New Delhi: in camera doppia con un caso sospetto

Una lettrice di Nove da Firenze segnala alla redazione una vicenda accaduta ieri all'Ospedale di Prato


Una lettrice di Nove da Firenze segnala alla redazione una vicenda che le è accaduta ieri all'Ospedale di Prato.

A causa di un problema di salute la signora ha ricevuto l'indicazione dai medici di effettuare accertamenti diagnostici, pertanto ha accettato l'invito a ricoverarsi.

Lunedì pomeriggio, ricevuta la telefonata di convocazione all'Ospedale di Prato, ha raggiunto la struttura, dove si era appena liberato un posto letto, proprio nel reparto dove era stato previsto il suo ricovero per effettuare gli esami necessari per ottenere un quadro completo.

In reparto, al termine delle procedure di accettazione un operatore la accompagna alla camera stabilita, una stanza doppia, che trova appunto già occupata da un'altra degente. In quel momento l'altra paziente stava dormendo e la sua respirazione era supportata con la somministrazione di ossigeno.

"Chiaramente -ci racconta la nostra lettrice- essendo in un'ospedale non mi sono posta troppe domande".

Durante il tragitto dall'accettazione alla camera, però lo stesso operatore le aveva spiegato in modo non molto chiaro, che sarebbe stato necessario seguire un protocollo preventivo da parte di coloro che eventualmente fossero venuti a farle visita. Tale protocollo avrebbe previsto l'utilizzo di guanti e camici protettivi, da gettare in appositi bidoni ubicati all'interno della stessa stanza.

"Comunque avrei potuto dormire sonni tranquilli -spiega la lettrice a Nove da Firenze- dato che la signora non usa nemmeno il bagno (testuali parole)".

Sarebbe dovuta essere eseguita questa modalità preventiva, fino a che fossero stati presenti tali dispositivi di fronte alla stanza. Nel frattempo arriva in reparto il personale addetto ai pasti. Nella camera entra un'operatrice per prendere il vassoio della signora. "Ma non appena ha percorso qualche passo nella stanza, esce con una mano davanti alla bocca imprecando oddio, qui non si può entrare" racconta la lettrice.

A questo punto la nostra comincia a preoccuparsi. Chiede spiegazione sul perché di tali procedure, ma nessuno pare intenzionato di dare risposte esplicite, forse nel rispetto della riservatezza sulle condizioni cliniche della compagna di stanza. La lettrice di Nove da Firenze allora raggiunge un infermiera del reparto che, la invita a stare tranquilla, poiché sono in corso i necessari accertamenti. Le spiega che è stato eseguito soltanto un tampone rettale e che attendono i risultati di laboratorio che arriveranno probabilmente nella tarda serata della giornata successiva.

"Comunque avrei dovuto considerare più sicura quella stanza che altre -aggiunge la lettrice- ma se avessi voluto, sarei stata sempre libera di rifiutare il ricovero e chiedere le dimissioni". A quel punto viene contattato anche il primario del reparto, per segnalare che la situazione si sta facendo imbarazzante. "Durante la telefonata con il primario -ricorda la lettrice- riesco a comprendere un termine medico, Klebsiella".

Munita di dispositivi tecnologici, la lettrice avvia ovviamente una ricerca su internet e scopre che potrebbe trattarsi di un'infezione diffusa negli ambienti ospedalieri, in questo periodo nota alle cronache toscane come New Delhi. Decide immediatamente di chiedere le dimissioni e l'infermiera la invita a parlare prima con il primario, nell'auspicio di trovare una soluzione.

Dopo un'ora il colloquio ha luogo: "Oggettivamente non sembravo stare così male, nonostante avessi sollecitato il mio ricovero più volte al reparto, mi dice il medico -racconta a Nove da Firenze la lettrice- nonostante gli avessi descritto la situazione a cui avevo assistito prima. Ma lui ribatte che la mia salute non era assolutamente a rischio, anche se sarei stata libera di rifiutare il ricovero, dato che l'ospedale non è un carcere. Ma dovevo ricordarmi che il posto letto assegnatomi era stato tolto a qualcun altro che ne avrebbe avuto un bisogno. E infatti non sarebbe stato difficile rimpiazzarmi con qualche urgenza del pronto soccorso. Allora chiedo al medico se avesse potuto prescrivermi esami specialistici da effettuare altrove, ma lui si rifiuta di prescrivermeli a causa di tempistiche e costo, suggerendo di riaggiornarsi".

Come giudicare il comportamento di operatori e medici dell'Ospedale di Prato?

Sono quelle descritte dalla nostra lettrice le correte procedure di accoglienza di un paziente? Oppure hanno contribuito alla creazione di uno stato di ansia? Specie se da settimane articoli di stampa parlano della diffusione di un batterio antibiotico-resistente negli ospedali toscani?

Ma sopratutto, il protocollo igienico e di prevenzione/profilassi, consente la coabitazione in una camera di ospedale con un sospetto caso di infezione batterica?

Nicola Novelli