​Giorno del Ricordo in Toscana: seduta solenne in Consiglio regionale

Enrico Rossi: “Il silenzio sulle foibe non era più giustificabile. In quelle tragedie, la distruzione del comune patrimonio di libertà e dell’incontro di diverse culture che appartiene all’Europa”


Il senso della memoria per ispirare il comportamento futuro, per i valori della nostra Costituzione e anche per fare i conti con la storia. Il presidente del Consiglio regionale, Eugenio Giani, ha aperto questa mattina, 12 febbraio, la seduta solenne per il Giorno del Ricordo, richiamando, tra i molti interventi che si sono susseguiti in questi giorni, quello “importantissimo del Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella che ha parlato con chiarezza di un processo che possiamo anche definire di pulizia etnica”.

Preceduto dal suono delle chiarine, dinanzi alla platea di autorità civili e militari - era presente anche il Gonfalone di Firenze -, Giani ha celebrato la “giornata che vuol ricordare tristemente i morti, coloro che furono uccisi nelle foibe”. Un giorno che focalizza l’attenzione “su quel periodo drammatico per la popolazione italiana, che nell’immediato dopo guerra affrontò l’esodo che coinvolse circa 350mila persone”. Migliaia di persone che, ha ricordato Giani, “vivendo in Istria e Dalmazia furono costretti ad abbandonare le proprie case e proprietà in poche ore”. Un dramma rappresentano “nella nave di nome ‘Toscana’che se ne va dal porto di Zara”.

Il presidente del Consiglio ha poi ricordato la sorte di quanti, rientrati in Italia, vissero nei campi profughi che sorgevano alle periferie delle nostre città, dove in molti rimasero “per anni”.

Si sono succedute “fasi di pluralità di letture”, ha detto Giani, ma “il tempo sta dimostrando il senso di quell’Italia che Dante definiva da Pola alla Sicilia: l’Istria era storicamente legata al popolo italiano”; quelle terre erano “chiaramente di popolazione italiana”.

Giani ha citato gli impegni che la Regione ha tenuto in questi giorni per celebrare la Giornata del ricordo, tra cui la presenza istituzionale a Trespiano e anche in altre città, il 10 febbraio scorso.

“Il silenzio non era più giustificabile. Di questa dimenticanza oggi, noi non dobbiamo tacere, assumendoci le nostre responsabilità per avere negato, sminuito, l’orrore contro l’umanità rappresentato dalle foibe e poi il dolore dell’odissea dell’esodo”. Il presidente della Toscana, Enrico Rossi, è intervenuto questa mattina, 12 febbraio, al palazzo del Pegaso, nella seduta solenne del Consiglio regionale per il giorno del Ricordo. “Quello istituito dal Parlamento nel 2004 è un riconoscimento dovuto alle vittime e ai loro congiunti”, afferma, “un segno di attenzione che il nostro Paese ha mostrato verso le tragedie del nostro recente passato”. Un riconoscimento che “in precedenza era mancato”, prosegue il presidente. “La tragedia era caduta nell’oblio, le parti politiche, per via delle logiche legate alla guerra fredda, tennero celata una vicenda che continuava a rappresentare una ferita profonda nel nostro Paese”. Enrico Rossi ricorda le “parole feroci nei confronti degli esuli istriani e dalmati”, scritte da Palmiro Togliatti nel 1946 sull’Unità e ricorda “volentieri anche le eccezioni, che però ci furono, come a Livorno, dove mille profughi furono accolti nella zona di Calambrone e nel quartiere Sorgenti. Il Comune e i carabinieri costituirono un fondo per l’acquisto di libri e altri materiali scolastici per aiutare i ragazzi”.

“La pace e i rapporti amichevoli che vogliamo costruire sempre più con la Slovenia e la Croazia non possono prescindere dal riconoscimento delle verità”, aggiunge il presidente. Un riconoscimento “che dobbiamo farci reciprocamente. La pace si costruisce sulla verità e la riconciliazione non può fare a meno della verità”. Secondo Enrico Rossi, che richiama quanto affermato dai presidenti della Repubblica, Giorgio Napolitano e, poi, Sergio Mattarella, si tratta ora di “non regredire e di continuare, senza negazionismo, riconoscendo la tragedia provocata dal movimento partigiano titino-jugoslavio, le foibe, le esecuzioni sommarie, l’orrore. Una sconvolgente stagione di morti, con migliaia di civili barbaramente torturati e uccisi, in un clima e con fatti che assunsero il carattere della pulizia etnica”.

