Vasari per Michelangelo: le sorprese di un restauro

L’intervento, ormai nella fase di conclusione, verrà presentato alla città sabato 24 novembre alle 16


 Il restauro della pala di Giorgio Vasari per l’altare Buonarroti, condotto dall’Opera di Santa Croce attraverso il progetto di fundraising In the Name of Michelangelo, ha riservato numerose sorprese. L’intervento, ormai nella fase di conclusione, verrà presentato alla città sabato 24 novembre alle 16.

Oggi è stato illustrato in anteprima - con la partecipazione di Anna Mitrano del Fondo Edifici di Culto (FEC) del ministero dell’Interno - dalla presidente dell’Opera di Santa Croce, Irene Sanesi, da Claudio Paolini della Soprintendenza archeologica, belle arti e paesaggio, insieme alla restauratrice Maria Teresa Castellano e a Paola Vojnovic, responsabile fundraising dell’Opera di Santa Croce. Ospite d’eccezione Donna Malin, americana, in rappresentanza della schiera dei donors di tutto il mondo.

“Per Michelangelo si sono mobilitati centoventisette donors di tredici Paesi diversi -ha messo in evidenza la presidente Sanesi - Il restauro della pala dell’altare Buonarroti e della tomba monumentale, entrambe opera di Giorgio Vasari, è stato infatti realizzato grazie a In the Name of Michelangelo, progetto di fundraising i cui risultati hanno superato ogni attesa”.

Mitrano ha ricordato che al FEC appartengono 820 edifici sacri, tra cui a Firenze - insieme ad altre undici chiese – il complesso di Santa Crocee ha messo in evidenza come per la tutela e la valorizzazione sia fondamentale la stretta collaborazione tra istituzioni e soggetti pubblici e privati in una prospettiva di sussidiarietà orizzontale.

Particolari inaspettati

Vasari esegue nel 1572 l’olio su tavola che raffigura Andata al Calvario e incontro con Veronicasu commissione dello stesso Cosimo I de’ Medici. “Siamo di fronte a un’opera di altissima qualità con una storia ricca di documenti a cui, con il restauro, si aggiunge una nuova pagina”, ha evidenziato Claudio Paolini. La pala curata dai danni prodotti nella parte inferiore dall’alluvione del 1966 e liberata da una pesante patina oscurante, ha ritrovato particolari inaspettati come il volto di Michelangelo e di Rosso Fiorentino, oltre a un luminoso equilibrio d’insieme. Le evidenti citazioni michelangiolesche appaiono come un omaggio del Vasari a quel Michele Agnolo che nelle Vite viene definito l’amico caro, il divino e meraviglioso artista.

“Il cantiere di restauro è stato caratterizzato dall’apertura al pubblico dei visitatori che, con curiosità e grande interesse, hanno seguito l’intervento, è stata compiuto un intervento in via di conclusione, condotto da Maria Teresa Castellano. Formatasi all’Istituto Superiore per la Conservazione e il Restauro di Roma, la restauratrice ha riportato alla luce particolari della pala che erano ormai divenuti quasi illeggibilicome il ritratto di Michelangelo, che secondo Sally J. Cornelison, docente alla Syracuse University, si ritrova “nascosto” tra gli astanti sotto lesembianze di Nicodemo.

L’artista, rivolto in direzione della sua tomba, è riconoscibile dalla capigliatura ricciuta e dal caratteristico profilo del naso. Nel vicino monumento campeggia il busto-ritratto derivato dall’opera che Daniele da Volterra aveva eseguito sulla base della maschera mortuaria dell’artista. I due ritratti, riferibili allo stesso periodo, sono un evidente trait d’union tra l’altare e il monumento, recentemente oggetto di un processo di ripulitura a cura della restauratrice Paola Rosa.

L’omaggio a Michelangelo si concretizza anche attraverso il ricorso a vere e proprie citazioni, come in una delle pie donne che è chiaramente ripresa dalla Sibilla Libica della Cappella Sistina.

Nella tavola, sempre secondo Cornelison, viene immortalato anche Rosso fiorentino ritratto con un copricapo vermiglio nelle sembianze di Giuseppe D’Arimatea. Vasari ne aveva frequentato la bottega ed era uno dei pittori a lui più cari.Il quale per molte cagioni - scrive nelle Vite - ha meritato e merita di essere ammirato come veramente eccellentissimo.

In the Name of Michelangelo

La campagna per la raccolta dei fondi è stata attivata nel mese di settembre 2017. In pochissimo tempo, si sono raggiunte le risorse necessarie a far fronte al restauro. In tutto sono stati raccolti circa centoventimila euro da investire per la ripulitura e le indagini diagnostiche sulla tomba e per il restauro della pala d’altare. All’appello partito da Firenze hanno risposto oltre cento persone, per l’80% per cento cittadini degli Stati Uniti. Nell’elenco dei donatori, i cui nomi sono riportati uno per uno nel sito dell’Opera di Santa Croce, i Paesi rappresentati sono tredici. Ci sono l’Italia, gli Stati Uniti, l’Inghilterra, il Canada, le Filippine, l’Austria, la Germania, la Finlandia, la Spagna, la Norvegia, la Repubblica Ceca, l’Australia e il Perù.

Le fasi del complesso restauro

L’altare della famiglia Buonarroti e il monumento a Michelangelo al suo fianco, realizzati tra il 1564 e il 1578, costituiscono un insieme inscindibile che il recentissimo restauro di entrambi ha contribuito a rileggere nella sua interezza. Le due opere furono realizzate nella seconda metà del Cinquecento, su progetto di Giorgio Vasari per volere di Lionardo Buonarroti, nipote ed erede di Michelangelo. Alla morte dell’artista, avvenuta nel 1564 a Roma, fu infatti proprio Lionardo che riuscì, grazie all’appoggio di Cosimo I, a trafugare con un’azione rocambolesca il corpo dello zio per riportarlo a Firenze.

Alta la qualità dei materiali utilizzati per il dipinto. La tavola è composta da assi di pioppo formate con taglio radiale, un taglio complesso che garantisce la planarità.

Il restauro è iniziato nel dicembre del 2017. L’intervento, molto complesso, ha visto la messa a punto di tecniche e materiali speciali, con il coinvolgimento di differenti discipline scientifiche

Innanzitutto si è proceduto con il trattamento in anossia per eliminare gli insetti xilofagi. Tanto la grande cornice lignea quanto la pala sono state chiuse in sacchi di plastica in cui l’ossigeno è stato gradualmente sostituito da azoto, sostanza che non nuoce all’opera e alle persone. Dopo le dovute indagini, si è proceduto con la pulitura. La tavola presentava una scarsa leggibilità a causa dell’ingiallimento della vernice protettiva, che risaliva al restauro degli anni Settanta. Al di sotto di questa, erano presenti numerose ridipinture. Sono stati eseguiti diversi test di pulitura su zone diversificate per tipologia di pigmenti e per stato di conservazione a cui è seguita la pulitura selettiva eseguita con miscele preparate specificatamente.

La fase successiva è stata quella delle integrazioni pittoriche. Si è proceduto, laddove possibile, a colmare le lacune emerse durante la fase di ripulitura senza interferire sulla pittura originale. La vernice protettiva applicata nella fase conclusiva è stata studiata per essere reversibile e, a differenza della precedente, per non essere soggetta ad alterazioni.

Redazione Nove da Firenze