Rubrica — Mostre

L’avventura di Niki de Saint Phalle, prima artista femminista del Novecento

Pirodactyl over New York, 1962. © Niki Charitable Art Foudation, Santee, USA. Photo: © André Morain, Courtesy Niki Charitable Art Foundation and Galerie GP & N Vallois, Paris

Il Museo Guggenheim Bilbao, in collaborazione con la Réunion des Musées Nationaux-Grand Palais di Parigi, ospita una retrospettiva completa su Niki de Saint Phalle la prima artista femminista del Novecento, fra avanguardia artistica e attivismo sociale. Fino all'11 giugno 2015. Tutte le informazioni, al sito www.guggenheim-bilbao.es.


BILBAO (Spagna) - Una sublime violenza di forme, colori, una bellezza non convenzionale con una sottile nuance mascolina, che si esalta in una personalità fieramente avversa alle convenzioni. Un personaggio che nel caos sociale e politico del Novecento, probabilmente si sentiva a proprio agio, trovando, nei momenti di pausa fra una crisi e l’altra, l’ispirazione e lo spiraglio giusto per affermare sé stessa e le proprie idee.

Questa, in estrema sintesi, è stata Niki de Saint Phalle, artista franco-statunitense alla quale, nell’omonima mostra curata da Camille Morineau e Álvaro Rodríguez Fominaya, rende omaggio il Museo Guggenheim Bilbao, attraverso duecento fra opere e documenti d'archivio, molti dei quali inediti.

Niki de Saint Phalle - pseudonimo di Catherine Marie-Agnès de Saint Phalle (1930-2002) -, era figlia di un banchiere e di un ballerina, un curioso mélange familiare che, al pari di Agostino John Sinadinò, le riserva un destino non comune. A seguito del crac di Wall Street e delle difficoltà economiche, nel 1937 la famiglia si trasferisce negli Stati Uniti, lasciandosi alle spalle l’ormai agonizzante Terza Repubblica francese, e Niki si trova proiettata nella paradossale New York di quegli anni, al centro di un vasto programma di risanamento guidato dall’urbanista Robert Moses, e teatro dei quotidiani scontri fra bande malavitose rivali, all’ombra di Wall Street e del Rockfeller Center, o fra i vicoli di Little Italy. Una città tenera e violenta insieme, all’ombra della quale crescevano quelli che sarebbero diventati gli esponenti della Beat Generation, dell’Action Painting, della scena RnB degli anni Sessanta, i protagonisti, insomma, del nuovo corso del secondo Novecento.

Ma poche sono le donne che nel campo dell’arte abbiano avuta la possibilità di esprimersi, e Niki de Saint Phalle s’inserisce in un sentiero che a suo tempo fu tracciato da figure quali, fra le altre, Lavina Fontana, Elisabetta Sirani, Artemisia Gentileschi, Maria Hadfield Cosway, Berthe Morisot e Tamara de Lempicka; donne il cui amore per l’arte non ha risparmiate loro umiliazioni e biasimo da parte di una società ancora dominata dal modello patriarcale.

Sul filo di una vita spesa all’insegna del libero pensiero e dell’anticonformismo, la mostra - una delle più suggestive fra quelle in corso in Europa sull’arte contemporanea -, tratteggia la personalità di questa figlia spirituale di Djuna Barnes, strenua oppositrice delle convenzioni e della rigida morale borghese, che si esprime in maniera radicale, attraverso caos e violenza. Perché il Novecento è il secolo dell’estetica concettuale, più che dell’estetica formale, e Niki coglie al volo le nuove possibilità espressive che hanno fatto irruzione nel panorama artistico mondiale con Picasso e il Cubismo, Dalì e il Surrealismo, Matisse e i Fauves. Res sic stantibus, la sua arte è un caleidoscopio di linee e colori che s’intersecano come proiettili dalle differenti traiettorie, linee e colori che già si portava dentro, e che fissa sulla tela dopo una giovinezza decisamente sopra le righe.

