Rubrica — Mostre

Silvestro Lega, macchiaiolo appassionato e solitario

Silvestro Lega - La visita alla balia 1869-70

Cinquanta tele, fra cui venti mai esposte al pubblico, riconsegnano l’avventura pittorica di Lega in tutto il suo fascino. La mostra è visitabile fino al 1 novembre 2015. Tutte le informazioni su orari e biglietti, al sito www.centromatteucciartemoderna.it.


VIAREGGIO (Lucca) - La Macchia è stata la stagione più scapigliata della pittura italiana, sviluppatasi in un periodo di profondi cambiamenti sociali e politici, a cavallo dell’Unità d’Italia, e che ha toccato il suo fulgore alla metà degli anni Sessanta dell’Ottocento, gli anni di Firenze Capitale, del Caffè Michelangelo, della “Scuola di Piagentina”. Fra i suoi protagonisti, a loro modo politicamente ferventi, mondani, e scapestrati, come Borrani, Abbati, Sernesi, Fattori, e Banti, Silvestro Lega (1826-1895), è fra i meno appariscenti.

A lui rende omaggio il Centro Matteucci per l’Arte Moderna con Silvestro Lega. Storia di un’anima. Scoperte e rivelazioni, non una semplice mostra monografica, bensì un’occasione di studio dell’opera di Silvestro Lega, e che vede pertanto la presenza di ben venti dipinti sin qui mai esposti al pubblico - provenienti da collezioni private -, il corpus principale dei quali è costituito dai sei esemplari del cosiddetto “nucleo Fabbroni”, ritenuto disperso dopo la mostra di Modigliana del 1926, allestita in occasione del centenario della nascita del pittore; così lo classificava nel 1986 Giuliano Matteucci, redigendo il catalogo completo dell’opera di Lega, ma poco dopo la segnalazione dei proprietari ne permise di scoprire l’attuale collocazione. Cominciò così, quasi tre decenni orsono, un lungo percorso di ricerca delle opere di Lega delle quali era ignota la sorta, un percorso che ha portato a poter realizzare, nel 2015, questa piccola ma raffinata e significativa esposizione, importante perché permette di far luce su lacune fasi sin qui poco documentate dell’attività di Lega, nonché sulla genesi artistica di singole opere, ricostruita attraverso i bozzetti esposti, ma sin qui inediti. Per conferire alla mostra un respiro che non fosse soltanto quello dello studio esegetico, ma anche umano, le venti “nuove” opere sono state contestualizzate accanto ad altre trenta già note, in modo da attraversare tutto lo spettro della parabola pittorica di Lega, dagli esordi a Firenze, sino all’ultimo periodo di Gabbro, in quel di Rosignano, nella campagna livornese.

Pur frequentando l’Accademia di Belle Arti nel capoluogo toscano - dov’era giunto dalla natia Modigliana, in Romagna -, entrò nello studio di Luigi Mussini, dove ebbe modo di conoscere Franz Adolf von Stürler, due figure che avranno una discreta importanza nella sua formazione. Nella sua primissima fase storicistica, testimoniata in mostra dall’inedito Tiziano e Irene di Spilimbergo (1859), Lega è vicino alle purezze dei nazareni mutuate da Mussini, così come alla ritrattistica accademica di von Stürler, il cui Ritratto di Lorenzo Bartolini (1845) omaggia in copia il formalismo di Ingres. Importante, nello sviluppo della pittura macchiaiola di Lega, la struttura compositiva di Antonio Ciseri per La famiglia Bianchini (1855), per opere come Un dopo pranzo o Il canto di uno stornello. Come tutti i Macchiaioli, anche Lega muove i primi passi nel lambito dello storicismo accademico, per poi dissociarsene in quegli che saranno gli anni d’ora della macchia, ovvero gli anni della cosiddetta “Scuola di Piagentina”, dalla zona periferica di Firenze, lungo l’Affrico, dove Lega e colleghi (Borrani, Signorini, Sernesi) dipingevano en plein air, sull’esempio degli Impressionisti, e più ancora di Camille Corot che li ispirò a studiare i giochi di luce e del contrasto dei colori.

