Miroslav Kraljevič, scapigliato pittore della Mitteleuropa

Nell’opera del grande e misconosciuto pittore croato, la cafè society mitteleuropea colta sull’orlo della crisi. Alla Galleria d’Arte Moderna di Ca’ Pesaro, fino al 15 giugno 2014.


VENEZIA - I Balcani di fine Ottocento, sospesi fra la dominazione asburgica e gli ultimi bagliori della Porta, erano terra fiera e ardente di nazionalismo. La dominazione turca ebbe fine nel 1699 con la pace di Carlowitz, in base alla quale la Croazia diventò parte dell’impero asburgico. Due secoli dopo, la passione politica a sfondo nazionalista era forte, e tuttavia si respirava l’aria della Mitteleuropa, che favorì il formarsi di numerosi talenti artistici.

Un autoritratto di Miroslav Kraljevič, modernista croato, è la piccola ma raffinata mostra che attraverso venti fra dipinti e disegni esposti nei prestigiosi spazi di Ca’ Pesaro, rende omaggio a questo protagonista dell’arte europea, a torto oggi misconosciuto. Le opere, pressoché inedite in Italia, provengono dalla Moderna Galerija di Zagabria, che lo scorso anno, in occasione del centenario della morte dell’artista, gli ha dedicato un’importante retrospettiva. Ma anche Venezia è palcoscenico naturale per le opere di Kraljevič, con il suo essere porta privilegiata fra l'Oriente e la Mitteleuropa, crepuscolare e romantica insieme, e non è arduo immaginare l'artista, o le eleganti persone da lui ritratte, passeggiare sotto le Procuratie, o sedere a un tavolo del Florian, contemplando il tramonto sull’Adriatico, e con la mente rivolta alla Dalmazia.

Del gentiluomo pensoso, dell’intellettuale crepuscolare apparentabile a Schnitzler o von Rezzori, Kraljevič possedeva l’innegabile tratto, oltre che il talento, come appare ancora oggi dal suggestivo Autoritratto con la pipa, inappuntabile in frac nero e camicia bianca, cui però la pipa dona un tocco di scapigliatura. Successiva al soggiorno parigino, la tela evoca uno stile maturo, fatto di pennellate ampie e pastose, dove il modernismo si è fatto concettuale, ovvero desiderio di essere protagonista, per la sua generazione, delle sorti dell’Europa, stante anche la complessa situazione balcanica, che accendeva gli animi di tanti giovani slavi.

Miroslav Kraljevič nacque, da illustre e nobile famiglia, nella cittadina di Gospić,capoluogo della regione della Lika e di Segna, nella Croazia occidentale. Un contraddittorio amore-odio per l’Austria e la cultura germanica contraddistingueva il sentire delle élites intellettuali balcaniche dell’epoca; atteggiamenti che nella storia non sono mai mancati, basti pensare all’ostilità dell’Italia mussoliniana nei confronti della Francia, quando le originarie radici ideologiche di socialismo soreliano del Duce, erano proprio di matrice francese. Disguidi del possibile, avrebbe detto Montale. Per gli intellettuali balcanici, Vienna e Monaco di Baviera, assieme alla sfolgorante Parigi, erano irrinunciabili tappe dove affinare la formazione pittorica, e incontrare quel beau monde che ancora dava il la al resto d’Europa. I pittori, in particolare, subivano il fascino del Realismo, del Simbolismo e dello Jugendstil, all’interno di un percorso artistico di respiro europeo, che li portava invariabilmente a confrontarsi con le esperienze artistiche di area austro-tedesca. E fu in Baviera che si formò quello che in Croazia sarà ricordato come il Circolo di Monaco, sodalizio artistico d’impronta modernista costituito da Miroslav Kraljevič, Josip Račić, Vladimir Bečić e Oskar Herman, che all’impegno artistico unirono anche quello politico, legandosi, eccetto Herman, al movimento di unità nazionale jugoslavo. Popolo fiero, quello croato, che ottiene parziale autonomia dall'impero asburgico nel 1867, ma che solo con l’unità di tutti gli slavi vede la definitiva rottura del giogo di Vienna.