La sua sofisticata bellezza fa di lei una donna non comune, e dopo una carriera come modella per riviste quali Vogue e Life, tra la fine degli anni Quaranta e i primi anni Cinquanta (quando dava voce al lato mondano della New York della Beat Generation), e movimentate vicende sentimentali, nel ’53 una crisi depressiva la obbliga al ricovero in una clinica psichiatrica, lunghi mesi nel corso dei quali scopre sé stessa, e comincia a tradurre in pittura i suoi sentimenti più intimi, che scaturiscono dalla solitudine e dalla paura di sé stessi. Impulsi che autorizzano ad accostare Niki alla corrente dell’Art Brut, concetto creato da Jean Dubuffet per definire le espressioni artistiche di individui digiuni di cultura artistica, scaturiti soltanto dall’autenticità dei sentimenti; una condizione che si ritrova più frequentemente negli individui “ai margini”, come i detenuti, o i pazienti delle cliniche psichiatriche. Fuori dal coro e sopra le righe, Niki de Saint Phalle, che con uno sguardo riusciva a catturare il mondo, e a restituirlo agli altri da una tela macchiata di emozioni, una tela che diventava la pagina ideale per scrivere la storia di una vita, una di quelle storie scaturite dal Novecento tormentoso e tormentato, cui ci avevano intanto abituato intellettuali quali Sartre, Nizan, Drieu La Rochelle, quando non erano gli americani della Beat Generation.

"Dipingere calmava il caos che agitava la mia anima. Era un modo di placare quei draghi che sono sempre apparsi nel mio lavoro”. Sembra di leggere Antonio Ligabue, o Vincent van Gogh. La mostra spagnola si apre su queste prime esperienze pittoriche, fra cui Night Experiment, (1959), nel tono cromatico e compositivo richiama la drammatica atmosfera di Guernica, e, nella tecnica, i collage dadaisti: oggetti d’uso quotidiano come punteruoli e tenaglie, e ancora molle e frammenti di metallo, falcetti e pistole, tutti stesi su un telo bianco, un minaccioso “bazar” degli orrori, metafora di un malessere caratterizzato da una deriva autolesionista, che ha nell’ipocrisia la sua fonte principale.

Anni difficili, quelli dell’American Dream, dove l’illusione dell’uguaglianza è accompagnata dal Maccartismo, dalla questione razziale, e da un soffocante conformismo contro cui, negli stessi anni, dal palcoscenico si scaglia Tennessee Williams, con le sue caustiche pièce. Un’America che sembra lontana anni luce dal brillio un po’ kitsch che aveva caratterizzato i ruggenti anni Venti, che ebbero in Francis Scott Fitzgerald il loro superbo cantore; a partire dagli anni Cinquanta, in America nasce la coscienza civile, quella dei movimenti di protesta, dei diritti omosessuali, dell’ecologismo, eppure, per qualche strano scherzo del destino, quell’opulenza à la Gatsby sopravvive in qualche modo nell’opera di Niki, nelle forme esagerate delle sue donne, nella varietà di colori che caratterizzano le sue tele, un’opulenza che si fa stigma di un’America - e siamo ormai alla fine degli anni Cinquanta -, che scopre il cibo in scatola, la rivoluzione sessuale e la contestazione giovanile; una società di massa non scevra di contraddizioni, dove l’entusiasmo sembra però la parola d’ordine per affrontare le nuove sfide. Sembrano esserci opportunità per ogni individuo, eppure, la questione razziale e la questione femminile attendevano ancora una soluzione, mentre nel profondo della coscienza, la società americana iniziava a discutere della pace nel mondo e della lotta contro la povertà. E Niki comprende che, se le donne non avessero presa in mano la situazione, la loro situazione, ben poco avrebbe potuto cambiare.

In quegli anni il mondo scopriva di non riuscire più a liberarsi dalla disumana violenza innescata dalla Seconda Guerra Mondiale, e che si stava manifestando nei conflitti post-coloniali, nella crisi arabo-israeliana, nelle guerre civili africane. Da artista engagée, Niki Saint Phalle collega queste tragedie a radici storico-politiche come la religione e la società patriarcale, il commercio di armi e la politica neo-colonialista, e con acutezza e originalità le pone all’attenzione del mondo ideando la serie dei Tiri, performance in cui l'artista o persone del pubblico sparano e distruggono dipinti con una carabina. Al loro apparire, suscitarono scandalo, sia per la violenza che lasciavano trapelare, sia per il fatto di essere stati ideati da una donna.

