Che ci Faccio qui: il servizio pubblico di Iannacone

Lunedì alle 23:15 su Raitre, andrà in onda l'ultima puntata ‘speciale’: “Senza tetto”


Domenico Iannacone conclude il suo viaggio nelle viscere delle periferie, e torna ancora una volta a San Basilio, estremo nordest della capitale. Un quartiere che, dopo l’omicidio di Luca Sacchi, è sotto i riflettori di tutte le tv. Ma l’autore di Che faccio qui, e de I dieci comandamenti, i riflettori li spegne, e abbassa il volume. Lo sguardo mai, quello è fisso sul mondo e sugli occhi della gente, che a volte racconta senza parlare, inquadrando un gesto, un’espressione nei loro volti.

È quell’intervallo tra una parola e un’altra, tra il detto e non detto, che ci dice ciò che una persona è, la sua storia, la sua vita interiore. Iannacone va aldilà della cronaca, dell’apparenza, pronto a cogliere quell’attimo, a sublimare il silenzio, a dare profondità a uno sguardo, lasciando che l’interlocutore trovi il suo spazio, il suo momento.

È di pochi giorni fa l’apprezzamento fatto alla trasmissione dal presidente della Camera, Roberto Fico. “Ieri vi ho parlato di periferie - ha scritto Fico in un post su Facebook - dell'impegno che deve mettere in campo lo Stato per stare vicino alle persone, per fornire servizi, opportunità e occasioni. C'è un programma che fa vero servizio pubblico, capace di raccontare in modo intenso e chiaro le storie di chi vive certe periferie. Mi fa piacere condividere con voi questo estratto di Che ci faccio qui di Domenico Iannacone”.

Che effetto ti ha fatto ricevere i complimenti del presidente della Camera?

Sono sorpreso e onorato dalle sue dichiarazioni. Fico ha manifestato non solo apprezzamento nei nostri confronti, ma sensibilità verso la realtà che lo circonda. I parlamentari di solito criticano la tv, sono in contrasto con i giornalisti, o se ne servono per diffondere il proprio messaggio. Invece la tv dovrebbe essere proprio questo: un termometro dello stato dei cittadini, del loro umore, del loro sentire; dovrebbe offrire ai politici uno sguardo profondo, un punto di vista diverso, fuori dai palazzi in cui vivono rinchiusi e lontani dall’uomo comune. La tv potrebbe costituire un rapporto dialettico, vivo, tra il potere e il suo elettorato; potrebbe aprire gli occhi, e portare lo sguardo su realtà altrimenti nascoste, sconosciute, che stanno ai margini e sembrano non intaccare il nostro mondo, ma che piano piano lo erodono minando le basi della convivenza, e mettendo a rischio la coesione sociale, come un virus che si manifesta quando il corpo ne è ormai devastato.

A proposito di ciò, nella scorsa intervista ci eravamo lasciati parlando dell’omologazione delle periferie, di quanto avessero finito per assomigliarsi un po’ tutte, complice la fiction che ha standardizzato certi modi di dire, di parlare e gesticolare, creando una sorta di specchio in cui è la realtà a riflettere l’immagine. Vedendo la puntata su San Basilio, invece, la periferia romana è sembrata a migliaia di chilometri di distanza, anche temporale, da Scampia: i personaggi, i loro volti, profondamente diversi, come se davvero esistesse una fisiognomica dei luoghi.

Esiste una differenza sostanziale tra le due periferie. Scampia è costituita da un nucleo chiuso: Le Vele furono edificate in piena emergenza post-terremoto, le cosiddette zone 167, e hanno una struttura che mette gli abitanti fianco a fianco, una famiglia di fronte all’altra. Si crea così contaminazione, omologazione tra condomini, che ha favorito però la criminalità più che la socializzazione. Scampia, inoltre, ha subito una sovraesposizione mediatica, che ne ha fissato un’iconografia di cui ormai è impossibile liberarsi. Le persone sono diventate personaggi, i tipi sono stati traslati in tipologie, e il loro linguaggio è la coinè dell’immaginario criminale.

San Basilio, invece, ha diverse stratificazioni. Non c’è nel quartiere un’identità forte, un’unica modalità dell’essere. Vi abita piuttosto un’umanità varia, di molteplice provenienza, con tante storie alle spalle che ne determinano il presente e, sovente, ne compromettono il futuro.

