Rubrica — Agroalimentare

Vinitaly 2017: produttori e consumatori tra voucher ed etichette

Nelle bottiglie si ricercano sempre più la qualità ed i legami con il territorio


L’annuncio atteso da molte aziende vitivinicole anche toscane è arrivato al Vinitaly di Verona. Il Ministro per le Politiche Agricole Maurizio Martina ha infatti annunciato che è pronto a firmare il decreto con il quale verrà prorogato al 30 giugno il periodo di accompagnamento per il registro telematico del vino.

“E’ una scelta di buon senso che Coldiretti aveva avanzato al Ministero - è quanto afferma Tulio Marcelli, Presidente di Coldiretti Toscana – per prolungare il periodo di accompagnamento per il registro telematico del vino. Ad oggi infatti sono circa 600 le cantine toscane che devono ancora registrarsi e con questa proroga avranno più tempo per farlo”. Con il nuovo decreto si proroga la scadenza del 30 aprile in modo da accompagnare al meglio i produttori verso il nuovo registro dematerializzato che consentirà un netto taglio della burocrazia.

“L'allungamento del periodo di accompagnamento dovrà essere impiegato dall'Amministrazione - dice Antonio De Concilio, direttore di Coldiretti Toscana - per far partire in stretta connessione con il registro telematico la possibilità per i produttori di predisporre direttamente on-line il documento di accompagnamento dei prodotti vitivinicoli, il cosiddetto MVV, eliminare le comunicazioni o automatizzare l'interscambio con le strutture di controllo dei vini a Do/Ig, di rivedere le dichiarazioni vitivinicole, di dialogare on line con lo stesso ICQRF o altre Amministrazioni per quanto riguarda dichiarazioni preventive di lavorazione e adempimenti connessi con le planimetrie di cantina. In una parola si consente una semplificazione effettiva”.

Mentre da un lato si percorrono vie di buon senso e semplificazione dall’altro si annuncia una vendemmia 2017 priva dello strumento dei voucher per il lavoro accessorio. A poco meno di dieci anni dalla loro introduzione, infatti data 19 agosto 2008 la circolare Inps per il rilascio dei primi buoni, che consentiva per la prima volta in Italia, la raccolta dell'uva attraverso voucher che rappresentavano una vera novità con l’obiettivo di ridurre burocrazia nei vigneti e dare una possibilità di integrazione del reddito a studenti e pensionati, oggi si assiste alla loro cancellazione.

“Occorre che il legislatore individui una valida alternativa perché, con l’abrogazione della disciplina del voucher, il sistema agricolo è stato doppiamente penalizzato in quanto, se da una parte non si riscontravano nel settore indizi di abnorme e fraudolento utilizzo da dover correggere-in Toscana erano utilizzati appena l’1.6% dei voucher venduti dall’Inps- dall’altra certamente l’intero percorso di emersione intrapreso dal 2008 ad oggi rischia, in assenza di interventi adeguati, di andare perduto a danno delle imprese e dei lavoratori”.

Gli italiani comprano il vino soprattutto nei supermercati: nel 2016 hanno acquistato sugli scaffali 500 milioni di litri, spendendo 1 miliardo e mezzo di euro. E il 60% di questi acquisti è rappresentato dai vini con riferimento territoriale (Docg, Doc, Igt), il comparto che cresce di più: + 2,7% nel 2016 e + 4,9% nel primo bimestre 2017 (a volume). Si ricercano sempre più la qualità ed i legami col territorio. Cantine e insegne della Grande distribuzione sono pronte a migliorare la collaborazione per soddisfare questa domanda dei consumatori. Questo è quanto emerso a Vinitaly nel corso della 13° tavola rotonda organizzata da Veronafiere sul tema del vino nella Grande distribuzione in cui è stata presentata la ricerca dell’istituto IRI e una relazione su Brexit e Vino di Alex Canneti, Direttore delle vendite off-trade della Berkmann Wine Cellars di Londra.