Sul fondo di questi drammi, conclude il presidente della Toscana, “c’è stata la distruzione di quel patrimonio di cultura della libertà e dell’incontro, della diversità di lingue e di culture, che è tipicamente un comune patrimonio europeo”. Oggi, “queste riflessioni hanno una valenza urgente, per evitare che fantasmi del passato possano riemergere. Solo un rinnovato progetto europeo, sostanziato di valori e capace di risolvere i problemi, può affrontare i nodi e lenire i dolori che la memoria del Novecento ci consegna, evitando, come un’assicurazione sul futuro, possibili disastri”.

"Solo un rinnovato e credibile progetto europeo, sostanziato di valori e in grado di affrontare e lenire i dolori del Novecento, può aiutarci ad evitare nuovi e possibili disastri. Occorre rammentarlo oggi, mentre si ricordano le vittime delle foibe e l'esodo dall'Istria e dalla Dalmazia, rifiutando letture parziali e tese a legittimare nuovi nazionalismi e divisioni. La memoria delle vittime deve renderci consapevoli e responsabili, deve esortarci a costruire identità che si fondino non su esclusioni ed espulsioni ma sulla ricerca di un futuro comune". Con queste parole il presidente della Regione Toscana, Enrico Rossi, ha concluso l'intervento che ha svolto oggi in Consiglio regionale in occasione della seduta straordinaria dell'Assemblea toscana dedicata al Giorno del ricordo, istituito con legge nel marzo 2004 su iniziativa dell'allora presidente della Repubblica italiana, Carlo Azeglio Ciampi, allo scopo di conserv are e rinnovare la memoria della tragedia degli italiani e di tutte le vittime delle foibe, dell'esodo degli istriani, dei fiumani e dei dalmati di nazionalità italiana dalle loro terre durante la seconda guerra mondiale e nell'immediato secondo dopoguerra.

"La pace si costruisce attraverso la verità, bisogna pertanto proseguire senza negazionismo", ha aggiunto il presidente Rossi. "Il quadro di cui parliamo è quello della fine della seconda guerra e del confine orientale. La tragedia delle foibe vide un giustizialismo sommario. Il governo jugoslavo del maresciallo Tito stava cercando di costruire un'identità nazionale che coincideva con l'affermazione, in Jugoslavia, del movimento comunista. L'apice della tragedia si ebbe nella primavera del '45. Ci fu una vera e propria pulizia etnica anti-italiana. Togliatti ebbe parole dure contro gli istriani. Eppure, in quello stesso periodo, ci furono voci e comportamenti di dissenso molto imporanti anche all'interno della sinistra e degli stessi comunisti italiani. In Toscana, a Livorno, ci furono straordinari esempi di accoglienza. Oltre millle profughi furono accolti nella sola Livorno, al Calambrone e nel quartiere delle Sorge nti, in una città che dai comunisti era amministrata".

Il presidente della Regione, nel ricordare che "solo dal '43 al '45 furono uccisi, come vittime innocenti, molte migliaia di italiani" e che in seguito "furono spinti all'esodo circa 350 mila persone di origine italiana", ha evidenziato che alla base di drammi come quello delle foibe "vi è la grande semplificazione che ha distrutto il patrimonio europeo costruito sulla diversità di lingue, culture e tradizioni, immolando questa ricchezza sull'altare dell'ideologia del nazionalismo esclusivo ed aggressivo". Per questo, secondo Rossi, un rinnovato e credibile progetto d'Europa è necessario per costruire un futuro senza divisioni e senza conflitti.

"A me piacque che nel 2011 la bandiera slovena sventolò al Quirinale accanto a quella italiana in occasione dell'incontro tra i due capi di Stato", ha detto ancora ricordando l'incontro, nel gennaio 2011, tra l'allora presidente italiano Giorgio Napolitano e il suo omologo sloveno Danilo Türk. "La pace ed i rapporti amichevoli con la Slovenia e la Croazia non possono prescindere dal riconoscimento reciproico delle verità", ha precisato Rossi.

Davide Rossi, vicepresidente della Federazione delle Associazioni degli esuli istriani, fiumani e dalmati, rivolge il proprio ringraziamento alla Regione Toscana e, in particolare, “al consigliere Jacopo Alberti, che mi ha invitato”. Nel corso della seduta solenne odierna traccia un filo in continuità “con analoghi interventi che ho tenuto alla Camera dei deputati e nelle aule consiliari del Veneto, della Lombardia e del Friuli-Venezia Giulia. Il Giorno del Ricordo non è solo una conquista, un punto di arrivo – dice –, ma vive ora una nuova fase, con molti elementi ancora da tratteggiare”.

