Un trapianto? In Toscana laboratori di ricerca al top, e tanti donatori

I dati sono stati diffusi in occasione del convegno “1500 trapianti di fegato”, organizzato al Palacongressi di Pisa


MEDICINA — Toscana gancio di traino del sistema trapianti di fegato. La nostra Regione è al top in Italia, e tra le prime nel mondo, per numero di donatori, con un tasso di donazione per milione di abitante di 46/47, ovvero circa il doppio (20/21) rispetto alla media nazionale. Non solo: il Granducato si distingue anche per l’elevato numero di interventi effettuati: oltre 200 su un totale di 2200 in Italia. Si tratta di un trend di tutto rispetto, che rispecchia l’eccellenza sanitaria regionale e in cui spicca il ruolo dell’Azienda ospedaliero-universitaria pisana, in particolare del Centro trapianti di fegato di Pisa, diretto dal prof. Franco Filipponi, tra i primi in Italia e in Europa - insieme a quello torinese - per numero di trapianti effettuati ogni anno (oltre 100), e primo ad aver raggiunto i 1500 interventi, nel nostro paese. I dati sono stati diffusi in occasione del convegno “1500 trapianti di fegato”, organizzato al Palacongressi di Pisa, per celebrare questo importante traguardo ed illustrare le sfide future della ricerca biomedica e della chirurgia.
“Il nostro Centro - spiega il prof. Franco Filipponi - è l’unico, insieme a quello di Torino, ad effettuare oltre cento trapianti di fegato all’anno. In Europa solo città come Barcellona, Berlino e Londra superano le cento operazioni annue. Inoltre Pisa sarà la prima, a livello nazionale, a dotarsi di uno speciale macchinario in grado di garantire una migliore conservazione degli organi, nei pazienti con morte celebrare”.

Nato nel 1996, il Centro trapianti di Pisa rappresenta l’unico programma regionale di trapianto di fegato, capace di produrre sanità sia per pazienti toscani (circa la metà dei trapianti effettuati sono infatti su persone che vivono sul territorio regionale) che extra-regionali. Tra questi ultimi, l’80 per cento sono residenti nella provincia di Napoli (per ragioni epidemiologiche e condizioni igienico-sanitarie), mentre i rimanenti arrivano prevalentemente da Puglia, Calabria e Liguria.
Il dato attuale che accomuna pressoché tutti i centri di trapianto di fegato in Italia è quello dell’età media dei donatori e dei riceventi. Per quanto riguarda i primi, siamo intorno ai 65 anni, con soltanto un donatore su cinque (venti per cento) di età non superiore a 45 anni. Nello specifico della Toscana, circa il cinquanta per cento dei donatori ha settanta o più anni, con una media - anche in questo caso - attestata intorno a 65 anni. Fino ad una ventina di anni fa la maggior parte dei donatori proveniva da incidenti stradali, mentre oggi la prevalenza di origine è quella dell’ictus o dell’emorragia. Più bassa - rispetto a quella del donatore - risulta l’età media del ricevente, attestata a 54 anni, con il Centro di Pisa che è comunque arriva a trapiantare anche pazienti ultraottantenni. Attualmente in Europa i malati di fegato - a vario livello - sono circa tre milioni (mille in Italia e Spagna, 700 in Germania e nel Regno Unito, 1.300 in Francia). Per quanto riguarda i valori economici, il trapianto di fegato ha un’incidenza di circa 95mila euro.