La ricerca dell’IRI ha delineato i cambiamenti in atto nelle abitudini dei consumatori. Diminuiscono gli acquisti dei bottiglioni da un litro e mezzo, dei vini sfusi, delle damigiane, e dei brik, mentre la bottiglia da 75cl è sempre più regina del mercato. I vini fermi sono più richiesti dei vini frizzanti, che probabilmente risentono del boom degli spumanti (+7% nel 2016). Crescono rapidamente anche i vini biologici, una proposta ancora di nicchia nella Grande distribuzione. Cambiamenti influenzati anche dal graduale ricambio generazionale e dal rinnovato interesse dei giovani per il vino. Gli studi IRI sul comportamento dei consumatori nella Grande distribuzione evidenziano che l’86% di essi è propenso a sperimentare nuovi prodotti, si informa sulle novità a scaffale, spesso sui siti web di settore (il 33%).

“Siamo sulla strada giusta, auspicata da tempo – ha detto Cesare Cecchi, Consigliere di Federvini (Chianti Cecchi), nel suo intervento in tavola rotonda - Non dobbiamo assolutamente tradire questa qualità che viene cercata dal consumatore, sarebbe un errore imperdonabile. Le cantine devono continuare a ricercare la qualità del prodotto senza accettare scorciatoie, e i distributori devono incoraggiare la produzione a proseguire su questa strada”.

Un rapporto, quello tra produttori e distributori, che è molto migliorato negli ultimi anni, ma è possibile fare di più, come ha ricordato Gabriele Nicotra, Direttore Acquisti Unes Supermercati (Gruppo Finiper): “Persiste da parte di alcune cantine importanti una diffidenza verso la Grande Distribuzione, che evitano una relazione diretta con le insegne distributive pur sapendo che a volte il loro prodotto ci arriva tramite canali non ufficiali. Questo è un peccato, soprattutto per il consumatore che ormai cerca anche i prodotti di pregio sugli scaffali dei supermercati”.

Tuttavia l’asse portante della collaborazione tra cantine e insegne distributive è rappresentato dalle imprese medie piuttosto che dalle grandi case vinicole, secondo Eugenio Gamboni, Direttore Commerciale del Gruppo Vegè: “Un asse da consolidare, composto prevalentemente da piccole e medie imprese, legate da conduzioni famigliari, a volte provenienti da generazioni, con le quali si discute e ci si confronta liberamente, distanti dal mondo molto più complesso della grande industria e delle multinazionali”.

Si è dichiarato ottimista il Consigliere dell’Unione Italiana Vini, Emilio Pedron (Bertani Domains): Negli anni di grande crescita, la proposta d’acquisto nella GDO è stata più facile e legata molto alla convenienza. Oggi anche il vino nel canale moderno si può definire un prodotto maturo e l’acquisto del vino nella GDO è lo specchio fedele del mutamento dei consumatori e dei loro stili di acquisto”.

Tra le cantine espositrici a Vinitaly è affiorata la preoccupazione sulla incertezza sui mercati britannico e statunitense, un tema affrontato da Alex Canneti della Berkmann Wine Cellars di Londra: “La Brexit è una sfida per le vendite dei vini italiani poiché l’Australia, il Sud Africa e la Nuova Zelanda saranno i primi Paesi a istituire trattati bilaterali con il Regno Unito. L'unica soluzione a questa minaccia è consentire al Regno Unito un periodo di 10 anni per condividere gli stessi oneri doganali dell’Unione e negoziare un trattato di libero commercio. Quindi tutto dipenderà da come evolverà il negoziato post Brexit tra UK e UE”.

“Ma le potenzialità per l’export di vino italiano nella Grande distribuzione britannica (le insegne Majestic and Waitrose in primis) sono grandi – ha aggiunto Canneti – non solo per le bollicine, ma anche per il vino rosso. Pensiamo al Cannonau, al Passimento/Amarone, al Chianti Classico, al Veneto Classico e ai morbidi e succosi vini siciliani e pugliesi. Buone anche le prospettive dei nuovi bianchi di tendenza, come il Fiano, il Vermentino, il Pecorino e il Grillo. E non dimentichiamo il successo che si registra da anni delle “fantasy label”.

