Amedeo Modigliani, l’artista maledetto dal fascino primitivo

A Palazzo Blu, la grande mostra che rende omaggio a uno degli artisti “maledetti” più ammirati di tutto il Novecento, inquadrato nel contesto artistico e sociale della “Scuola di Parigi. Fino al 15 febbraio 2015. Tutte le informazioni su orari e biglietti al sito www.modiglianipisa.it.


PISA - Inquieto, tenebroso, passionale, geniale. In due parole, Amedeo Modigliani, ineffabile artista-dandy, dallo stile che rifiuta etichette. Un po’ cubista, un po’ macchiaiolo, un po’ surrealista, riuscì a distinguersi nel panorama dell’arte d’inizio Novecento per lo stile personalissimo, al centro del quale stava l’uomo nella sua essenza più arcaica.

A lui e agli artisti suoi contemporanei, rende omaggio Amedeo Modigliani et ses amis, la splendida mostra curata da Jean Michel Bouhours, che la Fondazione Palazzo Blu ha organizzata in collaborazione con il MiBACT e il Centre Pompidou di Parigi. Attraverso un’ampia selezione di 110 capolavori, sarà possibile esplorare il clima artistico parigino del primi due decenni del XX Secolo.

Nacque nel 1884 a Livorno - una città portuale per sua stessa natura inquieta e aperta alle suggestioni del mondo -, da una raffinata e colta famiglia di origini ebraiche sefardite. Due caratteristiche che lasceranno la loro impronta nel giovane Modigliani, purtroppo sin dall’infanzia minato da malattie polmonari che lo porteranno a una fine prematura. Sin dalla prima adolescenza dimostrò una particolare attrazione per l’arte e il disegno, e appena quattordicenne divenne allievo del macchiaiolo Guglielmo Micheli, che a sua volta si era formato alla scuola di Giovanni Fattori. Sono questi gli anni ripercorsi nella sezione d’apertura Modigliani in Italia, dove accanto a schizzi a matita e acquerelli, spicca Stradina toscana, un paesaggio dei dintorni di Salviano, nella campagna livornese. Si tratta di un dipinto eseguito ad appena quattordici anni, ma che rivela una profonda maturità artistica, sia nell’atmosfera crepuscolare colta con movimento intempestivo, sia per il lirismo con cui Modigliani dà voce al paesaggio, degno di una brano di prosa di Idilio Dell’Era.

Con un simile talento artistico, era impossibile resistere al richiamo di Parigi. La capitale francese Parigi era ancora il faro della cultura mondiale, a Montmartre gli ultimi impressionisti ancora in vita lavoravano fianco a fianco con l'Avanguardia cubista di Picasso, Braque e Modigliani, mentre Proust, con la sua Recherche, era il cantore di un Ottocento corrotto, ma che il senso della memoria sapeva comunque addolcire. E ancora il teatro d’avanguardia ispirato al Modernismo e ai Fauves, con i Ballets Russes di Sergej Pavlovič Djagilev. Montmartre era il fulcro di una vita notturna che di lì a poco si sarebbe spostata nei dintorni di Montparnasse, su quel Carrefour Vavin che avrebbe attirati anche Gertrude Stein e i coniugi Fitzgerald. La Belle Époque rifulgeva ancora in tutto il suo splendore, anche se all’orizzonte si profilavano le crisi balcaniche che avrebbero accesa la miccia della Prima Guerra Mondiale, e la conferenza di Algeciras aveva contribuito a isolare vieppiù l’Impero Prussiano sullo scacchiere europeo, avallando l’influenza francese e spagnola sul Marocco.

Su un orizzonte ancora per poco pacifico, si muoveva la parabola di un Modigliani in piena ascesa, attento osservatore dell’arte a lui contemporanea. Giunse nella capitale francese nel 1906, e vi sarebbe rimasti, salvo brevi intervalli, fino alla scomparsa nel 1920.

La sezione d’apertura Arrivo a Parigi ci mostra la città vista con gli occhi dei suoi colleghi, i vari Derain, (che ritrae Modigliani nel 1914), Chabaud - novello Lautrec nelle sue scene di bordello -, Utrillo - solitario cantore di stradine appartate nei dintorni di Montmartre. Modigliani respira i loro colori, si lascia attrarre da bordelli, ba-ta-clan, fiere da marciapiede, fumerie d’oppio e cave à l’absinthe, passatempi irrinunciabili per un artista che si rispetti. E da quelle esperienze, dalla femminilità di una città come Parigi, nasce la straordinaria sensibilità che l’artista livornese riserverà sempre alle donne da lui ritratte, caratterizzate da sguardi suadenti e pensosi insieme, dall’incarnato che sembra legno di rosa, a ribadire un’origine arcaica, paganamente divina. Nel 1909 lo si comprende osservando Nu assis, ma più tardi la tecnica si farà ancora più raffinata.