Laura Tinti, giovane ricercatrice di Fondazione Toscana Life Sciences, è tra i ricercatori finanziati da Telethon sul “Bando progetti esplorativi 2013” dedicato al sostegno di malattie di origine genetica sinora neglette. La dottoressa Tinti, presentando un progetto sullo sviluppo di una terapia enzimatica sostitutiva per il trattamento delll’aciduria metilmalonica con omocistinuria tipo CblC (MMACHC), è riuscita a entrare nella rosa dei 14 ricercatori finanziati, sui 112 che ne avevano fatto richiesta. Si tratta di un risultato importante, che va a premiare l’operato di TLS anche sul fronte delle malattie rare, di cui oggi ricorre la Giornata mondiale. Parliamo di quelle patologie scarsamente conosciute perché poco studiate a causa dell’esiguo numero di individui che ne sono affetti e su cui si investe relativamente poco in attività di ricerca e sviluppo. Un impegno testimoniato in quest’occasione, col sostegno a una giovanissima ricercatrice che all’interno di TLS si occupa proprio di questo fronte di ricerca. Il supporto alle attività di ricerca nel campo delle malattie orfane, infatti, è stata individuata fin dall’inizio come un esplicito obiettivo istituzionale della Fondazione, che cerca di fungere da collante tra la ricerca di base e l’applicazione industriale in campo biomedico e farmaceutico.
MMACHC, una malattia rara. L’MMACHC rappresenta il più frequente difetto congenito del metabolismo della vitamina B12. I pazienti affetti dalla forma più grave di tale malattia presentano una patologia multisistemica con gravi manifestazioni neurologiche, oculari, ematologiche, renali, gastrointestinali, cardiache e polmonari. Al momento, le terapie a disposizione non sono efficaci soprattutto sul lungo periodo, dove si osserva un’inarrestabile progressione dei sintomi neurologici e oculari.
“Il nostro progetto - spiega Laura Tinti - è basato su studi di fattibilità relativi all’utilizzo di un approccio sostitutivo a compensazione di un enzima difettoso per il trattamento di pazienti affetti da aciduria metilmalonica con omocistinuria tipo CblC. Grazie ad alcuni finanziamenti ricevuti dalla Regione Toscana nell’ambito del progetto ORPHAN2, avevamo già iniziato a lavorare alla produzione della proteina ricombinante, ottenendo promettenti dati preliminari. Il finanziamento ottenuto da Telethon ci permette così di portare avanti il nostro studio valutando la potenzialità terapeutica della proteina sviluppata su colture cellulari ottenute da pazienti affetti da tale patologia per passare poi, eventualmente, alle fasi di sviluppo successive”. “Sono davvero molto soddisfatta - continua Tinti - di aver ottenuto a 32 anni questo riconoscimento da un ente così rigoroso e prestigioso come Telethon. E’ sicuramente uno stimolo in più per continuare ad approfondire le mie conoscenze e riversare la mia passione per la ricerca in un progetto in cui credo molto. Mi auguro anche che possa essere un incoraggiamento per i giovani ricercatori che rimangono troppo spesso delusi dalla realtà della ricerca italiana”.

Si svolge oggi, a Scarperia (FI), LAA Italian Club, il primo evento italiano completamente dedicato agli operatori sanitari impegnati nella diffusione della procedura di occlusione dell’auricola atriale sinistra. L’evento è promosso da St Jude Medical, multinazionale impegnata nello sviluppo di dispositivi medici ed è patrocinato da AIAC (Associazione Italiana di Aritmologia e Cardiostimolazione) e GISE (Società Italiana di Cardiologia Invasiva). L’incontro rappresenta un’importante occasione di confronto su tutti gli aspetti clinico-procedurali. Per la prima volta esperti di diverse specialità potranno discutere su una tematica importante che vede al centro pazienti affetti da fibrillazione atriale che necessitano di un trattamento alternativo mini-invasivo, che può evitare ictus cerebrali ed eventi emorraggici.
L’evento vede coinvolti cardiologi clinici, cardiologi interventisti, ecocardiografisti, elettrofisiologi, ematologi, gastroenterologi, geriatri, nefrologi e neurologi di tutti Italia, sono previsti circa 100 medici provenienti da tutto il paese.
Le malattie legate al sistema cardiocircolatorio costituiscono la prima causa di morte in Italia con 240.000 decessi l’anno, pari al 42% di tutti i decessi.
Le aritmie cardiache rappresentano circa il 35% di tutte le malattie cardiovascolari e determinano circa il 30-40% dei ricoveri ospedalieri in Cardiologia. In particolare la fibrillazione atriale è l'aritmia più frequente e colpisce fino al 5% di tutta la popolazione adulta. E’ considerata una delle patologie cardiache a maggior rischio di tromboembolie sistemiche e l’ictus cerebrale rappresenta la più frequente e drammatica manifestazione embolica correlata a quest’aritmia. Si tratta di ictus spesso estesi, disabilitanti e gravati da un’elevata mortalità e da ingenti costi sociali.