 Il Consorzio del Vino Chianti è presente con uno stand di oltre 300 metri quadri, 51 aziende e circa 200 etichette in degustazione alla fiera di Verona in programma fino al 12 aprile.
Nella giornata inaugurale allo stand del Consorzio, al padiglione 9 dedicato alla Toscana, si sono registrate oltre 8 mila degustazioni. In vetrina i prodotti di tutte le sette sotto zone della Docg Chianti a rappresentare quasi l' interezza del territorio toscano con le provincie di Firenze, Siena, Arezzo, Pisa, Prato e Pistoia. Presenti le etichette dell'annata 2016 in commercio e la riserva del 2014 presentate in occasione dell'Anteprima Chianti Lovers.

“Anche quest'anno la Toscana è stata fra le regioni più rappresentative con il maggior numero di aziende partecipanti – spiega Giovanni Busi, presidente del Consorzio Vino Chianti – e la partecipazione della nostra Denominazione è ogni anno sempre più attesa come dimostrato da questi numeri. Possiamo dire che Vinitaly si sta riqualificando con un pubblico sempre più rappresentato da importatori qualificati che rendono questa fiera all'altezza di altre fiere internazionali per la soddisfazione delle piccole e medie aziende che si affacciano per la prima volta a questa manifestazione. Questa partecipazione - conclude Busi - conferma l'interesse nei confronti delVinitaly e dimostra come le aziende stiano comprendendo l'importanza per il loro mercato di arrivare a confrontarsi in prima persona con i produttori. Come Consorzio non possiamo che esserne felici di questa attenzione che permette alla Denominazione di conservare quell'appeal sui mercati internazionali che il Chianti ha sempre avuto.”

Per il secondo anno consecutivo è stato allestito il bancone istituzionale del Vin Santo del Chianti Doc, con 60 etichette, che ha confermato un grande interesse di pubblico: “L'anno scorso volevamo valorizzare, con un luogo dedicato, una denominazione molto importante e rappresentativa della toscanità come il Vin Santo – spiega Luca Alves, responsabile eventi del Consorzio Vino Chianti - una denominazione che prima di ogni altra cosa costituisce un prodotto unico nel suo genere e di qualità eccezionale in grado di suscitare sempre più curiosità e interesse nei confronti del grande pubblico.”

Ad aiutare il grande afflusso di pubblico l'allestimento dello stand del Consorzio, intenzionalmente vocato all'incontro e in grado di concretizzare l'obiettivo di conoscere gli amanti del vino per raccontare loro cosa c'è dietro il prodotto in modo conviviale e inclusivo.

Anche i consumatori hanno qualcosa da chiedere ai viticoltori e alle Autorità interessate, ecco le richieste dell'Aduc per voce del segretario Primo Mastrantoni "Da dove viene il vino, cioè l'uva? Il vino di qualità spesso riporta la dizione "imbottigliato all'origine da..." (o analoghe dizioni), ma rappresenta una percentuale minoritaria della produzione nazionale, il resto è vino del quale non viene indicato il luogo di provenienza. Si può certo ricorrere ai vini doc o docg, nei quali è indicata l'area di coltivazione. Perché non ricercare la trasparenza? Sarebbe utile mettere in etichetta la provenienza dell'uva, il luogo di vinificazione e imbottigliamento per tutti i vini, a garanzia del consumatore e qualificazione del produttore, visto che tra poco saremo invasi dal vino cinese.  La composizione del vino è un altro mistero. E' così difficile elencare i principali componenti (acqua, zuccheri, alcoli, aldeidi, eteri, sali, acidi, ecc)? Ormai tutti i prodotti alimentari indicano in etichetta la loro composizione; anche le acque minerali riportano analiticamente i propri elementi. Perché non il vino? E' noto, a pochi, che il vino può essere trattato: aggiunta di mosto (donde viene?) per fortificarlo (aumentare la gradazione), di enzimi per favorire la trasformazione del saccarosio in glucosio, di gelatine, caseine, albumine, colla di pesce, bentonite (roccia) per la chiarificazione, di solfiti per la conservazione, di anidride solforosa per impedire l'acidificazione, di acido tartarico o citrico per aumentare l'acidità, di acido sorbico o sorbato di potassio per stabilizzare, di solfato di rame per eliminare difetti di gusto e odore, di acidi, fosfati, ecc. Di tutti questi trattamenti non ne troviamo traccia nelle etichette, eccetto per i solfiti. Perché il consumatore non dovrebbe saperlo? Perché si usano bottiglie da 75 cl (tre quarti di litro) e non da mezzo e da un litro? Una bottiglia dal costo di 7,75 euro in effetti costa 10,33 euro al litro e non abbiamo trovato nelle enoteche etichette sulle bottiglie che rapportino il costo con l'unità di volume" conclude Primo Mastrantoni, segretario Aduc.