Per Lega, ospite della famiglia Batelli, quegli anni furono tra i più artisticamente fecondi, anche in virtù della serenità affettiva che poté vivere, concretizzati dal sodalizio affettivo con Virginia, la giovane figlia del padrone di casa, con la quale vivrà una sorta di vero e proprio “amore alla macchia”, visto lo status di separata che caratterizzava la giovane donna. Un amore nascosto, che Lega immortalò in numerose opere, restituendoci affettuosi ritratti di Virginia, che fu la sua musa per opere come Donna in giardino (1864) o La educazione al lavoro (1863); il primo, perfetto esempio di pittura di macchia, è l’inedito bozzetto per la figura femminile al centro di quella che sarà l’opera L’elemosina (1864). La modella, Virginia Batelli appunto (anche se il volto non è definito), si staglia al centro del dipinto in un ampio abito color ocra scuro, sotto un cielo da cui piovono a picco raggi solari di cui sembra di sentire il calore, suggerito dalla pennellata pastosa che delinea il cielo afoso, così come il polveroso sentiero. La educazione al lavoro. Sia in bozzetto sia nella versione definitiva, è invece una placida scena domestica, dove Virginia, pudicamente ritratta di spalle, lavora la lana assistita da una bambina, probabilmente una figlia di contadini coloni presso la famiglia Batelli. Si tratta di una scena di familiare affettività, e la serenità della stanza è illuminata dal sole che penetra attraverso la finestra aperta, un elemento compositivo ricorrente nella pittura di Lega. Della stanza, si percepisce anche l’elegante ma sobrio mobilio, tipicamente toscano, che sembra uscire da una pagina di Collodi.

A conferire prestigio a una mostra già di per sé non comune, lo splendido Una visita (1868), appositamente in prestito dalla Galleria Nazionale d’Arte Moderna di Roma. Qui, lo stile scapigliato e solare della Macchia si stempera in un maturo naturalismo, istigato anche dalla plumbea quiete, velata di tristezza, di un pomeriggio di tardo autunno, quando due sorelle accompagnate dalla madre si recano in visita a una vicina. Nelle figura di una delle sorelle e della vicina, che si scambiano un bacio di saluto, è ravvisabile, dal punto di vista compositivo, il richiamo al giottesco bacio di Giuda della Cappella degli Scrovegni di Padova, con l’altra sorella nella posizione di un Apostolo. Ancora una volta, protagonista è l’architettura toscana, con la facciata della casa di un severo ocra scuro, ingentilita dal portone verde semiaperto, e il mezzo rosone sull’architrave, decorato con un’inferriata in ferro battuto, così come la finestra sul lato destro. Particolari architettonici che si armonizzano con la placida natura invernale, suggerita dagli alberi spogli in primo piano. A fa comprendere i successivi sviluppi di questo soggetto, l’inedito bozzetto La visita alla balia (1869-70), dove la scena è rappresentata “in negativo”, ovvero con i personaggi a destra anziché a sinistra, in un ribaltamento del pieno e del vuoto. Seppur invernale la giornata in quest’occasione è tersa, così come la tavolozza è dominata da tonalità più solari.

Il felice periodo di Piagentina, s’interrompe per Lega in modo assai drammatico nel 1870, con la scomparsa di Virginia Batelli, morta di tubercolosi appena trentacinquenne, assieme a vari suoi familiari. Fu questo un durissimo colpo per l’artista, che vide crollare attorno a sé quel mondo di affetti che, seppur nascosti, lo avevano accompagnato in quegli anni, dandogli la serenità per dipingere, ma anche per apprezzare l’esistenza quotidiana. Affranto, Lega lascia la Toscana per far ritorno in Romagna, a Tredozio, nelle vicinanze della natia Modigliana. Troverà nuovo e necessario calore familiare presso i Fabbroni, che già lo ebbero ospite fra il 1855 e il 1857, quando lasciò Firenze per una parentesi prima della nascita della “Scuola di Piagentina”. A questo primo periodo appartengono i ritratti dei coniugi Fabbroni e della madre di lui. In queste opere, pur giovanili, Lega dà prova di notevole maestria nell’interpretare le psicologie dei soggetti che va ritraendo, ed ecco così che all’osservatore si presenta il severo e moderato Dottor Fabbroni, dall’aria dura di pater familias sottolineata dall’abito nero, quasi funereo, una personalità in linea con la madre, gentildonna pre-napoleonica. Affascinante, lo sguardo femmineo di Elisa Fabbroni-Pieraccini, che rivelano un’intensa sensibilità e una certa passionalità, certo raffrenata dal severo ambiente familiare. Nel 1870, Lega è tornato ospite dei Fabbroni, e non si lascia sfuggire l’occasione, così emotivamente importante per lui, di ritrarre la giovane Maria Virginia, che nel nome e nella dolcezza adolescenziale gli ricorda la Batelli. Anche qui, il pittore cattura lo sguardo della ragazza, e quello smorzato sorriso di chi guarda alla vita con curiosità e entusiasmo. La vita di Virginia, fu purtroppo difficile; ostacolata dal padre a sposare l’uomo che amava, malvista per la sua attività di poetessa, morì di tisi nel 1878, poco prima del sospirato matrimonio.

