All’interno delle mura di San Salvi, la quotidianità della RSA "Le Civette" non è fatta di carte bollate, ma di volti. Sono le 19 persone — anziani, fragili, cittadini — che oggi abitano questa struttura insieme al personale che, nonostante l’incertezza, garantisce loro dignità e cura. Eppure questo presidio pubblico vitale si trova in un limbo.
Il conflitto non è solo logistico, ma politico: da una parte c’è la voce unanime del territorio, il Quartiere 2, che chiede certezze; dall’altra c’è il silenzio di Palazzo Vecchio. Mentre proprio oggi si tiene un incontro decisivo tra l’Azienda USL Toscana Centro, la Società della Salute, i sindacati e i familiari, emerge che chi dovrebbe decidere sembra aver scelto di restare spettatore. Perché un servizio così rischia il ridimensionamento?
Il primo segnale di una frattura istituzionale arriva dal Consiglio di Quartiere 2. La mozione presentata da Serena Berti (Firenze Democratica) e Lorenzo Palandri (Sinistra Progetto Comune) per difendere "Le Civette" ha compiuto un miracolo politico: è stata fatta propria da tutti i gruppi consiliari. In un’epoca di polarizzazione estrema, l’unanimità del territorio è un grido che non può essere ignorato.
Approfondimenti
Eppure, qui emerge il primo "buco": nonostante la forza politica di quel voto, il documento che contiene il mandato preciso del Quartiere, a Palazzo Vecchio, ufficialmente non esiste. Non è stato recepito, non è stato discusso, non è in agenda. Una distanza siderale tra chi vive i problemi della città e chi siede nelle stanze del potere centrale.
Come dichiarato dalle esponenti di Firenze Democratica: “Il Quartiere 2 ha parlato chiaro: Le Civette devono restare a San Salvi, come presidio pubblico al servizio del territorio.”
Il cuore dello scontro riguarda i numeri. L’autorizzazione comunale per "Le Civette" parla chiaro: 40 posti RSA. Tuttavia, l’Amministrazione Comunale, rispondendo a un question time lo scorso 7 settembre, ha tentato un gioco di prestigio semantico: ha sostenuto che i 40 posti rappresentano solo un "massimo" autorizzabile, non un obbligo di garanzia del servizio, delegando ogni responsabilità operativa all'Azienda USL.
Il Comune di Firenze non è un passacarte: è l’ente che rilascia le autorizzazioni ai sensi della Legge Regionale 41 del 2005 e siede con peso determinante nella Società della Salute. Rivendicare un’autorizzazione legale per poi negare la responsabilità politica sulla reale copertura dei posti è un paradosso inaccettabile. Il Quartiere 2, con il suo mandato al presidente Michele Pierguidi, ha chiesto invece impegni scritti e vincolanti per:
- Il ripristino pieno dei 40 posti RSA e 15 del Centro Diurno;
- Un cronoprogramma dei lavori chiaro, pubblico e verificabile;
- L’opposizione netta a ogni ipotesi di dismissione o sospensione;
- La tutela contrattuale di tutto il personale impiegato.
C’è un dettaglio tecnico che rischia di diventare la pietra tombale sul Centro Diurno per Alzheimer: l'accreditamento della struttura è ufficialmente decaduto. Si tratta di un dato di fatto sancito dal decreto della Regione Toscana n. 8755 del 28 aprile 2025.
Questa non è una sottigliezza per addetti ai lavori. Significa che il Centro Diurno non può essere "riaperto" con una semplice promessa elettorale. Serve una nuova autorizzazione e un nuovo percorso di accreditamento. Senza l'inserimento di questi passaggi formali all'interno di un cronoprogramma, ogni annuncio politico sulla riapertura è, nei fatti, un’arma di distrazione di massa. La burocrazia ha creato un vuoto che solo una volontà politica ferrea può colmare, ma al momento quel vuoto resta spalancato.
Spesso sentiamo ripetere che i fondi del PNRR impongono scelte rigide, quasi fosse un destino ineluttabile che giustifica tagli o riconversioni. È una narrazione falsa, e abbiamo le prove.
Esiste infatti il "precedente Montedomini". Per il Villaggio Montedomini è stata ottenuta una rimodulazione degli interventi, approvata dal Ministero il 2 aprile 2026 e recepita dal Comune con determina il 18 giugno 2026. Questo dimostra che, quando c’è la volontà politica, i piani si possono cambiare. Se Palazzo Vecchio ha saputo rimodulare i progetti per ridurre un servizio altrove, perché non può farlo per salvare "Le Civette"? Il PNRR è uno strumento, non un limite. Se la rotta non cambia, non è per colpa dei vincoli europei, ma per una precisa scelta di chi governa la città.
Mentre si discute del futuro degli ospiti, la macchina dei soldi non si ferma. Con la deliberazione n. 210 del 27 febbraio 2026, l’Azienda USL ha messo in programmazione un lotto di gara che include "Le Civette" per un valore di ben 25.623.832 euro (al netto dell'IVA) per la durata di otto anni.
L'Azienda sta avviando una procedura di affidamento milionaria senza indicare chiaramente su quanti posti sarà basato il servizio. Firmare un appalto di otto anni senza aver blindato i 40 posti RSA e i 15 del Centro Diurno significa consegnare un "assegno in bianco" al futuro gestore, lasciando alla discrezionalità privata ciò che dovrebbe essere un diritto pubblico garantito. Chiedere che questi numeri siano scritti nero su bianco prima della gara non è un puntiglio burocratico, è l’ultima trincea per difendere la sanità pubblica.
Il caso de "Le Civette" è lo specchio di come questa Amministrazione intende il welfare: un servizio da delegare, i cui numeri sono variabili indipendenti e dove le richieste del territorio vengono ignorate fino a scomparire dai radar di Palazzo Vecchio.
Il Comune non può restare spettatore. Come ente autorizzatore e socio della Società della Salute, ha il dovere morale di trasformare quel mandato unanime del Quartiere in realtà amministrativa.