune di Firenze.

L’avifauna che è possibile osservare nel parco, in particolare nel periodo riproduttivo, è composta da una discreta quantità di passeriformi, fra i quali spiccano il merlo, la capinera, il codibugnolo, la cinciarella, la cinciallegra, il picchio muratore, lo storno, la passera d’Italia, il verzellino, il verdone, il cardellino, oltre a gruppi di colombi di città. Riguardo alla fauna mammifera, talvolta sono stati avvistati sugli alberi esemplari di scoiattoli rossi, forse provenienti dalla vicina aerea boschiva di Vincigliata.

Riguardo alla sua utilizzazione attuale il percorso del Parco della Villa Favard è complesso ed ancora in evoluzione. Riguardo alla parte ovest del parco, cioè verso Firenze, era prevalsa fin da subito nell’Amministrazione Comunale la proposta di farne un parco giochi per bambini e uno spazio pubblico di relax, e così in qualche modo è stato fatto, mentre sul lato ovest, verso Pontassieve, era prevalsa la posizione di farne utilizzo come spazio per i campeggiatori, in particolare per i cosiddetti “saccoapelisti”, e ciò effettivamente è avvenuto nei primi tempi, fino a che anche l’area prospettata per il campeggio è stata finalmente messa a disposizione della cittadinanza dotandola di attrezzature per attività motorie guidate e riservando alla destinazione turistica solo la parte terminale del parco, separata fisicamente da quest’ultimo con una recinzione. In anni ancora più recenti, con l’estinsione di quel tipo di turismo “povero”, l’area rimasta successivamente riservata per i “saccoapelisti” è stata poi assegnata dal Comune di Firenze ad un associazione privata che offre spazio verde per le passeggiate dei cani dei soci. Il Parco di Villa Favard è quindi oggi sostanzialmente pubblico nella quasi totalità e aperto alla estesa fruizione della cittadinanza. Esso offre ai visitatori la possibilità di piacevoli soste all'ombra, con panchine e tavoli alloggiati lungo i suoi viali rettilinei, a cui si aggiungonoun percorso-vita per attività motorie, un fontanello, un’areaattrezzata con scivoli e giochi, un piccolo chiosco che vende prodotti di ristoro, e infine unarea recintata per cani. Durante la stagione calda le confortevoli zone d'ombra e aree picnic del parco vengono sfruttate spesso anche per rinfreschi autogestiti di compleanno.

Ma la vasta area est del parco, quella verso Pontassieve, che secondo le intenzioni iniziali dell’Amministrazione Comunale di Firenze proprietaria del bene doveva essere utilizzata a campeggio, sebbene oggi tutta di uso pubblico, risulta però discretamente sotto-considerata da tale amministrazione, che non ha mancato di farne recentemente negli ultimi anni anche un uso del tutto improprio ed estraneo alle finalità ambientali di un parco urbano di rilevanza storico-artistica, con la sua concessione per svariate estati a rumorosi festival rock, se non altro inopportuni per l’inquinamento acustico verso i vicini condomini residenziali e le strutture turistiche. Le carenze di manutenzione arborea e del verde da parte della Direzione Ambiente dell’Amministrazione Comunale sono poi evidenti nelle varie aree del parco e molte piante originariamente presenti sono scomparse e non sostituite, oppure sostituite da altre senza omogeneità con l’impianto originario. Mancano poi del tutto dei servizi di accoglienza all’utenza, quali soprattutto delle toilette accessibili, che potrebbero essere collocate nell’antica cisterna a torre posta nell’area nord-ovest del parco, ed è inaccettabile che in un parco pubblico di rilevanza ambientale e monumentale non sia impedito l’accesso alle auto, che transitano invece liberamente dal cancello di ingresso centrale e parcheggiano addirittura di fronte alla attuale facciata del palazzo (quella sul lato di Via Rocca Tedalda). Va inoltre riportata all’originaria bellezza l’area del giardino prospiciente la facciata verso la Via Aretina, che è del tutto in stato di degrado, assieme alla vasca, anch’essa da ripristinare, magari utilizzando per l’approvvigionamento dell’acqua proprio il pozzo a ciò originariamente preposto dal Poggi situato nell’area nord-ovest del parco, e anche la bellissima e monumentale cappella contentente la tomba della Baronessa Favard, che ci ha lasciato storicamente in eredità le bellezze dell’area, seppur non di proprietà comunale, necessita di un intervento pubblico per riportarla all’antico splendore e renderla magari visitabile per la cittadinanza. Sono poi in totale degrado le altre strutture annesse all’edificio, e soprattutto la serra, la caffehouse e le vaste scuderie, che possono invece essere validamente utilizzate per servizi pubblici alla cittadinanza che frequenta il parco e le attività di supporto operativo per la sua manutenzione tecnica e arborea. Non è poi presente un censimento aggiornato degli alberi mancanti rispetto alle piantumazioni originarie e soprattutto di quelli specificatamente momunentali. Per ultimo, ma non per importanza, resta infine il problema del recupero dei due bellissimi leoni marmorei, con le statue che erano poste nelle nicchie vicine, scomparsi durante l’ultimo passaggio di proprietà, ma che restano comunque patrimonio artistico inalienabile della collettività. Tutti problemi, questi, che saranno risolvibili se le competenti Amministrazioni Pubbliche del territorio li affronteranno con adeguata lungimiranza e in stretto riferimento alle ormai inderogabili esigenze di qualità della vita dei cittadini.

Marco Panti

Redazione Nove da Firenze