Esponente dell'ultima stagione asburgica dell'Austria Felix, Kraljevič fu crepuscolare esponente di quella struggente Belle Époque a tempo di valzer, che seppe interpretare attraverso uno stile dal forte impatto modernista, che però tiene presente la lezione della Scuola di Zagabria, a sua volta legata all’Impressionismo. Una carriera breve, la sua, drammaticamente interrotta dalla tubercolosi, che lo uccise nel 1913, non ancora ventottenne.

Pur concentrata in un numero ridotto di dipinti e disegni, la sua produzione artistica salda concettualmente l'operetta di Emmerich Kálmán e Ferenc Lehár all’angoscia esistenziale di George Grosz, nel senso che gl'impeccabili damerini da lui ritratti, se da un punto di vista estetico potrebbero costituire esponenti di una società positivista fiduciosa nel progresso e fiera delle proprie ricchezze, osservando attentamente le loro espressioni vi leggiamo il ghigno insano dell’inquietudine, dovuto alla sensazione che l’Europa, così come conosciuta sino ad allora, si stava sfaldando.

Fondamentale, per la sua formazione artistica, il soggiorno parigino dal 1911 al 1912. In quegli anni, Parigi era ancora il faro della cultura mondiale, gli ultimi impressionisti ancora in vita lavoravano fianco a fianco con l'Avanguardia cubista di Picasso, Braque e Modigliani, mentre Proust, con la sua Recherche, era il cantore di un Ottocento corrotto, ma che il senso della memoria sapeva comunque addolcire. E ancora il teatro d’avanguardia ispirato al Modernismo e ai Fauves, con i Ballets Russes di Sergej Pavlovič Djagilev (che nel ’29 sarebbe morto a Venezia), fulcro di una vita notturna che di lì a poco si sarebbe spostata nei dintorni di Montparnasse. Per Kraljevič, quando vi giunse oltre un secolo fa, Parigi fu questo e molto altro, vi trovò paradossalmente, come accade nei periodi di decadenza, un'atmosfera dove la spensieratezza sembrava voler mettere a tacere le minacciose voci di guerra che attraversavano l'Europa, partendo proprio dai Balcani. Ma intanto, Kraljevič poteva scoprire una città attraente, sordida e sensuale insieme, dove il piacere erano ancora un valido motivo per spendere il proprio tempo.

La mostra si concentra sulle opere del periodo parigino, fra cui è emblematico il ritratto del Bonvivant, ossia l’amico Arsen Masovčić, raffigurato con cappello a cilindro, guanti e bastone da passeggio. Una posa degna di Oscar Wilde, ma con in più un ghigno beffardo che si fa allegoria di un’intera, spregiudicata generazione, quella stessa di Bel Ami, che adesso include anche gli irredentisti croati e slavi tutti.

Una folla mondana che aveva il caffè quale luogo d’elezione, nella miglior tradizione borghese e intellettuale dell’Europa moderna. Luoghi dove si reca la folla desiderosa di guardare e farsi guardare. Nella tela In una caffetteria di Parigi, (nella foto), con piglio mondano degno di Toulouse Lautrec, Kraljevič immortala una coppia in cerca d’avventura nelle cavità della notte, al riparo dalla morale della luce del giorno. Analogamente, Nella taverna, anch’esso dipinto dopo il soggiorno parigino, riporta in un’atmosfera da baccanale l’ebbrezza violenta delle classi più umili.

La Parigi intellettuale e spregiudicata brilla nella splendida china Scena tratta da Balletto Russo (Le Spêctre de la Rose) del 1912, un omaggio sensuale, al limite del sadico, a quest’originale allestimento di Djagilev, che strizzava l’occhio all’Ubu jarryano e al suo “vento della distruzione”.

Una mostra, questa, che nella sua raffinatezza concettuale ci parla dell’Europa di ieri e di oggi, di una società in crisi esattamente come un secolo fa, che però, in questo Duemila ha visto ridursi notevolmente la profondità del pensiero artistico e politico.

Ulteriori informazioni su orari e biglietti, al sito www.visitmuve.it.