Georg Baselitz e il Manierismo come atto di resistenza

Collezionare contro l'eroismo del potere

Redazione Nove da Firenze
Redazione Nove da Firenze
13 Settembre 2026 19:54
Georg Baselitz e il Manierismo come atto di resistenza

Esiste un punto esatto, nel territorio dell'espressione umana, in cui le certezze svaniscono e l'occhio smette di riconoscere l'ordine rassicurante delle proporzioni. È il concetto di "confine" nell'arte, quel crinale dove la perfezione formale cede il passo a una verità più profonda e inquieta. Georg Baselitz, uno dei giganti del contemporaneo scomparso solo pochi mesi fa, ha sintetizzato magistralmente questa tensione:

Questa riflessione costituisce il cuore pulsante della mostra "Oltre il Rinascimento. Tra Dürer e Parmigianino", ospitata a Palazzo Medici Riccardi fino al 5 gennaio 2027. Un evento che non è solo una rassegna di opere, ma un viaggio intellettuale che intreccia la collezione privata di Baselitz con i maestri del Cinquecento, rivelando come la scomposizione della visione classica sia stata, e continui a essere, la linfa vitale della modernità.

Per troppo tempo, una distinzione desueta ha relegato la grafica e l'incisione in un ruolo subordinato. È tempo di smontare il mito della grafica come "arte minore". In queste sale, il segno si rivela come il luogo dove l'idea si fa sostanza pura, libera dai vincoli della committenza monumentale. La tecnica incisoria — dai tratteggi acidi dell'acquaforte alla densità scultorea del bulino — ha permesso agli artisti di sfidare il dogma del "bello assoluto".

Come sottolineato da Sergio Risaliti, curatore della mostra e direttore del Museo Novecento: «Qualcuno ha giustamente definito le stampe "la linfa vitale delle idee". Questa mostra rivela quanto il segno, la matrice e la riproducibilità dell'immagine siano stati, e continuino a essere, strumenti fondamentali della creazione artistica».

Dietro l'artista che ha capovolto il mondo per rimetterlo in discussione si celava un conoscitore accanito che, per oltre sessant'anni, ha interrogato i maestri del passato. La sua ricerca come collezionista ha un incipit simbolico: l'acquisto, nel 1964, de "Il sacrificio" di Antonio Fantuzzi. Non si trattava di un semplice pezzo d'antiquariato, ma di una stampa che interpretava un dipinto di Rosso Fiorentino a Fontainebleau — il cuore pulsante di quel Manierismo eccentrico e muscolare che Baselitz avrebbe amato per sempre.

Per Baselitz, collezionare era una bussola etica. Cresciuto tra le macerie della storia, ha scelto di "destrutturare" l'immagine come reazione consapevole all'estetica del Terzo Reich. Laddove l'arte nazi-approvata cercava una perfezione monolitica, eroica e marmorea, Baselitz cercava la torsione, l'instabilità e la vulnerabilità. Nelle forme "sbagliate" del Manierismo, egli trovò un linguaggio di resistenza: l'universo distorto degli incisori del Cinquecento diventava lo specchio perfetto per chiunque volesse sottrarsi all'imposizione di una bellezza di regime.

Il legame tra Georg Baselitz e Firenze è un filo rosso che attraversa decenni, a partire dal periodo trascorso a Villa Romana. La mostra a Palazzo Medici Riccardi rappresenta un ritorno ideale, un omaggio che completa l'esposizione "Baselitz. AVANTI!" al Museo Novecento. Se lì ammiriamo l'energia creatrice del Baselitz artista, qui entriamo nella mente del Baselitz collezionista, circondati da circa 150 opere che includono anche donazioni significative fatte dall'artista al Museo di Belle Arti di Budapest nel 2020.

Daniel Blau, figlio dell'artista e curatore, ha sottolineato con commozione quanto il padre desiderasse vedere questa collezione esposta tra le mura che videro nascere il collezionismo moderno con Cosimo il Vecchio: «Amava moltissimo queste stampe e speravamo che potesse finalmente vederle esposte nella città che tanto amava. Non è stato possibile, ma come disse poco prima della sua scomparsa: "Lassù ci sarà sicuramente una piccola finestra aperta. Starò a guardare da lì"».

Dürer, Parmigianino, Beccafumi: in questo percorso non appaiono come figure polverose, ma come sperimentatori radicali. Il Manierismo emerge come un "espressionismo senza tempo", dove la figura umana non è più armonia, ma un campo di tensione elettrica.

Si pensi al celebre "Rinoceronte" di Dürer o al potente "Diogene" di Ugo da Carpi. Quest'ultimo, un capolavoro della xilografia chiaroscurale, incanta per l'uso magistrale di matrici multiple che creano una profondità pittorica quasi tattile, un gioco di ombre e volumi che anticipa di secoli l'inquietudine contemporanea. Qui, l'allungamento innaturale degli arti e le torsioni forzate del Parmigianino dialogano con la materia scura e tormentata delle sculture di Baselitz presenti in mostra, in un cortocircuito temporale che annulla i secoli.

Il percorso espositivo, nato dalla collaborazione tra la Città Metropolitana di Firenze, il Museo di Belle Arti di Budapest e la Fondazione Il Bisonte, è una narrazione serrata tra tecniche e intuizioni.

  • L’Eco di Fontainebleau: Le incisioni di Léon Davent e Juste de Juste introducono il visitatore a un mondo di corpi muscolosi e acrobatici, dove la linea si fa nervosa e sperimentale.
  • La Matrice e il Segno: Una rara matrice xilografica di Lucas Cranach il Vecchio permette di toccare con mano l'origine dell'immagine, mentre teche didattiche curate da Il Bisonte svelano i segreti di bulini e punte secche.
  • Visioni Perdute: Di particolare fascino è la serie di stampe derivate da un dipinto perduto di Arcimboldo, che insieme ai lavori pionieristici di Antonio Pollaiolo e Andrea Mantegna, chiudono il cerchio sul Rinascimento e le sue diramazioni.

Attraverso lo sguardo di Baselitz, il Manierismo smette di essere un'epoca storica chiusa nei libri e diventa un'attitudine dell'anima. La scomposizione e l'esaltazione della fragilità emergono come atti di ribellione contro ogni forma di perfezione precostituita.

In un'epoca che spesso si rifugia in canoni estetici rassicuranti e standardizzati, questa mostra ci costringe a guardare nell'abisso della forma instabile. La vera forza di un'immagine non risiede nella sua capacità di confermare ciò che già sappiamo, ma nella sua potenza di scardinare le nostre certezze.

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