Georgofili, stanotte Firenze ha ricordato la strage

ph Facebook Dario Nardella

Cerimonia sul luogo dell'attentato di stampo mafioso che il 27 maggio 1993 causò cinque vittime e numerosi feriti


Ventisette anni fa un’esplosione sconquassò quella che sembrava una tranquilla notte fiorentina, sotto la Torre de’ Pulci nel centro storico della città: il fuoco, il tappetto di vetri e calcinacci attorno agli Uffizi e l’odore di esplosivo, di quei trecento chili di tritolo con cui era stato imbottito un Fiat Fiorino. Fu chiaro quasi immediatamente che non era stata una fuga di gas ma un attentato: un attentato di mafia. Morirono cinque persone: Angela Fiume e Fabrizio Nencioni, lei custode dell’Accademia dei Georgofili e lui ispettore dei vigili urbani, le loro figlie Nadia e Caterina di nove anni e due mesi e lo studente universitario fuori sede di Sarzana Dario Capolicchio. Altre quarantuno rimasero ferite.

Ventisette anni dopo la Toscana ricorda – e lo ha fatto anche stanotte, deponendo alle una e quattro minuti, l’ora in cui esplose la bomba, una corona sul luogo dell’attentato - e c’è un filo rosso che lega l’uno all’altro le quattordici testimonianze e interventi video di una commemorazione che, a causa delle regole per fronteggiare l’epidemia sanitaria in corso, quest’anno non si è potuta svolgere in una sala gremita di persone come al solito ma rivive, da stamani, on line sul web.

Il filo rosso è quello del senso della memoria – perché la memoria, quella che non si riduce a vuoto cerimoniale, ha senso anche dopo ventisette anni - e della ricerca della verità: una memoria che rimanga viva e una ricerca mai paga di fronte ad interrogativi rimasti in sospeso e che reclamano una risposta. Due corni di un impegno civico assorbente ben rappresentato dalla presidente dell’associazione “Tra i familiari delle vittime strage dei Georgofili” Giovanna Maggiani Chelli, scomparsa l’anno scorso e che tutti hanno voluto ricordare.

Coltivare la memoria vuol dire raccontare ai giovani la strage (e i fili che si mossero dietro quell’attentato), vuol dire raccontare cosa è la mafia, l’ndrangheta e la cammorra che fa affari anche in Toscana. Vuol dire costruire archivi e case delle memoria e farli frequentare, come ad esempio il Centro di documentazione e legalità democratica che ha sede all’ultimo piano del palazzo della presidenza della Regione, affacciato su piazza del Duomo, ricco di materiali non solo sui Georgofili ma su tante altre pagine buie della Toscana. Vuol dire ad esempio, come annuncia l’assessore alla presidenza della Toscana Vittorio Bugli, anche digitalizzare gli atti processuali donati alla Regione dall’associazione delle vittime, perché cioè a iuta a renderli più fruibili. Aiuta la memoria, lo studio e la consapevolezza. “Un progetto – spiega – in cui saranno coinvolti anche i detenuti e che stiamo portando avanti assieme a Procura e Provveditorato dell’amministrazione penitenziaria”.

“Per combattere le mafie servono bravi magistrati, intelligenti e decisi ad andare fino in fondo, ma anche sensibilità e conoscenza diffusa” si sofferma ancora Bugli. Per il presidente della Toscana Enrico Rossi la memoria diventa così un monito sull’esigenza di non abbassare mai la guardia. “Lo strumento principale per contrastare la criminalità organizzata sta però nelle mani della politica democratica e nella partecipazione collettiva” dice.

La grammatica della criminalità organizzata è rispetto al 1993 cambiata: la stagione delle stragi è finita. “Ma l’aggressione delle mafie c’è ed è più forte di ieri, solo più mimetizzata – dice la prefetta di Firenze, Laura Lega – Un’aggressione che punta al cuore del sistema economico, finanziario e produttivo”. E in momento di crisi, come piccole e medie aziende in difficoltà come oggi dopo il blocco forzato imposto dall’epidemia Covid, il rischio di una metastasi aumenta.

La memoria ha alla fine una funzione esternatrice per la presidente della Corte di appello di Firenze, Margherita Cassano, la quale affonda nella consapevolezza dei valori fondanti della democrazia. Anche per Marilena Rizzo, presidente del Tribunale di Firenze, la memoria del passato è necessaria. Non ci può essere, avverte, vera “memoria senza verità” - quella perseguita da tanti magistrati che non si sono arresi, quella che il procuratore della Repubblica Giuseppe Creazzo nel suo intervento per la commemorazione afferma che il suo ufficio continua e continuerà a ricercare. Ma non ci può essere “neppure libertà senza verità”, come diceva Aristotele. Quella verità, proprio tutta, che invoca anche il sindaco di Firenze Dario Nardella e che costituisce un imperativo morale anche per Pietro Grasso, oggi senatore della Repubblica e ieri magistrato, impegnato a Firenze dal 1997 al 1999 nell’indagine sulla strage dei Georgofili assieme al compianto Gabriele Chelazzi. Se infatti sono noti e sono stati condannati gli esecutori materiali e i mandanti interni, sconosciuti ancora sono i volti di chi dall'esterno quella strage l’ordinò o non fece nulla per fermarla.

