Pandemia Covid19: che lezione cogliere? Un contributo al dibattito dall’associazione fiorentina Idra

“Strategia digitale e futuro green, cambio di paradigma: questo il messaggio dall’Europa. Ma quanto valgono le parole?”


In una lunga riflessione sullo sconvolgimento economico e relazionale che la pandemia Covid19 sta generando in Italia e nel mondo, l’associazione ecologista Idra prova a disegnare scenari futuri desiderabili a partire dall’analisi delle caratteristiche del processo in corso. “Qualunque ne sia la causa e l’origine, questo virus, costringerà la pianta-uomo a confrontarsi con le conseguenze delle certezze positivistiche su cui fonda(va) la sua nozione di progresso. Rivelano impudicamente i propri limiti, oggi, feticci come la crescita del PI(r)L, l’urbanizzazione spinta, l’ipermobilità compulsiva e il turismo di massa usa-e-getta, la divisione irragionevole del lavoro e della produzione di beni e servizi, il culto dell’onnipotenza della scienza e della tecnologia, la subordinazione di default dell’habitat al profitto, e della salute al possesso di beni. Per una volta, siamo invitati dal potere pubblico a essere, ognuno di noi, come il colibrì della favola africana. E finalmente, ma forzatamente, lo siamo davvero (quasi) tutti: ciascuno chiamato a fare la sua parte, essendo divenuta palese e incontestabile l’interdipendenza biologica che ci unisce nella famiglia umana.

Da questa premessa, Idra fa scatrire alcune considerazioni su come la collettività sta mostrando di reagire al lockdown: “Mentre navighiamo ancora nell’occhio di un ciclone che provoca la scomposizione e la parcellizzazione stagna di tutto il nostro vivere sociale, condannandoci a un isolamento attenuabile solo virtualmente e solo chi può permetterselo (persino la musica deve arrendersi all’evidenza che… una sinfonia non è più eseguibile!), si sprecano sui media, in rete e in buona parte del discorso politico i richiami ai nuovi-vecchi valori da riscoprire nella clausura mondiale effetto di una relazione malata col pianeta: l’intimità, la quotidianità, la responsabilità individuale, l’abnegazione anonima, la sicurezza collettiva. Là fuori, fiorisce intanto una primavera paradossalmente inarrivabile: una natura liberata, con l’aria e le acque finalmente disinquinate, e gli animali e le erbe selvatiche che si riappropriano degli spazi antropizzati abbandonati dalla specie homo”.

Dopo di che, se è vero che va considerata prioritaria una radicale e urgente rivisitazione dell’impegno pubblico nel settore della vita sociale da cui dipende la tutela della nostra salute: il servizio sanitario nazionale”, occorrerà al tempo stesso non trascurare di attrezzarsi a intervenire anche sul piano della prevenzione, sul piano della sicurezza a monte. Dimostriamo che ai buoni propositi ispirati dalla quarantena seguono coerentemente i fatti!”. E dunque l’invito è a programmare finalmente “investimenti per lo sviluppo di un’economia sana”.

Ciò che Idra teme, però, è che “appena scavallato il picco dell’emergenza, piacerà invece dimenticare il più possibile, e il prima possibile, le lezioni di saggezza della quarantena, e tornare belli belli alle inveterate categorie di pensiero e d’azione, meglio se vestite di green…”. Ed enumera una serie di indizi inquietanti. Come quello, oggi in voga, di “applicare il 'modello' Genova per sbloccare i cantieri delle grandi opere”: un ‘bomba libero tutti’ che permetterebbe di derogare allegramente su appalti e controlli. Anche Francesco Merloni, attuale successore di Raffaele Cantone alla guida dell’ANAC, fa notare questo pericolo. “Il caso Genova è un caso drammaticamente unico - osserva Idra - sia per la dimensione della tragedia sia per la natura strategica di quell’infrastruttura: un rilievo al tempo stesso simbolico e concreto abbastanza cogente da far ammettere – ma in quel solo caso – una deroga alle norme di controllo pubblico sulla ricostruzione”. Giustamente rileva Alessandro Genovesi, segretario generale del comparto edile del primo sindacato confederale, la FILLEA-CGIL, che il modello usato per ricostruire il Ponte Morandi di Genova non può essere esteso: "Sta al codice degli appalti come il condono fiscale, e sta al lavoro come le colate di cemento all'ambiente".

In realtà, l’ultimo grande messaggio globale alternativo alle pessime pratiche dell’homo sapiens sul nostro pianeta lanciato prima della pandemia è stata l’agenda che, “per la prima volta nella storia del nostro mondo moderno, aveva suscitato il supporto e l’entusiasmo collettivo e contagioso delle generazioni giovani, anzi giovanissime: quella delle ragazze e dei ragazzi innamoratisi dell’appello e della grinta di Greta Thunberg, centrata sull’emergenza climatica.