Il vino va difeso partendo dall’etichetta. È con questo obiettivo che lo studio GLP, che da 50 anni opera nel campo della tutela della proprietà intellettuale, si presenta a Vinitaly 2017. Un obiettivo che parte dalla consapevolezza che «ci troviamo davanti a un’eccellenza italiana riconosciuta in tutto il mondo e che ha bisogno di essere tutelata maggiormente per evitare che, in un mercato sempre più globale e in uno scenario che vede sorgere produttori ovunque, una bottiglia prodotta in Piemonte possa essere facilmente confusa con una che invece arriva dall’altra parte del mondo», spiega Daniele Petraz contitolare insieme con il fratello Davide di GLP che ha sedi a Udine, Milano, Perugia, San Marino e Zurigo, più di 70 dipendenti, oltre 7mila clienti e più di 90mila casi trattati.

Davanti a una bottiglia è l’etichetta che parla. «Ci racconta l’azienda produttrice, ci dice i vitigni utilizzati e con il nome caratterizza il vino. Storia, lavoro, ingegno e passione sono tutti concentrati in pochi centimetri quadrati. Eppure di questi pochi centimetri in Italia ce ne si cura poco», continua Petraz. Quella di tutelare il proprio marchio è una necessità che va oltre le già riconosciute denominazioni di origine controllata (e garantita), soprattutto in un contesto, quale è quello vitivinicolo, in costante movimento dove vengono riscoperti antichi vitigni e nascono nuovi vini. «È una necessità – prosegue il contitolare di GLP – dettata anche dal fatto che il mercato non ha più confini e quando si varca l’oceano spesso si trovano consumatori che non fanno differenza tra un vino piemontese ed uno siciliano, eppure siamo davanti a territori profondamente differenti che hanno dato origine a vini altrettanto diversi. La tutela del proprio marchio è una sensibilità sviluppata da chi ha già esperienze consolidate con l’export, ma viene del tutto ignorata da molti». Andando a vedere solamente Lombardia, Piemonte e Veneto, tra le regioni più attive – infatti nel 2015 hanno raccolto il 40% dei marchi depositati in Italia (dati UIBM) – sono ben poche le aziende vitivinicole che hanno pensato di tutelare il loro marchio. «Considerando i produttori presenti a Vinitaly proveniente da queste tre regioni, meno di una azienda su tre ha provveduto a difendere la propria etichetta. Questo perché in Italia molto spesso c’è una mancanza di conoscenza in questo ambito: da un lato si ignorano o sottovalutano i rischi di una mancata tutela, dall’altro non vengono compresi i vantaggi diretti ed indiretti che una politica di tutela comporterebbe. E questo vale sia per un marchio, sia per un brevetto».

In un settore dinamico e ai vertici mondiali del made in Italy, un cambio di cultura potrebbe rappresentare un salto in avanti. «Approcciarsi alla tutela della proprietà intellettuale è un modo di gestire razionalmente la propria azienda con una programmazione di medio lungo periodo», conclude Petraz. «È stata l’ICC, la Camera di Commercio Internazionale, ad affermare nel 2011 che - a parità di condizioni - un’invenzione brevettata ha un valore economico doppio rispetto ad una non brevettata».

Redazione Nove da Firenze