Grand Shoot - J Gallery Session (1961), è una tela a tecnica mista della serie I tiri, il cui happening si tenne alla J Gallery. Artisticamente, la tela si avvicina all’Action Painting di Jackosn Pollock, ma mentre quest’ultimo intendeva la pittura come un'arena all'interno della quale venire a patti con l'atto della creazione, per l’Art Brut, e per Niki, il compromesso non è contemplato.

Performance che proiettano Niki al centro della scena artistica mondiale, e in quello stesso anno 1961, viene chiamata a far parte, unica donna, del gruppo dei Nouveaux Réalistes, al fianco di Gérard Deschamps, César, Mimmo Rotella, Christo e Yves Klein. Di questo periodo artistico, particolarmente significativo Pirodactyl over New York (1962), tela a tecnica mista caratterizzata da uno skyline onirico che ricorda Chagall; il grattacielo potrebbe essere il Chrysler Building, mentre l’uccello preistorico evocato dal titolo, si libra sulla città, spaventosa minaccia che sottintende l’incubo post-nucleare che Bob Dylan ha appena inciso in versi e musica nella splendida A hard rain’s a-gonna fall.

Ma la statura di Niki è data essenzialmente dalla sua coscienza femminista, con la quale rivoluziona l’universo artistico del secondo Novecento, sensibilità attraverso la quale dà una nuova lettura della figura femminile, producendo una distorsione della forma che, per contro, corrisponde a un ampliamento della psiche. Un approccio sintetizzato dalle scultura della serie Nanas, un termine spagnolo che significa "ragazzine di piccola statura", che però Niki scolpisce in grande formato. Forme arrotondate, volumetrie gonfie; nessuna importanza a piedi o mani, grande cura per la capigliatura e enfatizzazione di seni, sesso, ventre e glutei. In quelle figure colorate di grandi dimensioni, c’è tutta la determinazione della donna di essere presente nella società; le donne non sono venute al mondo per fare le puttane, meri oggetti del piacere maschile; le donne hanno un corpo e un’anima, cui l’uomo deve rispetto.

In quei colori accesi bruciano gli arcobaleni di benzina di Robert Pinsky, per una condizione “impossibile da dire”, quella di chi lotta ogni giorno per i propri diritti con la consapevolezza di avere ragione. Una lettura concettualmente provocante della figura femminile, riletta come una moderna Dea Madre primitiva, della quale le Nanas hanno persa la staticità, per librarsi libere nell’universo della vita, a riaffermare il nuovo ruolo della donna nella società moderna.

Una mitologia femminile contemporanea, alla quale è necessario guardare ancora oggi, in tempi in cui la piaga della violenza di genere è ben lungi dall’essere estirpata anche in Occidente, e la parità sociale ed economica sembra tutt’altro che acquisita.

Nella sua ultima fase artistica, Niki si spostò in Toscana, portandovi un soffio del Modernismo esoterico con cui Gaudì aveva a suo tempo invasa Barcellona, in particolare il Parque Guell, dove forme colorate si integrano armoniosamente con il paesaggio naturale. A Capalbio, sul versante meridionale della collina di Garavicchio, a partire dal 1979, Niki ha realizzato il Giardino dei Tarocchi, un parco artistico con splendide sculture alte fino a 15 metri, che hanno per soggetto i ventidue arcani dei Tarocchi, e realizzate in acciaio e cemento rivestito di specchi, vetri e ceramiche colorate. Uno splendido connubio fra arte, natura e spiritualità, l’ultimo regalo del’artista a un’umanità che sempre più sembra alienarsi dalla Natura.

Sulla scia di Niki, scomparsa nel 2002, si sono inserite artiste quali Sophie Calle e Jenny Saville, nella produzione artistica delle quali torna a ruggire l’imperioso femminismo di colei che le ha precedute, e della quale resta il ricordo di una persona che, prima di sentirsi artista, si sentiva umana, con il preciso compito di non far sì che la propria vita trascorresse invano.

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