Masaccio e la Cappella Brancacci tra storia e teologia

Arte e religione nel libro di Alessandro Salucci edito da Polistampa

Nicola
Nicola Novelli
16 agosto 2014 09:32
Masaccio e la Cappella Brancacci tra storia e teologia

Forse la prima domanda che si pongono tutti i visitatori di Firenze al cospetto dei maggiori monumenti delle città è come sia stato possibile trovare le risorse economiche per realizzare simili prodigi. Un quesito che ne sottende un altro più sofisticato, ma ineludibile se si riflette sui tempi quasi secolari di realizzazione di opere quali le grandi basiliche: come ha raggiunto Firenze l'unità sociale per convergere tutti gli sforzi collettivi verso la realizzazione di simili imprese artistiche?

A queste domande può aiutare a dare rispota il libro di Alessandro Salucci “Masaccio e la Cappella Brancacci. Note storiche e teologiche” (pp. 144, euro 13) editato da Polistampa qualche settimana fa. Il volume, in un valido percorso storico e iconografico (corredato da belle tavole a colori) ricostruisce l'universale messaggio religioso enunciato nei capolavori di Masaccio e Masolino nella famosa cappella della chiesa del Carmine, ispirazione per i pittori e scultori più celebri dell'arte figurativa occidentale.

La cappella Brancacci, situata nel transetto di Santa Maria del Carmine scrigno di capolavori rinascimentali, trova il suo fulcro negli affreschi delle Storie di San Pietro. Il ciclo, commissionato nel 1424 da Felice Brancacci, ricco mercante e politico fiorentino, illustra la vita di San Pietro, protettore della famiglia. La realizzazione si deve a Masolino da Panicale e al suo allievo Masaccio. Nel 1428 Masaccio sostituì definitivamente Masolino, ma morì poco dopo all'età di 27 anni, cosicché le parti mancanti furono completate da Filippino Lippi intorno al 1480.

Approfondimenti

Degli affreschi della Brancacci restano pochi dati certi sulla committenza. Ma non vi è dubbio che la realizzazione esprima una volontà titanica, tramandata di generazione in generazione, con cui la famiglia fiorentina porta a compimento il voto religioso del capostipite, quasi a rischio di rovinarsi economicamente. Ecco appunto le traccie di quella coesione sociale, fondata su una moralità condivisa, che ha consentito per secoli a Firenze realizzazioni artistiche che persino oggi sarebbero inimmaginabili.

I dipinti di Masaccio e Masolino, due artisti figli del contado, sono una esortazione religiosa al popolo fiorentino voluta dalla famiglia committente. L'esortazione alla carità, incarnata dall'apostolo Pietro, padre della Chiesa, assume particolare significato rappresentata nella basilica di Oltrarno, cioè nel quartiere allora forse più povero della città. Nel XV secolo San Frediano ha la maggiore concentrazione urbana di residenti indigenti.

Alessandro Salucci, filosofo della scienza, docente alla Facoltà di Filosofia della Pontificia Università di Roma, alla Teologica di Firenze ed ex presidente dell’Opera di Santa Maria Novella, si concentra sul contributo di Masaccio alla decorazione della cappella. La scelta di inserire la figura di Pietro in uno scenario reale serve ad attualizzare la fede, a raccontare un Dio presente nella quotidianità della vita. Secondo l'autore ogni scena compone il sacro e il profano nello stesso spazio prospettico, per esortare i fiorentini del tempo a perseguire la propria salvezza, testimoniata dall'apostolo. Le raffigurazioni di Masaccio, che sceglie di immortalare nella Brancacci i volti di molti artisti fiorentini, incarnano l'effusione della grazia divina in ogni gesto quotidiano della vita degli uomini, quasi a consacrare quella grandezza morale e dunque espressiva, che l'ingegno fiorentino si sarebbe vista riconoscere da tutte le cori europee.

Una lettura interessante, il testo di Salucci, che oltre l'inquadramento storico con notizie sulla vita dell’artista e sulla famiglia Brancacci, offre un’approfondita indagine degli affreschi attraverso immagini a colori, analisi iconografica e introspezione spirituale di una delle più grandi opere del Rinascimento.

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