I primi palazzi furono inaugurati negli anni ‘30 dal regime fascista, che lasciò però la borgata senza infrastrutture. Subito dopo la seconda guerra mondiale, con i fondi del piano Marshall furono costruite case basse con tanto verde attorno. A partire dal ’54, l’Istituto delle Case Popolari iniziò la costruzione dei lotti, e gli abitanti arrivarono da diverse parti di Roma, veri e propri deportati, compresi gli esuli dalmati. Nel settembre del ‘74 ci fu poi la famosa rivolta contro la polizia, una rivolta popolare scoppiata dopo anni di abusivismo e politiche edilizie disastrose, innescata dall'uccisione del diciannovenne Fabrizio Ceruso. La puntata di lunedì sera andrà proprio a raccontare la battaglia per il diritto alla casa, una guerra che si tramanda di padre in figlio dagli anni ‘70 ad oggi, ai margini della città eterna.

Questi soggetti marginali che tu incontri, dimenticati dalle istituzioni ed espulsi dalla cittadinanza stessa, vivono per lo più come corpi estranei, spettri che si aggirano nelle metropoli, eppure mostrano nelle interviste un’umanità più vera, senza sovrastrutture...

Molti di quelli che ho incontrato hanno, senza saperlo, tempi teatrali, una mimica collaudata tipica della borgata, perché la strada è un palcoscenico a cielo aperto, e loro ci si muovono con disinvoltura, dalla mattina alla sera. Alcuni esprimono i pensieri e i sentimenti con gli occhi, o con le mani, la loro postura è un manifesto di vita. Ho conosciuto persone incredibili, che diventano personaggi loro malgrado, perché un modo di essere, il più curioso e a volte grottesco, ne fissa l’immagine per gli altri, tanto da restarne imprigionati per sempre, e scegliere di costruire la propria identità proprio intorno a quel difetto, a quello scarto, senza possibilità di redenzione. In quella modalità, però, sentono di esistere, perché quella stranezza li rende riconoscibili a chi sta intorno. Come i fratelli Menelik, incontrati la settimana scorsa, che nell’essere gemelli trovano ed esauriscono il coraggio di vivere, facendo ridere gli altri davanti ad un riflettore, ma piangendo la mancanza di tutto quando quella luce si spegne. O come Davide, che si fa riconoscere per la svastica sul collo, ma che quando racconta del nonno partigiano e gli chiedo, allora, il perché di quel tatuaggio, risponde con disarmante sincerità: “Me lo levo...”. Quando escono dal personaggio che gli hanno cucito addosso, e a cui si aggrappano come un impiccato alla corda, i personaggi tornano persone, cominciano a parlare con la loro parte emozionale, un’emotività repressa, affondata spesso nel dolore, o nella rabbia, o in una mitezza che ha determinato la loro sconfitta. Qualcuno si è liberato, si è spogliato di quel vestito che gli andava stretto, e ha ritrovato un se stesso diverso da quello che credeva di essere. Come Fabrizio, sempre a San Basilio, che è uscito dalla mentalità criminale, vende arrosticini e non risponde più alle provocazioni, perché dopo un incidente in cui era quasi morto è tornato in vita, e ora la sua non è più la stessa. Perché chi esce ‘dal buco nero’, come canta Alessandro D’Orazi, da ultimo può diventare primo. Come il Davide, di Scampia, che da camorrista è diventato scrittore grazie alla ‘parola’, il libro sacro incontrato in carcere.

Come ti approcci a queste persone, come riesci a farle parlare e a farti ‘consegnare’ interi pezzi della loro vita?

Per intervistare bisogna avere rispetto, avvicinarsi piano. Quando una persona sa che può fidarsi si apre, e ti regala la confidenza. Io mi immergo in una modalità pasoliniana, non commento, non c’è giudizio da parte mia. Davide ha una storia criminale, ma sa che chi gli sta di fronte non lo giudica. L’umana pietà è il motore del mondo, si può sbagliare ma ci si può riscattare. Chi racconta deve possedere la ‘pietas’, l’empatia nell’approcciare le storie. Adesso, sui social, assistiamo con facilità ai linciaggi mediatici, morali e verbali. Ma se non guardiamo l’altro con la pietas nel nostro sguardo, non capiremo nemmeno noi stessi. E a quanto pare gli spettatori raccolgono quest’empatia, quest’umanità contagiosa. Ma sai che dopo le due puntate sul quartiere napoletano, sono successe cose bellissime? C’è stata una gara di solidarietà per aiutare tre persone che avevo incontrato. A Giovanni e a Sonia è stato offerto un lavoro. Una scuola di Termoli ha fatto una colletta e ha ricomprato a Giuseppe il suo carrellino. Mentre Edoardo continua a fare credito a chi non ha nulla, perché la solidarietà dal basso non mira al profitto.