La maratona on line prosegue. Paolo Bolognesi, presidente dell’associazione tra i familiari e le vittime della strage di Bologna, ricorda lo spettro di depistaggi ed assoluzioni nelle (troppe) stragi italiane, tutte accomunate da un identico disegno eversivo, dove l’ultimo velo sulla verità non mai è stato strappato. Il sindaco di San Casciano Roberto Ciappi racconta il “Giardino del tramonto” della Romola, frazione dove i Nencioni sono sepolti e dove la famiglia, originaria di quel territorio, è sepolta. Una fontana d’acqua accoglie in un mosaico alle sue spalle la poesia che la piccola Nadia scrisse pochi giorni prima dell’attentato. Lì, oggi, sta proseguendo la commemorazione.

Ci sono gli studenti dell’istituto Leonardo da Vinci di Firenze, che con il magazine della scuola e il laboratorio teatrale interno già da due anni (e questo sarebbe stato il terzo) coltivano la memoria attiva e partecipata di quella strage, ricordata a chi passa per via dei Georgofili da una targa e un olivo monumentale, pianta vivace e generosa.

Manlio Milani, presidente dell’associazione vittime di piazza della Loggia, dedica tutto il suo intervento a Giovanna Maggiani Chelli, la presidente scomparsa, che dopo l’attentato in cui la figlia rimase gravemente ferita (e perse il fidanzato) si è profusa in un impegno civico che ha quasi completamente assorbito la sua vita privata. Sempre presente a tutti i processi, non ha mai smesso di fare e farsi domande. Conosceva tutti gli atti ed ora una fonte utilissima anche agli stessi cronisti. Quei colleghi giornalisti di cui parla Sandra Bonsanti, citandoli uno ad uno per nome. “Ci furono due miracoli ventisette anni fa all’epoca dei Georgofili – ricorda – Un’inchiesta giudiziaria di quelle che possono insegnare e, fianco a fianco con i magistrati ed accomunati da unità di intenti, tanti colleghi giornalisti lì per cercare anche loro la verità. Un esempio di giornalismo libero, critico, autonomo e naturalmente investigativo”. Due miracoli che non sempre ed ovunque si ripetono.

Ventisette anni sono passati. La criminalità ha cambiato nel frattempo grammatica. Ha imparato a mimetizzarsi, ad agire sotto traccia. “Ma il potere delle organizzazioni criminali non è finito - avverte il governatore toscano Enrico Rossi -. Tutt’altro, purtroppo: esso è presente ormai stabilmente anche nei nostri territori, come ci mostrano i rapporti annuali elaborati da tre anni, su nostra richiesta, dalla Scuola Normale sui fenomeni di criminalità organizzata e corruzione”.

E l’epidemia che l’Italia ha dovuto affrontare e le ripercussioni economiche che il lockdown prolungato ha prodotto amplificano il rischio. “Approfittando proprio delle difficoltà economiche degli operatori – spiega il presidente - la mafia e le organizzazioni criminali possano infatti oggi trovare nuove occasioni per espandersi. “Non di meno – annota – dobbiamo vigilare sulla situazione dei penitenziari che ha portato durante la crisi sanitaria alla scarcerazione di alcuni capi-mafia, rispetto a cui giustamente ha richiamato l’attenzione l’Associazione delle vittime”.

Per Rossi la memoria delle stragi e la ricorrenza dunque anche dei Georgofili deve essere l’occasione per recuperare i principi fondanti della nostra convivenza: un monito a rinnovare l’impegno contro tutte quelle organizzazioni mafiose “che mettono in discussione la vita civile, la democrazia, la fiducia dei cittadini nello Stato e nelle istituzioni” e riprendere la strada “anche quando questa sembra smarrirsi”.

“E di fronte alle strategie di queste organizzazioni la prima arma è la consapevolezza – conclude il presidente -, la costruzione di una cultura delle istituzioni, di una cultura autenticamente democratica e ispirata ai principi di legalità. La sola azione repressiva, pur fondamentale e necessaria, infatti non basta da solo. Lo strumento principale per contrastare la criminalità organizzata sta nelle mani della politica democratica e nella partecipazione collettiva. La bussola resta quella della Costituzione, dei principi della nostra Repubblica a cui ancora una volta dobbiamo tornare”.

Redazione Nove da Firenze