“Denaro e Bellezza. I banchieri, Botticelli e il rogo delle vanità”

Economia arte politica e religione nel segno del Fiorino


MOSTRA A PALAZZO STROZZI — Una mostra davvero particolare l'esposizione Denaro e Bellezza. I banchieri ,Botticelli e il rogo delle vanità, a Palazzo Strozzi. Apparentemente è una delle non poche mostre dedicate alla storia dell'arte fiorentina. In realtà è davvero molto di più per scelta delle opere e soprattutto per l'approccio storico critico. Attraverso cento opere di artisti come Botticelli, Beato Angelico, Piero del Pollaiolo, i Della Robbia, Lorenzo di Credi, Andrea del Verrocchio, Jacopo del Sellaio, Hans Memling la mostra collega vicende economiche e d’arte agli sconvolgenti mutamenti religiosi e politici del tempo. Una rassegna in cui ogni opera evoca una storia e spiegando i vari passaggi e le trasformazioni relative al denaro, evidenzia la vita e l’economia fiorentina ed europea dal Medioevo al Rinascimento. Se Il rapporto tra denaro e arte è abbastanza evidente nell'età contemporanea., è particolarmente significativo come la ricchezza abbia determinato anche le immagini di una grande civiltà del passato . E' il caso della storia fiorentina , di cui la mostra ne ricostruisce l'epoca che va dal 1252, quando viene coniato il fiorino d’oro, alla morte di Botticelli. Denaro e bellezza. I banchieri ,Botticelli e il rogo delle vanità fornisce inoltre gli strumenti per guardare al nostro presente, in cui sono all’ordine del giorno le questioni dei rischi del mercato e le contraddizioni tra valori economici e spirituali. Tematiche già allora evidenti nella parabola che va dall'espansione della moneta alla speculazione economica, fino alla critica del lusso e al falò delle vanità.

L'esposizione è accompagnata da un ampio apparato informativo con un allestimento che permette una buona lettura storica. La mostra si articola in una serie di sezioni che sono le tappe di un affascinante viaggio nella storia Si parte da “Il Fiorino, immagine di Firenze nel mondo” dedicata alla moneta immagine di Firenze nel mondo, coniata per la prima volta nel 1252 e fino al 1859. Il nome deriva dal giglio (in latino flos, simbolo araldico di Firenze) rappresentato sul diritto della moneta, mentre sul rovescio è effigiato san Giovanni Battista, patrono della città. La seconda sezione dal titolo “Tutto è monetizzabile?” ci porta nella vita quotidiana all’epoca di Francesco di Marco Datini (Prato 1335-1410), che incarna la figura del mercante medievale nei suoi aspetti economici, politici, ma anche individuali e privati.
Mentre la terza sezione “Usura” introduce un concetto importante e determinante per l'etica del tempo e ,forse, di ogni tempo. Quando l’interesse diventa usura? Tra i vizi capitali fissati dalla Chiesa l’usura rientra nell’Avarizia, e l’usuraio pecca perché vende l’intervallo tra il momento in cui presta e quello in cui viene rimborsato con l’interesse: commercia dunque il tempo, che compete solo a Dio. In mostra è esposta la prima trasposizione in immagine degli avari nella Divina Commedia, del 1345 circa, di Andrea di Cione, detto l’Orcagna: un affresco staccato di oltre tre metri, di grande impatto e importanza. La Quarta sezione ci introduce all'Arte (e mistero) del cambio e fa riferimento alla corporazione che riuniva i banchieri ma anche al mistero del cambio delle monete. Dopo l’usura le cose si complicano: la condanna della Chiesa dell’usura e le immagini di usurai che bruciano all’inferno rappresentavano un forte deterrente. Tuttavia la gente aveva bisogno di prestiti, e non aveva senso concederli senza un tornaconto. Serviva una soluzione che non solo aggirasse il divieto ma che non sembrasse affatto usura. Per oltre 200 anni fu la lettera di cambio a consentire ai banchieri di trarre profitti dai prestiti senza sentirsi usurai. Le città italiane non possedevano valute estere in quantità, perciò per cambiare fiorini, ad esempio in sterline inglesi, bisognava versare i fiorini a Firenze e ritirare le sterline a Londra. La sezione accoglie raffigurazione del mercante-banchiere, rappresentazioni prive delle connotazioni negative degli usurai della precedente, e ospita anche dipinti fiamminghi e incisioni fiorentine di cambiatori, una serie di oggetti legati alla banca ,lettere di cambio, libri segreti e lettere cifrate e cifre per decriptarle.