Le persone che incontri ricordano i personaggi dickensiani, che non sono soltanto poveri ma persone le cui condizioni di vita o di lavoro sono al di sotto di uno standard accettabile, ricordano quelli di John Steinbeck di Uomini e topi o di Furore, ricordano quelli dei film di Ken Loach. Il sottoproletariato urbano, forse, è sempre lo stesso da un’epoca all’altra, non è cambiato niente dai tempi di Dickens o di Steinbeck?

Purtroppo non è mutato nulla. O meglio, ad una fase in cui le condizioni dei lavoratori erano andate migliorando, ne è seguita una in cui assistiamo di giorno in giorno ad un abbassamento dei diritti. C’è ormai uno scollamento tra i diversi strati della società, c’è una frattura tra i benestanti e coloro che, magari pur lavorando, non raggiungono il minimo sindacale che gli consenta una vita dignitosa. È il ‘Quinto Stato’, costituito da disoccupati, ma anche da lavoratori precari, senza diritti, alcuni dei quali non hanno nemmeno coscienza della loro condizione. Se uno Stato non investe nell’edilizia popolare, nel creare occasioni di lavoro e nel migliorare l’istruzione, non può che seguirne lo sfacelo.

Si può dire che con la tua tv, col tuo modo di girare e intervistare, fai politica?

Affrontare temi sociali è fare politica, perché dovrebbe essere la politica a rispondere ai bisogni dei cittadini. Denunciare direttamente o indirettamente le ingiustizie, interessarsi delle persone e della loro condizione sì, è fare politica. Senza dubbio io faccio una tv politica, e lo rivendico.

I messaggi che ti scrivono gli spettatori sono di grande stima ed affetto, ti attribuiscono un grande potere, e cioè di rappresentarli, di rappresentare il loro immaginario e i loro pensieri. Ti senti investito di una responsabilità nei loro confronti?

Ho una profondissima forma di apprensione, di preoccupazione nei loro confronti. Devo rappresentarli in forma alta, non disattenderete le loro aspettative. Serve un grande impegno per esserne all’altezza. Siamo servizio pubblico, dopotutto. Mi concentro molto sul compito che di volta in volta mi è dato dai telespettatori, perché loro ti giudicano: vedono con i miei occhi, e parlano con la mia voce. Per me tutto questo è una grande emozione.

A proposito di ciò, tutti ti chiedono a gran voce di anticipare l’orario di messa in onda. Pensi che sia possibile?

Sì, nella prossima stagione torneremo la domenica, in access prime time. Comunque nella puntata di lunedì scorso alle 23:15, e con una forte contro-programmazione, abbiamo fatto il record di ascolti: 1.072.000 telespettatori, con il 7.46 % di share. Ringrazio le persone che hanno scelto di stare con noi!

Nella scorsa intervista abbiamo parlato di poesia, in particolare di quella del poeta fiorentino Mario Luzi, e di quanto ti abbia influenzato nel modo di fare televisione. Per quanto riguarda il romanzo, invece, il genere è nato come romanzo d’appendice, cioè a puntate settimanali sui giornali. Tutti i grandi romanzieri del Settecento e dell’Ottocento, prima che su volumi rilegati, hanno pubblicato capitolo per capitolo sulle riviste della domenica. In fondo è un po’ quello che hai fatto in tv, prima con ‘I dieci comandamenti’ e ora con Cosa ci faccio qui’. Si può dire che anche tu stai scrivendo un grande romanzo italiano del XXI secolo?

La parola scritta è un concetto letterario, nasce da un’impellenza espressiva, dall’urgenza di esprimersi. Io faccio esprimere gli altri, la mia è un’esigenza giornalistica, un bisogno di testimonianza. ‘Che ci faccio qui’, così come ‘I dieci comandamenti’, ha un linguaggio diverso. Al contrario degli scrittori io faccio un’operazione di sottrazione: uso meno parole, meno testo, lascio parlare i silenzi. I miei libri avrebbero meno sostantivi e più punteggiatura, molte pagine bianche e spazi di riflessione. La parola, per me, deve vibrare.

E senza dubbio, la parola di Domenico Iannacone vola alto.

Elena Novelli