Stadio: anche il Fondo Ambiente Italiano interviene sulla vicenda dell'Artemio Franchi

La difficile sfida dell’adeguamento da parte di Comune di Firenze, Ministero per i Beni e le Attività Culturali e per il Turismo e Fiorentina Calcio. Così com’è non è al passo coi tempi, ma non lo si può distruggere, perché è un caposaldo dell’identità italiana del '900, capolavoro di Pier Luigi Nervi e modello riconosciuto ed emulato nel mondo. Non è solo un caposaldo dell’architettura razionalista ma fa parte del complesso urbanistico della città dello sport fiorentina. Lettera aperta a Mr. Commisso dal comitato "Fiorentini per il Franchi"


Anche il Fondo Ambiente Italiano segue con estrema attenzione la vicenda dello Stadio Artemio Franchi di Firenze, capolavoro di Pier Luigi Nervi (1932) e modello riconosciuto ed emulato nel mondo; al Franchi di Firenze si ispira la celeberrima Bombonera del Boca Juniors di Buenos Aires. L’articolo 55 bis, inserito come emendamento nel cosiddetto Decreto Semplificazioni appena varato dal Parlamento, in nome di una virtuosa attenzione al consumo di nuovo suolo si propone, invece di favorire la costruzione di nuovi stadi, di recuperare a moderna funzionalità gli impianti sportivi storici, perché siano anche economicamente sostenibili. Si apre così una indispensabile negoziazione tra i vincoli di tutela monumentale di un edificio storico e gli interventi di adeguamento, necessari e indifferibili, da apportare allo stesso impianto perché sia funzionale e sostenibile.

“Stridono alle orecchie e al cuore, però, alcune interviste di questi giorni che ipotizzano, anzi auspicano, la demolizione dell’impianto che, si dice, comunque non è il Ponte Vecchio. Come se la tutela della storia, dell’architettura e dell’arte italiana dovessero limitarsi alle opere create solo fino a un certo periodo -afferma in un documento il FAIDispiace anche leggere che, stando a un recente sondaggio tra i lettori dell Nazione di Firenze, ben il 67% sarebbe favorevole all’abbattimento. Questo stride con l’esperienza del FAI della primavera 2019 quando, in occasione delle Giornate FAI, ben 2.000 persone in una sola domenica accorsero a visitare lo Stadio aperto al pubblico. Settanta ragazzi fiorentini ne raccontarono lo straordinario valore architettonico e culturale. Come potremmo spiegare a questi giovani che con entusiasmo illustrarono al pubblico il monumento, che l’oggetto del loro studio, dopo solo un anno, è stato ritenuto degno di essere abbattuto? Lo Stadio Franchi non è solo un caposaldo dell’architettura razionalista italiana ma fa parte dello straordinario complesso urbanistico della Città dello Sport fiorentina: un insieme omogeneo di impianti sportivi inseriti in un immenso spazio perfettamente regolare e caratterizzato da un mirabile intreccio di verde e di costruito, che l’abbattimento del Franchi distruggerebbe per sempre. La difficile sfida dell’adeguamento del Franchi alle esigenze di oggi è una prova assai ardua ma straordinariamente stimolante che attende il Comune di Firenze, il Ministero per i Beni e le Attività Culturali e per il Turismo e la Società Fiorentina Calcio. Così com’è, lo stadio non è al passo coi tempi, ma non lo si può distruggere, perché è un caposaldo dell’identità italiana del Novecento (le sue tribune figurano accanto al pavimento di Piazza del Campidoglio disegnato da Michelangelo nella filigrana dei nostri passaporti! Più di così…). Anche il Teatro alla Scala era inadeguato: Mario Botta lo ha aggiornato; ma nessuno mai pensò di abbatterlo; anche la Morgan Library di New York era inadeguata: Renzo Piano l’ha aggiornata; anche lo storico stadio di Anfield Road a Liverpool era inadeguato e doveva essere abbattuto; in quel caso però il club si oppose perché il legame tra la squadra e quello stadio fu ritenuto imprescindibile. Il vero tema è che, forse, nessuno ha mai raccontato ai tifosi della Fiorentina che il loro stadio è anche un capolavoro dell’architettura italiana del Novecento e che deve essere considerato, esattamente al pari del Ponte Vecchio, un elemento fondamentale dell’orgoglio cittadino. E, aggiungiamo noi, nazionale”.

“Gentile dottor Commisso -gli scrivono dal comitato I Fiorentini per il Franchi- Aver preso in carico la nostra amata Fiorentina con l’idea di riportarla in alto è cosa che ci onora e che Le fa onore. Non esiste tifoso viola che non sogni una squadra capace di competere con le grandi e tornare a farsi valere in Europa. Traguardi ambiziosi per realizzare i quali, va da sé, occorrono molti danari e adeguate competenze societarie, tecniche e di mercato. Ci perdonerà però, Mr. Commisso, se Le ricordiamo che occorre anche una dose da cavalli di diplomazia. Della quale, purtroppo, Lei sembra ampiamente sprovvisto, handicap forse dovuto a un’educazione americana, a quel gran paese dove successo e populismo travolgono spesso le buone, sagge abitudini democratiche. Il che spiega anche la presidenza Trump. Parlando chiaro: alzare continuamente la posta come giustamente oggi scrive anche Repubblica, replicare schifo della politica all’onorevole Di Giorgi che si è permessa di definire inappropriate le parole con cui Lei minaccia di distruggere il Franchi, sono giochi d’azzardo e cadute di stile verticali utili solo a incrinare i rapporti con una città e una cultura orgogliosi dei propri tesori dell’ingegno antichi e recenti. Come ricordò un fiorentino all’allora onnipotente Marchionni Ad di Fiat, noi abbiamo prodotto il Rinascimento, voi la Duna. A Lei avrebbe detto Mediacom. La stessa continua esibizione dei suoi tanti miliardi per cui, da padrone delle ferriere, si fa come dico io, o niente, è un altro serio ostacolo alla reciproca comprensione. I soldi non sono tutto. Certo possono comprare l’amore della suburra. Ma questo è l’atteggiamento populista che convince poco la Firenze che tiene alla propria storia e alla propria dignità. Le rammentiamo in proposito che l’avvocato Agnelli, di cui ha certo sentito parlare, mai accennava al danaro. Solo una volta disse di Platini l’abbiamo comprato per un pezzo di pane e lui ci ha messo sopra il fois gras. Addirittura girava senza soldi in tasca e tra le sue frasi celebri c’è anche questa: Se chiedi quanto costa significa che non lo puoi comprare. Tutto ciò per suggerirLe semplicemente di domare furie e linguaggio ricorrendo anche ai suoi addetti alla comunicazione che sicuramente un po’ meglio di Lei conoscono Firenze e lo spirito che la anima. Qualche lezione di bon ton non Le farebbe male. L’aiuterebbe certo a capire che con le dovute maniere anche in Italia si può arrivare a risultati apparentemente irraggiungibili. Auguri. Per Lei e per noi”.

Redazione Nove da Firenze