Il ricordo “non può esserci fino a quando non vi è effettiva conoscenza dei fatti” e gli italiani di oggi sanno ancora “poco o nulla di quelle vicende di tanti italiani che hanno lasciato quelle terre proprio per rimanere italiani” e di una “pulizia etnica che riguardava indistintamente maschi e femmine, giovani e adulti, borghesi e operai, genitori e figli”.

Il vicepresidente delle associazioni degli esuli istriani, fiumani e dalmati ritiene doveroso aprire “un dialogo franco con la storiografia”, nel quale “si menzionino i misfatti del cosiddetto fascismo di confine, evitando però di fare il gioco di quanti puntano solamente su quel periodo per giustificare quanto accadde dopo”. Non servono, aggiunge Davide Rossi, “le leggi bavaglio, con aggravanti penali di chi sostiene teorie per quanto aberranti. Non si ottiene niente a zittire chi propone versioni alternative, alle stupidaggini si risponde con la ragione, con le argomentazioni, analisi serie e lavoro di ricerca”.

Occorre valorizzare i “segni di un’Italia che sta prendendo consapevolezza” ed è necessario “tornare a considerare questi temi come argomenti dell’agenda politica e non di una mera storia locale di confine da relegare al massimo nel mese di febbraio di ogni anno”. Davide Rossi saluta la cerimonia, “con il bellissimo discorso del Capo dello Stato”, che ha riportato il Quirinale “dopo alcuni anni di assenza, ad essere per gli esuli la casa degli italiani”.

“Oggi, a settant’anni di distanza, consapevoli delle nostre ragioni, fieri del nostro passato, chiediamo il rispetto delle istituzioni, l’adempimento degli accordi presi e la consapevolezza per non essere dimenticati”, dice ancora Rossi. E ricorda “l’incredibile vicenda dei cosiddetti beni abbandonati: l’Italia si impegnava a pagare le riparazioni di guerra con le proprietà personali dei propri cittadini e la promessa di risarcirli in un secondo momento. Promessa mai mantenuta che disonora una nazione: le soluzioni ci sono, è una questione di volontà”.

La storia di don Franco Cerri, parroco di Lunata in Lucchesia, ha chiuso gli interventi della seduta solenne del Giorno del ricordo in Consiglio regionale, portando nel consesso istituzionale la voce “di chi c’era”. Don Cerri ha reso la testimonianza “mia, di mia madre e di mio fratello, costretti a lasciare, nel 1948, la nostra città di Zara e a venire come profughi in Italia, dopo che mio padre era stato ucciso dai partigiani jugoslavi semplicemente perché italiano”.
La voce di una famiglia raccontata nel susseguirsi drammatico dei giorni del ’44, quando cominciarono i rastrellamenti degli italiani a Zara, “sia militari che civili”, e che non dimentica il dolore per quel padre ventinovenne ucciso con altri 50: “Furono fatti letteralmente sparire”, dopo aver distrutto i loro documenti, “per cui di loro non c’è traccia”. “Come se non fossero mai esistiti”, come tante vittime di uccisioni e rastrellamenti. Poi venne “l’obbligo di optare o per la cittadinanza slava o per quella italiana: chi sceglieva di rimanere italiano doveva andarsene in Italia, lasciando eventuali proprietà; chi sceglieva di restare, doveva dimenticare di essere italiano”. La storia di don Franco continua in Italia, a Gorizia, dove arriva dopo aver atteso per quattro anni il permesso di poter partire. E poi in Toscana, a Lucca, nel Campo profughi: “Oltre mille persone, sistemate in stanzoni con altre famiglie, divise da coperte, con gente disperata, che si era illusa di un altro tipo di accoglienza”. Ma la parlata dialettale, i cognomi diversi, portavano la diffidenza della popolazione locale, e anzi “c’era perfino chi aveva paura”. “Eravamo come degli stranei per i lucchesi, pur essendo italiani a tutti gli effetti”.

Nella testimonianza di don Cerri anche “l’amarezza che per sessant’anni lo Stato italiano ha ignorato le vittime delle foibe e l’esodo di 300mila italiani dall’Istria, Fiume e Dalmazia, a causa del comunismo jugoslavo”. E’ con grande sofferenza che si ricordano certe cose – ha concluso – se pure nella speranza che non si ripetano mai più. Ma l’aria che tira non mi sembra buona”. 

Redazione Nove da Firenze