La FA è un’alterazione del normale ritmo cardiaco che porta ad una contrazione anomala ed accelerata delle camere cardiache atriali. Per questo motivo si formano dei trombi (coaguli di sangue) all’interno dell’atrio sinistro (il 90% di questi sono nell’auricola sinistra, una piccola tasca presente nel cuore). “La gestione appropriata dei pazienti affetti da FA costituisce un rilevante problema sociale e sanitario che richiede l’impegno crescente di risorse umane e il ricorso a tecnologie innovative per prevenire e curare tale aritmia e per ridurre gli eventi avversi ad essa conseguenti. Oggi l’utilizzo delle strategie terapeutiche più innovative consente di prevenire la complicanza più temibile costituita dagli eventi cerebro-vascolari, qualora sia posta la corretta indicazione al trattamento” sottolinea il Prof Luigi Padeletti, Direttore SOD “Aritmologia” – Dipartimento Cardiologico e dei Vasi – AOU Careggi Firenze.
Dati di letteratura dimostrano che oltre il 90% dei trombi in pazienti affetti da fibrillazione atriale non valvolare originano dall’auricola dell’atrio sinistro. Chiudere l’auricola sinistra con appositi dispositivi riduce in modo significativo il rischio di ictus, anche in assenza di terapia anticoagulante. Lo sviluppo di apposite tecnologie ha reso disponibili protesi in grado di occludere per via percutanea l’auricola in modo realmente poco invasivo
“La gestione appropriata dei pazienti affetti da FA costituisce un rilevante problema sociale e sanitario che richiede l’impegno crescente di risorse umane e il ricorso a tecnologie innovative per prevenire e curare tale aritmia e per ridurre gli eventi avversi ad essa conseguenti. Oggi l’utilizzo delle strategie terapeutiche più innovative consente di prevenire la complicanza più temibile costituita dagli eventi cerebro-vascolari, qualora sia posta la corretta indicazione al trattamento” sottolinea il Dott. Sergio Berti, Direttore Unità Operativa di Cardiologia Fondazione Gabriele Monasterio C.N.R.-Regione Toscana Ospedale del Cuore.
La letteratura evidenzia che la terapia anticoagulante orale (TAO), sebbene sia la prima opzione terapeutica, presenta ancora diverse limitazioni: è una terapia difficile da attuare e seguire regolarmente sia per il medico che per il paziente in quanto questi farmaci possono interferire con altri farmaci o alimenti, aumentando significativamente il rischio di emorragie (gastrointestinali, cerebrali etc).
Nella pratica clinica, tutto ciò si traduce in un’ampia sottoutilizzazione della TAO, con un significativo numero d’interruzioni del trattamento; infatti, si calcola che meno del 40% dei pazienti con indicazioni a TAO siano effettivamente trattati e quindi esposti ad un elevato rischio di ictus cerebrale.
Studi preliminari sull’uso dei dispositivi di occlusione dell’auricola sinistra per il trattamento preventivo delle tromboembolie celebrali in pazienti con fibrillazione atriale hanno riportato risultati molto incoraggianti sia in termini di sicurezza che di efficacia. Attualmente la chiusura percutanea dell’auricola sinistra è indicata in pazienti con fibrillazione atriale permanente, alto rischio di ictus e controindicazione all’anticoagulante per alto rischio di sanguinamento.
Il dispositivo utilizzato per la chiusura percutanea dell’auricola sinistra si inserisce attraverso un catetere nella vena femorale (procedura percutanea), che viene portato in atrio sinistro attraverso puntura transettale (creazione di un piccolo foro nel setto atriale) e quindi si posiziona come un ombrellino all’imbocco dell’auricola sinistra escludendola completamente.

Redazione Nove da Firenze