Tourbillon, l'identità giapponese secondo Masaaky Miyasako

Dal 20 maggio al 29 giugno, la prima mostra italiana dell’artista giapponese. Visitabile dal martedì alla domenica, in orario 10-18,50.


FIRENZE - Di consueto, il Giappone evoca nell’immaginario occidentale il mito della civiltà industriale e tecnologica, lontana dalle suggestioni della natura e dalla grazia che ne scaturisce. In realtà, prima di aprirsi all’Occidente a metà Ottocento, il Paese viveva di un’economia agricola su base feudale, governato dai riti millenari del Confucianesimo. Di tutti i popoli del mondo, quello giapponese è fra i pochissimi ad aver scelto come simbolo della propria civiltà un pezzo di natura, quel monte Fuji che incombe come un dio sull’immaginario collettivo; è in Giappone che la cerimonia del tè si trasforma in un rituale sacro, è qui che l’Imperatore discende direttamente dalla dea del Sole, e la fioritura dei ciliegi costituisce uno spettacolo cui assistono ogni anno milioni di persone. Una cultura profondamente segnata dal rapporto con gli antenati, con l’armonia del paesaggio, il senso del divino, a dispetto dei progressi tecnologici compiuti nell’ultimo secolo.

In questa realtà s’inserisce Tourbillon, presentata lo scorso anno al Museo storico di Budapest e al Museo dell’Oriente di Lisbona, e che giunge adesso a Firenze, ospitata nell’Andito degli Angiolini della Galleria d’Arte Moderna di Palazzo Pitti. Curata da Junji Ito, la piccola ma raffinata mostra racchiude 30 dipinti dell’artista Masaaki Miyasako, realizzati secondo la tradizione nihonga (pittura autoctona) ovvero dipingendo su seta o carta, utilizzando pigmenti minerali ottenuti da conchiglie, fossili, pietre semipreziose quali malachite e cinabro. Una tradizione che rinacque in piena era Meiji, che contraddistinse il regno dell'Imperatore Mutsuhito, dal 1868 al 1912. mentre il Giappone stava compiendo un eroico sforzo verso la modernizzazione in senso occidentale, ci si accorse che anche l’arte stava abbandonando i canoni abituali, per cui, in contrapposizione all'uso della pittura a olio, introdotta dall'arte cosiddetta yoga, l'arte nihonga rilanciò appunto la pittura su carta e su seta, basata sull'utilizzo dei pennelli e degli inchiostri giapponesi tradizionali. Così sospeso fra Oriente e Occidente, il Paese sentì il bisogno di riflettere su un’identità che tre secoli d’isolamento avevano data ormai per acquisita. Il dibattito interessò anche l’arte, che però non riuscì a superare le differenze nell’uso del colore e della prospettiva dei tempi dell’Impressionismo.

L’importanza della figura di Masaaki Miyasako nell’arte giapponese contemporanea sta nell’aver saputo proseguire quel percorso artistico fermo da oltre un secolo, e nell’aver al contempo espressa un’identità di popolo quando ancora nel suo reportage sul Giappone, realizzato sul finire degli anni Ottanta, Tiziano Terzani sottolineava il disagio del giapponese medio di fronte alla difficoltà di capire sé stesso, di collocarsi in un sistema di valori comuni che non fossero necessariamente quelli degli Yakuza.

Ecco allora la rete gettata da un pescatore che diviene un fuoco d’artificio sull’acqua, e un’antica barca con passeggeri abbigliati in fogge antiche, si fa Poema sinfonico, e ancora un panorama volo d’uccello delle risaie coltivate diviene una Suite musicale. La tradizione del Giappone agricolo, accanto all’armonia suggerita dal Confucianesimo, è però integrata con la vita quotidiana contemporanea, ed ecco spuntare un angolo del mercato, una corsa ippica, l’interno di un’abitazione. Ma su tutto alita un profondo senso di armonia, dalle case basse dipinte d’azzurro, alla campagna che assume toni di madreperla, riprendendo l’espressione estetica dell’ukiyo-e.

Dai dipinti di Miyasako emerge costante la ferma volontà di trasferire in una dimensione più accettabile, la caoticità dello stile di vita contemporaneo, di riprendere il contatto con la natura, di essere parte di quell’armonia cosmica che per millenni ha ispirato il Giappone. La natura è una presenza costante nell’opera dell’artista, sia per quanto riguarda i materiali utilizzati, sia per quanto riguarda l’iconografia: alberi, siepi, il mare, fiori, frutti, animali, montagne, campi coltivati. Ognuno richiama alla linearità e alla circolarità dei giardini zen, luoghi di riflessione, d’incontro con sé stessi, luoghi dove si esplica la Bellezza orientale, i cui canoni sono lontani dalla magniloquenza che ci è familiare nelle opere di Bernini o Michelangelo. Nei dipinti di Miyasako tutto ci appare sommesso, mosso da ritmi ormai millenari e avvolto in colori tenui. A questi si aggiunge la sensibilità del sapersi soffermare su dettagli minutissimi, avvolti in un silenzio e in una trasparenza quasi onirici, simboli, se vogliamo, di un’armonia che si sta drammaticamente allontanando dal sentire contemporaneo. Ecco quindi che l’arte si fa ancora coscienza dell’uomo, esortandolo, questa volta, a guardare indietro, ad allontanarci per un momento dal tumulto e dal caos quotidiano. Un dipinto su tutti, Pace assoluta a perdita d’occhio (nella foto) richiama al mistero ancestrale dell’uomo nato dalle viscere della Terra, mentre dipinti quali Serenità spirituale, Trio, Offerta d’inverno, richiamano alla mente i raffinati fukusa, quegl’impalpabili tessuti di seta decorati da delicati motivi naturalistici, che tanto affascinarono i raffinés europei patiti del Giapponismo.

Dopo oltre un secolo da quell’epoca, visitare oggi una mostra d’arte contemporanea giapponese significa avvicinarsi a una cultura maestosa e orgogliosa insieme, che sta tenacemente risolvendo l’annosa questione dell’identità. E lo fa attraverso l’arte, riappropriandosi di un’iconografia che aveva affascinato il gusto europeo, ma che in patria non si era paradossalmente riusciti a inquadrare.