La sua continua ricerca di un punto d’incontro estetico e concettuale fra tradizione e modernità lo porta a contatto con lo scultore rumeno Constantin Brâncuși e con l’avanguardia cubista, due frequentazioni cruciali nella sua formazione d’artista, che la mostra ripercorre nelle sezioni Modigliani/Brâncuși e la scultura, e Modigliani e il cubismo. Il Modigliani scultore guarda con attenzione alla lezione del collega balcanico, poiché anch’egli attratto da quella purezza ed essenzialità di forme che si ritrova nell’arte tribale africana, ma anche nella scultura senese del Trecento, segno, quest’ultimo, di una perfetta “toscanità” che sa tenere la dimensione dell’uomo nella giusta considerazione. Infatti, l’arte di Modigliani mai si discosta dalla natura arcaica dell’essere umano, come a voler ricordare un’esistenza dovuta all’alchimia dei quattro elementi primari, gli stessi che attirarono l’attenzione dei filosofi presocratici. Le sculture della serie Tête de femme, (ma anche buona parte della ritrattistica successiva), richiama questa linea artistica. Molto suggestivo il confronto con le sculture di Brâncuși, alcune presenti fisicamente, altre attraverso riproduzioni fotografiche dei primi anni del Novecento, testimoni degli anni pionieristici della fotografia quale mezzo di documentazione artistica. Le suggestioni africane influenzarono anche l’avanguardia cubista, che a Parigi ebbe in Picasso, Braque e Gris i maggiori propugnatori. La mostra ne propone diverse opere, accanto ad altri colleghi quali Severini e Metzinger, fra studi, ritratti, e nature morte. Modigliani fu attratto per un periodo dal cubismo, ma lo fu a modo suo, facendo prevalere ancora una volta la morfologia umana, anziché dedicare troppo tempo alla sintesi e all’analisi della forma. In lui emergeva più Cézanne che Picasso. Ne risulta un approccio esteticamente drammatico, dai colori sanguigni e scuri insieme, dove la corporeità del soggetto è sempre ben presente agli occhi dell’osservatore. Emblematici Tête rouge, e il ritratto di Paul Guillaume, immortalato quasi fosse un novello D’Annunzio.

Per meglio inquadrare il clima artistico parigino dell’epoca, la sezione La cerchia di amici propone una scelta di pittori e scultori quali Dufy, Soutine, Valadon, Kisling, Kars, Pascin, Derain e Lipchitz, membri, con Modigliani, della cosiddetta “Scuola di Parigi”, vero e proprio laboratorio di stili e correnti di pensiero che rese la capitale francese la città culturalmente più viva del pianeta all’inizio del Novecento; la lezione di Degas, Cézanne e Lautrec era ancora ben presente, in particolare per la ritrattistica femminile, caratterizzata da tensione dolorosa, sguardi bassi o sognanti, lineamenti induriti dalle vicende dell’esistenza.

Forse la sezione più bella e toccante della mostra, Ritrattista geniale, esplora l’ultima fase artistica di Modigliani, quella appunto dedicata al ritratto, dove sfila una galleria di personaggi, per lo più amici dell’artista. Una produzione caratterizzata dall’utilizzo di colori prevalentemente scuri,

Chiude la mostra la sezione Modigliani disegnatore, che propone una selezione di disegni eseguiti da Modigliani durante tutta la sua carriera, fra cui spiccano i celebri nudi.

Un fascino levantino - forse dovuto anche alla sua cultura ebraica sefardita -, permea i volti da lui ritratti, caratterizzati da quegli occhi senza pupille, a simboleggiare lo sguardo interiore; gli uomini e le donne di Modigliani, infatti, guardano dentro di sé, novelli Tiresia apparentemente ciechi, in realtà assorti nel riandare con la memoria a un passato carnale, sanguigno ed eroico. Così come la spigolosa morbidezza dei nudi femminili non manca d’incantare ancora oggi.

Osservando questi esseri umani, viene da pensare a quei Miti inquietanti cantati in prosa poetica da Blaise Cendrars, (del quale Modì era amico), personaggi legati a un immaginario onirico e arcaico insieme, inquietanti perché difficilmente afferrabili con l’intelletto. È questa la grandezza di Modigliani, ovvero il saper infondere nella figura umana quel carattere mitico e soprannaturale che forse l’umanità primordiale ha per un attimo posseduto.

Minato da una grave malattia polmonare, che la vita sregolata ha contribuito ad acutizzare, Modigliani muore a Parigi il 22 gennaio 1920, e sarà sepolto cinque giorni più tardi al Père-Lachaise.

A questa grande retrospettiva, sapientemente inquadrata nel contesto artistico dell’epoca e che dà il senso profondo della vicinanza umana fra gli artisti parigini, è abbinata la piccola ma significativa mostra I falsi di Modigliani, ospitata nel Museo Nazionale di San Matteo; qui si potranno ammirare le celebri teste ritrovate nel 1984 nei dintorni di Livorno, e attribuite all’artista, prima che la clamorosa rivelazione degli autori lasciasse intendere che si trattava di falsi, cui però la critica aveva attribuito caratteristiche di autenticità. Una goliardata, certo, che però dimostra l’aura mitica che circonda il nome di Modigliani, anzi la sola ipotesi del suo nome, e anche, ci pare, una certa faciloneria della critica contemporanea, sempre più propensa ai sensazionalismi. Episodi forse marginali, ma che comunque contribuiscono a tenere vivo il mito di Modigliani nel mondo.

Nella foto: Amedeo Modigliani, Ritratto di Soutine, 1917