Cosa resta oggi di quel messaggio?, si chiedono gli ecologisti di Idra, e cosa resta del mondo che lo ha generato?

“A noi sembra che quel messaggio sia se possibile ancor più solido e vitale di prima. Del vecchio mondo, invece, rimangono di fatto sul campo solo macerie umilianti. Il punto è che queste macerie rappresentano nuovi massi sulla strada del cambiamento che serve e che urge: quello che Greta, e tutti coloro che ne condividono gli obiettivi, vorrebbero poter metter mano a far partire”.

Ecco allora che, per rispondere sul suo terreno all’attacco sferrato dal virus alla salute delle nostre popolazioni, occorre curare la tutela della sicurezza, dell’incolumità, precondizione dello “stato di totale benessere fisico, mentale e sociale”, come l’Organizzazione Mondiale della Sanità definisce la salute. E così, se vogliamo parlare di ripartenza una qualsiasi infrastruttura pubblica, a maggior ragione quando serve masse di cittadini, deve rispondere al requisito di garantirne l’incolumità. Ma questo non sembra purtroppo, da tempo immemorabile, la principale preoccupazione di chi amministra le infrastrutture nel nostro Paese. Al di là del terribile caso del ponte Morandi, infatti, si osserva “ne abbiamo viste di ogni genere, prima e dopo, e fino a questi giorni. E prevedibilmente ne vedremo ancora spesso in futuro, se non interveniamo tempestivamente. Abbiamo migliaia di ponti e viadotti critici, e strade sgarrupate, e versanti collinari e montani in disordine. In poche decine di ore si è visto crollare un ponte in Sardegna, si è visto accartocciarsi il ponte sul Magra ad Aulla (per la ricostruzione del quale il presidente della Regione Toscana ha prontamente chiesto e ottenuto, pare, l’adozione del ‘modello Genova’), si è visto chiudere per minaccia di crollo due viadotti in Sicilia e uno ancora in Toscana, in Garfagnana”.

E dunque torna di attualità un tema tenuto da anni sotto il tappeto. Scrive Idra: “Pochi giorni prima dello scatenarsi dell’epidemia in Italia, un semplice disguido aveva provocato - con le conseguenze che sappiamo - il deragliamento di un treno TAV nella stessa zona che sarebbe poi divenuta ‘rossa’ per il Covid19, in provincia di Lodi. Cosa succederebbe se un altro ‘disguido’, o un semplice ‘errore umano’ (perché è spesso di questi possibilissimi casi della vita che sono fatti gli ‘imprevisti’), generasse un deragliamento, o anche solo un incidente minore nel buio dei lunghi tunnel senza galleria di soccorso nelle quali transitano i treni veloci che passano sotto l’Appennino fra Firenze e Bologna? Non osiamo immaginarlo. Uno ‘svio’ in queste gallerie monotubo a doppio binario, con finestre di fuga collocate – sette su quattordici – a distanze fra loro che superano i quattro chilometri dettati dal Decreto Ministeriale del 28 ottobre 2005 “Sicurezza nelle gallerie ferroviarie”, con pendenze (fino al 13,93%) e lunghezze (fino ad oltre un chilometro e mezzo) ragguardevoli, in piena montagna appenninica, in orari di punta, farebbe piangere un bilancio incomparabilmente più drammatico di quello che si è registrato nel Lodigiano, sia in termini di vite umane sia in termini di praticabilità di quello che il Parere della Commissione Sicurezza delle Gallerie ferroviarie del Ministero delle Infrastrutture e Trasporti descrive come il tratto di rete strategicamente più importante dell’intero sistema ferroviario dell’Alta Velocità italiano (vi transitano da novembre 2018 anche convogli merci nelle ore notturne). Se conoscete un Vigile del Fuoco, provate a chiedere. Difficilmente lo ripeterà in pubblico, ma forse con voi potrà essere franco. Certo è che proprio il Comando dei Vigili del Fuoco di Firenze denunciò i pericoli connessi alla realizzazione del progetto TAV durante la costruzione della tratta ferroviaria: inascoltato, il Comandante Provinciale scrisse e argomentò nero su bianco, a proposito della configurazione dell’opera in costruzione sotto l’Appennino, che “si nutrono seri dubbi sulla rapidità ed efficacia dei mezzi di soccorso””.

In conclusione, il tema del necessario rovesciamento di prospettiva. Il tema del cambio di paradigma. E’ inaccettabile per Idra continuare ad avventurarsi in “spese faraoniche licenziate senza confronto pubblico e destinate a essere dilapidate in nuove infrastrutture – come il sottoattraversamento TAV di Firenze, approvato 21 anni fa! – concepite, progettate e appaltate con criteri vetusti e oneri insopportabili per la comunità. Prima e piuttosto che investire in ciò che è indispensabile, urgente e prioritario: la prevenzione, la sicurezza, la manutenzione, gli adeguamenti e il buon governo dell’esistente!”.

Redazione Nove da Firenze