L’avventura della Macchia fra sperimentazioni di colore e ideali politici

Quaranta opere raccontano una stagione pittorica rivoluzionaria, che da Firenze cambiò il volto dell’arte italiana. Al Lucca Center of Contemporary Art, fino al 6 aprile 2015. Tutte le informazioni su orari e biglietti, al sito www.luccamuseum.com.


LUCCA - Una scuola artistica che, nella Toscana alla vigilia dell’Unità, rivoluziona la pittura dell’epoca infondendovi un’energia narrativa che non scaturisce soltanto da un nuovo uso del colore, bensì anche dalla valenza narrativa e sociale di contenuti affrontati con rinnovata coscienza di uomini del proprio tempo, sensibili al sentire dei loro contemporanei.

La piccola ma raffinata mostra Signorini, Fattori, Lega e i Macchiaioli del Caffè Michelangiolo. Ribelli si nasce, curata da Maurizio Vanni e Stefano Cecchetto, attraverso una selezione di quaranta dipinti - fra cui sei mai esposti prima d’ora -, fa luce su una stagione artistica per più versi rivoluzionaria, che vide la luce nell’Italia frammentata a cavallo fra il Risorgimento e l’Unità, un Paese dove, sotto la quiete apparente di una società dedita principalmente all’agricoltura, covavano sentimenti politici particolarmente ardenti, e dove Garibaldi e Mazzini, più ancora di Casa Savoia, erano personaggi da leggenda. Per la cronaca, Borrani, Cabianca, Signorini, Martelli partirono volontari nel 1859, e Raffaello Sernesi morì a Bolzano nel 1866, prigioniero degli austriaci, indossando la camicia rossa dei garibaldini. I pittori macchiaioli, quasi tutti di umili origini, gente del popolo abituata al pragmatismo, trasposero sulla tela il sentire politico e sociale a loro contemporaneo, dipingendo la realtà del paesaggio agreste e la fatica del lavoro dei campi, portando in primo piano il silenzio, quello stesso che precede la tempesta, e che è attenta riflessione sul presente immaginando però già il futuro. Una riflessione che aprirà la strada alla Metafisica di Morandi e de Chirico, ma intanto arricchisce l’arte italiana di quel realismo che l’accademia ha sempre bandito. E proprio all’Accademia di Firenze si formò la maggior parte dei protagonisti della Macchia, ovvero Giovanni Fattori, Silvestro Lega, Telemaco Signorini, Odoardo Borrani, Cristiano Banti, e altri meno noti, come Cesare Ciani e Luigi Bechi, che la mostra lucchese fa gradevolmente scoprire al pubblico; coscienti che in un Paese non ancora unito ma che stava vivendo l’ennesima stagione rivoluzionaria, anche l’arte avesse la necessità di rinnovarsi per raccontare il nuovo che stava arrivando, iniziarono i loro studi sulla macchia quasi in contemporanea con l’omologa esperienza impressionista francese, della prima molto più celebrata, anche se l’influenza fu reciproca, considerando i contatti e le conoscenze sviluppatisi già nel 1857 con Manet e Degas da una parte, e Cristiano Banti dall’altra. I primi due avevano soggiornato a lungo a Firenze, mentre Banti ebbe modo di conoscere l’arte francese attraverso la collezione Demidoff.

Li accomunava uno stile di vita decisamente sopra le righe, fra il ribelle e il guascone, che rese i suoi protagonisti delle autentiche leggende; se a Parigi si faceva l’alba al ritmo del can can delle ballerine del Moulin Rouge o sorseggiando assenzio nelle bettole della Rue des Marthyrs, a Firenze i Macchiaioli si concedevano un più ruspante fiasco di rosso, mentre discutevano del ruolo del sentimento nell’arte contemporanea. Lega e Borrani sull’Arno, Degas e Manet lungo la Senna, sono fra i protagonisti di quella vita scapigliata che trovava splendida traduzione sulla tela, nello sguardo poetico che riservavano alla natura, alle donne, alle piazze, riuscendo a innalzare la vocazione imitativa dell'arte al di sopra della realtà stessa che raffiguravano. La complessità della luce, la morbidezza dei corpi, il calore di certe scene dei bassifondi o della campagna, risultano carichi di una poesia scevra di retorica, e per questo vicinissima alla bellezza perfetta, quella sporcata dalla vita quotidiana, come aveva osservato Shelley nel suo Adonais.