A caratterizzare il soggiorno a Tredozio, anche alcune suggestive scene d’interni, In cantina (1870) La lettura (1871), rispondenti al gusto naturalista che in Italia si stava sostituendo alla Macchia, in risposta alle sollecitazioni che provenivano d’Oltralpe.

Sul finire degli anni Settanta, la pittura di Lega evolve verso un maturo impressionismo che di fatto lo colloca fra i capiscuola del naturalismo italiano moderno, ma il mancato acquisto nel 1884 del quadro Una madre, da parte del Governo, lo sprofonda in una nuova crisi, lui che sempre ha vissuto ai margini della comunità artistica, vendendo con difficoltà i suoi dipinti, e trovando calore familiare soltanto per brevi periodi, vivendo il resto dei suoi anni in camere di locande, o appartamenti ammobiliati. Eppure, la sua ricerca portata avanti in silenzio e con modestia, ne fa uno dei più interessanti Macchiaioli (e non solo) italiani, come dimostrano appunto i quadri tra la fine degli anni Settanta e la metà degli Ottanta, dove la tavolozza si fa brillante, il tocco fluido e sintetico (Campagna toscana con grano maturo, Scena in giardino), e il paesaggio si alterna a intense figure femminili, come la Venditrice di coperte (1891), caratterizzata da una inconsueta figura intera e una statuarietà da idolo, e ripresa poi da Nomellini per la sua Testa di ciociara (1892). L’ultimo impeto creativo di Lega si ha negli anni Novanta, con l’ultimo trasferimento a Gabbro,nella campagna di Livorno, ospite della famiglia Bandini; istaura una profonda amicizia con Clementina, vedova di Giovan Battista, e riaccasatasi con il conte Rosselmini. A questa donna inquieta e indipendente, non poteva non andare a genio una personalità passionale, e altrettanto indipendente, come Lega, che, ritrovata una certa pace, poté attendere agli ultimi dipinti, prima di morire nel 1895, stroncato da un carcinoma allo stomaco. Oltre ai paesaggi, del periodo di Gabbro ci restano gli splendidi ritratti femminili, in particolare quella Contadina (1890), dal pittore soprannominata la “Scellerata” per la sua maschia fierezza un po’ guerriera che scaturisce dall’intenso e febbrile sguardo, e che il pittore fissa sulla tela con inusitata potenza espressiva, adottando una tecnica che è un intreccio di colpi di pennello, sensuale come il palpitare del cuore.

Attraverso i venti inediti, affiancati da altri trenta dipinti già noti, la mostra del Centro Matteucci ha contribuito non poco ad approfondire la vicenda artistica e umana di un pittore la cui grandezza è stata pari alla modestia che sempre ha dimostrata in vita, opponendo uno stoico amore per l’arte alle difficoltà che l’esistenza quotidiana gli ha costantemente fatto incontrare, da quelle economiche a quelle affettive, una su tutte la perdita dell’amata Virginia. La mostra viareggina, con rara sensibilità, racconta una vita attraverso uno stile artistico, che ha avuto nell’attrazione per il paesaggio naturale e per il gentil sesso, la chiave per sfuggire alle difficoltà di una vita troppo spesso solitaria.

Niccolò Lucarelli

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