Torna alla luce la biblioteca di Carlo Michelstaedter

È stato pubblicato per i tipi della casa fiorentina Leo S. Olschki, La biblioteca ritrovata. Saba e l’affaire dei libri di Michelstaedter, tornata alla luce a seguito di una casuale scoperta. La biblioteca è testimonianza della figura di un filosofo prematuramente scomparso, e forse ancora da valorizzare. Il volume appartiene alla collana Biblioteca di Bibliografia. 86 pp., 19 Euro.


FIRENZE - Costruire nel tempo la propria personalissima biblioteca significa lasciare ai posteri un’importante traccia di sé, attraverso la testimonianza delle proprie inclinazioni letterarie, artistiche, filosofiche, mutuate dalla preferenze accordate a questo o a quell’autore. Parafrasando Saul Bellow, si potrebbe scrivere che la biblioteca di un uomo è il suo destino, il suo specchio più intimo in fatto di convinzioni e stile di vita, lasciando immaginare ambienti silenziosi e raccolti, dove sfogare la propria sete di sapere. Non fa eccezione il filosofo e scrittore goriziano di origine ebraica Carlo Raimondo Michelstaedter (1887-1910), che nel corso della sua breve vita (interrotta con il suicidio), raccolse, assieme al padre, una vasta e interessante biblioteca.

Anziché raccontare Michelstaedter attraverso le opere scritte da lui, il volume scritto da Sergio Campailla, Marco Menato, Antonio Trampus, e Simone Volpato, rende omaggio al filosofo prematuramente scomparso prendendo le mosse dalla movimentata vicenda della sua biblioteca, a lungo ritenuta scomparsa. Ricostruendo questa appassionante vicenda letteraria, appare in controluce anche quella di colui che è stato una delle figure più interessanti della filosofia italiana di stampo mitteleuropeo. Animo impulsivo, irrequieto, sognatore si un impossibile “altrove”, una figura quasi leopardiana nel suo caparbio affidarsi alla negazione della negatività e della tragicità dell’esistenza. Una figura che incarna appieno l’intellettuale tormentato di fine Ottocento, intriso di quell’angoscia decadente che pochi anni dopo troverà sfogo sui campi di battaglia della Grande Guerra.

Il volume si articola in tre agili saggi, il primo dei quali, steso da Campailla, traccia le linee della biblioteca, nata in collaborazione fra Carlo e il padre Alberto, e nella quale emerge lo strano rapporto che li legava, uno l’opposto dell’altro; appassionato di matematica il padre, attratto dalla speculazione filosofica Carlo,

A questo proposito, Campailla accosta il loro rapporto a quello altrettanto tormentato fra Giacomo Leopardi e il padre Monaldo. Scorrendo le pagine, il lettore s’imbatte nei volumi della biblioteca, nella quale si scoprono perle quali Gedichte di Ibsen, gli Studi critici di Tommaseo, le Rime di Leopardi, Una nobile follia di Tarchetti, l’Ortis di Foscolo, la Storia della letteratura di Schlegel, e ancora articoli tratti dai giornali dell’epoca, molti a firma di Benedetto Croce. Alle inclinazioni di Carlo, che si era diplomato al ginnasio di Gorizia e laureato in lettere a Firenze, si contrappongono quelle del padre, direttore a Gorizia delle Assicurazioni Generali, e più incline a saggi e studi di economia e commercio, così come, per passione, a libri di antiquariato, oltre a una serie di volumi legati alla cultura ebraica. Una viaggio fra libri noti e meno noti, che ci dà la misura dell’apertura culturale di due figure mitteleuropee fra Ottocento e Novecento.

Una biblioteca vastissima, che si pensava in larga parte scomparsa sino a quando, quasi per caso, Simone Volpato non la ritrova negli archivi di Cesare Pagnini, podestà di Trieste dal 1943 al 1945, e che appunto acquistò la biblioteca del filosofo e del padre. Il saggio di Volpato e Trampus ricostruisce la figura di colui che per decenni ha conservati in silenzio i preziosi volumi. Salvatosi dalle accuse di collaborazionismo con i nazisti, Pagnini sarà nel dopoguerra giornalista e intellettuale, attivo anche sul versante delle istituzioni culturali, ricostituendo la Società di Minerva, e della Società Istriana di archeologia e storia patria. Nel primissimo dopoguerra, acquistò quindi la biblioteca di Michelstaedter, di suoi interesse per gli studi di cultura giuliano-triestina. Nel loro saggio, Volpato e Trampus approfondiscono la figura e la produzione letteraria di Pagnini, e i suoi legami con l’ambiente culturale triestino, in particolare quello con la libreria di Umberto Saba, che gli fornì anche numerosi libri e riviste appartenuti a Italo Svevo, del quale Pagnini fu estimatore, distinguendosi per il suo collezionismo di matrice mitteleuropea, mentre in città fioriva l’interesse per la storia patria. I volumi dei Michelstaedter costituirono il fiore all’occhiello della biblioteca di Pagnini, trattandosi di un fondo bibliografico multilingue che spaziava dal croato al tedesco, al francese, al friulano e all’italiano, toccando storia, filosofia, economia, cultura ebraica.

A completare il volume, il Catalogo della Biblioteca Michelstaedter, compilato da Marco Menato, che comprende tutti i duecentosettantuno fra libri, opuscoli e periodici riuniti da Carlo e dal padre Alberto, che furono appunto rinvenuti nel 2013, al momento dell’inventario di quella che era stata la biblioteca di Pagnini (scomparso nel 1989); molti dei volumi recavano infatti la firma di appartenenza di Michelstaedter, e, in alcuni casi, anche l’etichetta della Libreria Saba, che li aveva acquistati e poi venduti a Pagnini. L’eccezionale scoperta la si deve a Simone Volpato, che figura fra gli autori di questo volume, che ripercorre una suggestiva vicenda nata dall’amore per la cultura, e vede implicate interessanti figure purtroppo oggi quasi del tutto dimenticate. L’intero fondo è oggi consultabile presso la Biblioteca Statale Isontina di Gorizia, che lo ha acquistato nel 2013.

Niccolò Lucarelli