Le novità compositive non mancano di sorprendere il pubblico di allora come di oggi, quando, ad esempio, Giuseppe Abbati, dipingendo l’interno di San Miniato al Monte, eleva a protagonista della scena la splendida colonna in marmo della scalinata, mentre le due sole figure umane hanno la funzione di collettori di luce, in particolare il frate domenicano sulla destra, dalla tunica bianca quasi splendente. Il bianco è colore importante, per i Macchiaioli, che lo producevano con la biacca, seguendo il metodo rinascimentale; colore importante per creare contrasti e punti di luce, essenziale a sua volta per creare le forme. Infatti, la pittura macchiaiola non utilizza il disegno preparatorio, dai contorni ben netti, ma definisce paesaggi e figure sulla base dei contrasti di colore. L’asino infuriato (1859) di Luigi Bechi, è un bell’esempio della prima fase di questa pittura, dove le figure umane sono appena abbozzate, e si intuiscono sullo sfondo del cielo soltanto per contrasto. Scene di vita contadina, quale era la quotidianità dell’Italia dell’epoca, con le strade percorse da “barrocci” e cavalli, i campi silenziosi sfiorati dall’aratro, paesaggi che ricordano, per analogia, quelli cantati da Carducci o Pascoli; paesaggi dove pulsa la vita, raccontati non più con sentimento romantico, ma con forte realismo, quello stesso che in letteratura sta muovendo i primi passi con Verga e Capuana. L’Italia che sta nascendo ha bisogno di una nuova dialettica per essere raccontata, e il fiorentino Caffè Michelangiolo in Via Larga (oggi via Cavour), è l’animato teatro di continui confronti e discussioni, cui talvolta assisteva il critico d’arte Diego Martelli, fra i pochi a intuire da subito il talento di quei giovani scalmanati, al punto da invitarli nella sua villa di Castiglioncello, dove nacque una sorta di “succursale” della Scuola di Piagentina, la zona di Firenze lungo il Mugnone dove i Macchiaioli erano soliti dipingere en plein air per sperimentare la loro tecnica. Gli anni sulla costa livornese ci hanno lasciato splendide marine, scarsamente popolate se non da qualche arsellaio o raccoglitore di conchiglie, e dove la natura è protagonista assoluta, con l’azzurro del mare e il giallo della sabbia. Ma anche nel ritratto la forza della Macchia non smette di affascinare, come nel volto di Rinaldo Carnielo dipinto da Lega; un giovane dai tratti tipicamente toscani, che rivelano dura cortesia e decisione di carattere.

Una stagione, quella macchiaiola, che ebbe il suo momento di massimo fulgore dal 1859 al 1866, raccontando un’Italia con il mito del Risorgimento (a questo proposito, impossibile non citare i soggetti militari di Fattori), che stava faticosamente formandosi su una società in larga parte agricola, fatta di dure fatiche, piccoli borghi fra i campi, modesti interni familiari. Sulla Macchia si formeranno anche Boldini e Corcos, che poi spiccheranno il volo verso Parigi e gli splendori della Belle Époque. Ma la stagione del realismo di Fattori, Lega, Banti e colleghi, apre la strada, come accennato di sopra, all’arte italiana del Novecento, e per questo motivo, la mostra lucchese, oltre a rinsaldare il legame con il territorio (molti post-macchiaioli sfollarono in questa campagne durante la Seconda Guerra Mondiale), s’inserisce in un progetto di più ampio respiro che vede il Lucca Center of Contemporary Art impegnato a diffondere la cultura artistica moderna e contemporanea.

Nella foto: Giovanni Fattori,Pattuglia di artiglieria, olio su tela, 35x27 cm, 1885 ca. Courtesy Butterfly Institute Fine Art, Lugano