"Il visitatore": Haber e Boni svelano un dialogo sull'uomo tra Freud e Dio

Al Teatro della Pergola da martedì 24 febbraio a domenica 1° marzo


FOTOGRAFIE — Da martedì alla Pergola in scena Alessandro Haber e Alessio Boni con Il visitatore, una commovente, dolce ed esilarante pièce di Éric-Emmanuel Schmitt, tradotta in 15 lingue e rappresentata in oltre 25 paesi. Una partita a scacchi fatta di parole e schermaglie tra Freud e un forestiero, forse Dio in persona, alle soglie della Seconda Guerra Mondiale. Una commedia intelligentemente leggera, che fa sorridere ponendo quesiti seri, esistenziali, che ci riguardano tutti da vicino. Traduzione, adattamento e regia sono di Valerio Binasco.


Giovedì 26 febbraio, ore 18, Alessandro Haber, Alessio Boni e la Compagnia incontrano il pubblico. Coordinano Riccardo Ventrella e Pietro Bartolini, Direttore dell’Accademia Teatrale di Firenze. Ingresso libero.

Le parole sono importanti ed Éric-Emmanuel Schmitt, drammaturgo-scrittore-sceneggiatore belga di origine franco-irlandese naturalizzato parigino, i cui romanzi hanno venduto oltre 10 milioni di copie in 50 paesi, sembra coltivare la speranza che quando gli uomini si incontrano e si parlano possono, forse, riuscire a capirsi. Alessandro Haber e Alessio Boni, già insieme in Art di Yasmina Reza, si interrogano, confrontano e scontrano interpretando, rispettivamente, Freud e un misterioso visitatore, il Padre della Psicanalisi e l’incarnazione, chissà, dell’Onnipotente. Al suo debutto in Francia nel 1993 Il visitatore si meritò tre Premi Molière (Rivelazione teatrale, Miglior autore, Miglior spettacolo di teatro privato). Da allora la pièce è stata tradotta in 15 lingue e rappresentata in oltre 25 paesi. In Italia si ricorda l’allestimento di Antonio Calenda, con Turi Ferro nei panni ‘pirandelliani’ dello studioso e Kim Rossi Stuart nel ruolo di un neutrale Creatore. Ora la forza del testo che il regista Valerio Binasco mette in risalto è quella di affrontare temi grandi, ‘ultimi’, con una scrittura fresca, diretta, animata da una divorante vitalità e un pizzico di humour.

“Schmitt non ha timore di riportare in teatro argomenti di discussione importanti come la religione, la storia, il senso della vita, eliminando qualsiasi enfasi filosofica”, ha scritto Binasco, “Il visitatore è una rara commedia per attori, a patto che siano come Alessandro Haber e Alessio Boni, capaci cioè di sprofondare totalmente nell’umanità fragile dei loro personaggi e di evitare le insidie della retorica.”

La vicenda si svolge nell’aprile del 1938. L’Austria è stata da poco annessa al Terzo Reich, Vienna è occupata dai nazisti e gli ebrei vengono perseguitati in ogni angolo della città. Nel suo studio in Bergstrasse 19 Sigmund Freud, vecchio e malato da anni di cancro alla gola (morirà l’anno dopo a Londra), attende con ansia notizie della figlia Anna (Nicoletta Robello Bracciforti), portata via dalla Gestapo. Un tempo scandito da una solitudine angosciante finché dalla finestra non spunta un inaspettato visitatore, che fin dalle prime battute appare intenzionato a intraprendere una discussione alta, impegnata e impegnativa. Alessandro Haber assume con infinita e umana varietà le patologie dell’82enne indagatore dell’inconscio, con una voce roca e tenue, una camminata a passetti, un aspetto di genio ebreo ormai pressoché detenuto nel suo studio quanto fermo nella sue convinzioni.

“Sono un attore che ama la verità”, commenta Haber, “non mi piace recitare, piuttosto cerco di vivere appieno il ruolo che mi è stato affidato. Non mi risparmio mai: arrivo in fondo allo spettacolo che ho cambiato voce, passo, identità. Essere il Freud descritto da Schmitt mi travolge e sconquassa: ha cercato per tutta la vita di curare la psiche dell’uomo e ora improvvisamente appare davanti a lui un barbone, che potrebbe essere Dio, e che forse incarna proprio il suo doppio.”

Infatti, Alessio Boni è indotto da Binasco a ignorare la flemma dandy concepita per la sua figura da Schmitt, in favore di una presenza nomade, apolide, accuratamente grezza, personificazione mai dichiarata dell’Assoluto, ma più volte allusa. Oppure è più semplicemente un pazzo che si crede Dio?

“Nel testo originale il mio personaggio entra indossando un frac, il cilindro, il bastone e il mantello”, dice Boni, “una figura molto raffinata e benestante, che si scontra con un aristocratico dall’alto intelletto come Freud. Nel nostro spettacolo Dio diventa la persona socialmente più bassa, un disadattato, un clochard, un folle … si assiste così a una trasversalità: si parte dal basso fino ad arrivare al massimo livello rappresentato da Freud, che era uno psicanalista ed aveva continuamente a che fare con i pazzi. Questa scelta, a mio avviso, è vincente: per esempio, anche Shakespeare nell’Amleto parte dal basso – due becchini che parlano di un teschio – per poi arrivare ai dubbi e alla poesia sublime dell’essere o non essere.”

Freud gli crede, ma al tempo stesso non gli crede. Del resto, Dio non è disposto a dare dimostrazione di sé come fosse un mago o un prestigiatore. Si procede per dialoghi brevi o scambi assiomatici, la discussione lascia presto spazio a impressionanti manifestazioni della preveggenza del misterioso ospite. L’intelletto smanioso di Freud, la sua diffidenza atea, la sua riprovazione contro un’entità dello spirito che non frena il male devono fare i conti con l’amore, la tenerezza, l’armonia interiore, la consapevolezza di Dio. I due ‘lottano’ fino alla fine.

“Dio ha preso il corpo di un uomo, casualmente si è vestito così e va a parlare con Freud”, prosegue Alessio Boni, “questa antitesi rappresentata in scena da me e da Alessandro Haber crea come uno scontro tra due gladiatori, è il presupposto perché si affronti il tema del bene e del male, del coraggio e dell’etica, perché si parli, più in generale, dell’essere umano.”

Una discussione ogni tanto interrotta dalla presenza di un ufficiale della Gestapo (Alessandro Tedeschi), scenografata con visionarie pareti da Carlo De Marino, modellata con i costumi di Sandra Cardini, sonorizzata da Arturo Annecchino e illuminata da Umile Vainieri. Alessandro Haber e Alessio Boni giocano quindi a contrapporsi come le due facce opposte della vita, la conoscenza e il mistero.

“Cerco sempre di non deludere il pubblico e di impegnarmi in cose che abbiano un senso”, conclude Haber, “bisogna uscire dal teatro con la voglia di pensare. Ogni spettacolo per me non è mai solo uno svago.”

Redazione Nove da Firenze