Come principale strumento di credito, la lettera di cambio finanziava il commercio internazionale. Di norma i banchieri erano anche mercanti, senza una netta distinzione. L’Italia inviava verso Nord spezie, allume, seta e beni di lusso, mentre dall’Europa settentrionale giungevano lana, stoffe, stagno, piombo e cuoio. Poiché il saldo commerciale era a favore dell’Italia e nessuno voleva viaggiare con grandi somme di denaro, veneziani, genovesi e fiorentini dovettero inventare triangolazioni commerciali per far rientrare i proventi dall’estero, spesso passando per Barcellona e Valencia o per le grandi fiere di Ginevra e Lione.
In questa sezione dedicata al commercio internazionale oggetti reali e opere d’arte alludono ai mezzi di comunicazione dell’epoca: le vie fluviali, i viaggi marittimi, i pericoli che si correvano. Tra le opere un un capolavoro di Beato Angelico che raffigura un miracolo di una nave carica di merci in difficoltà, accompagnata al sicuro nel porto da san Nicola di Bari, patrono dei naviganti. La sesta sezione è dedicata alle leggi suntuarie ,cioè alle leggi sul lusso, che disciplinavano non solo l’uso di vesti e ornamenti ma regolamentavano anche banchetti, nozze, battesimi e funerali, ed erano emanate proprio per contenere il lusso, limitando importazioni e spese, per difendere i tradizionali valori di austerità anche a scapito del nuovo mondo che si apriva al commercio. Nella settima sezione “banchieri e artisti” si affronta il tema del rapporto tra i banchieri e l'arte , evidenziando come a Firenze, nel Quattrocento, si assista infatti a una forte crescita della domanda di arte, destinata alle dimore private e voluta da un ceto dirigente – soprattutto mercantile – che vede nella committenza artistica una fonte di prestigio in una società ancora aperta e mobile. Attraverso la bellezza il denaro si affranca dalla volgarità e dal peccato. La sezione otto è dedicata alla “Crisi” e si apre sulla Congiura dei Pazzi che, nel 1478, preannuncia la fine di un’epoca, ma è insieme inizio dello splendido quindicennio laurenziano: la crisi della società fiorentina di fine secolo è collegata ai Medici e al loro antagonista, Girolamo Savonarola. La contesa che oppone Lorenzo il Magnifico (presente in mostra sotto forma di un imponente busto attribuito a Pietro Torrigiano) al frate ferrarese segna la fine del Quattrocento: da un lato il mondo mediceo, la cultura e l’arte neoplatonica accessibili solo a una élite, dall’altro la libertà politica e una religiosità espressa attraverso opere devote di comprensione immediata. Ai Medici e ai Pazzi rinviano nell’esposizione due grandi terrecotte dei Della Robbia con stemmi ed emblemi. Con la discesa di Carlo VIII (un dipinto commemora l’arrivo del re a Firenze),la cacciata dei Medici e il mancato saccheggio della città, Savonarola appare come il salvatore e inizia quindi la sua fortuna politica. L’adesione di Botticelli alle dottrine savonaroliane è tardiva, e fa seguito alla sua crisi personale, coincisa con quella della società fiorentina, e alla distruzione dei sogni umanistici: la perdita di protezione e di committenze importanti e le difficoltà trovano espressione nella “Calunnia”, il dipinto scelto come immagine della mostra. “ La Calunnia” rappresenta la testimonianza estrema della cultura laurenziana. È quasi un addio alla Firenze di Lorenzo il Magnifico, e rappresenta un momento di transizione nel percorso di Botticelli verso l’adesione al credo savonaroliano.

Una mostra densa di significati,curata dalla storica dell’arte Ludovica Sebregondi e dallo scrittore e traduttore Tim Parks e splendidamente allestita da Luigi Cupellini. Da segnalare anche l'ottimo catalogo edito da Giunti. Dopo questa mostra sarebbe auspicabile per il futuro una mostra dedicata al passaggio dalla repubblica al principato a Firenze, ossia dalla fine del Quattrocento, dopo la morte di Lorenzo il Magnifico e gli anni del Savonarola, fino all'instaurazione dei Medici come vera e propria dinastia regnante. Un periodo denso di eventi politici, istituzionali e artistici che potrebbe essere il tema di una mostra di grande rilievo.

di Alessandro Lazzeri

Redazione Nove da Firenze