Cento anni fa, la Grande Guerra: nella Baia di Buccari, D’Annunzio lavò l’onta di Lissa

I protagonisti della beffa di Buccari: da sinistra Luigi Rizzo, Gabriele D'Annunzio e Costanzo Ciano

MEMENTO AUDERE SEMPER. In queste parole, Gabriele D’Annunzio racchiuse la determinazione delle truppe italiane al fronte. Fervente interventista, e volontario a 52 anni, il Vate d’Italia fu protagonista di numerose imprese belliche e di propaganda, che dimostrarono costantemente all’Austria-Ungheria e alla Germania la tenacia e la vitalità dell’Esercito Italiano.


ROMA - Ricorda di osare sempre. Questa la traduzione dell’aulico motto latino scelto da Gabriele D’Annunzio per accompagnare quella che sarebbe passata alla storia come la Beffa di Buccari, un’impresa audace e rischiosa, ma proprio per questo tagliata su misura per l’Immaginifico Vate, alla continua ricerca di occasioni per esprimere il suo ardimento guerriero e contribuire al compimento dell’Unità d’Italia.

In quel lontano e cruciale febbraio 1918, l’Esercito Italiano si era quasi completamente lasciato alle spalle lo scoramento seguito alla rotta di Caporetto, e la sostituzione di Cadorna con Diaz al Comando Supremo, aveva imposto una nuova direzione ai rapporti fra questo e il Governo, e soprattutto le truppe al fronte, il cui morale cresceva giorno dopo giorno. Si cominciavano a cogliere le prime avvisaglie della stanchezza dell’Austria-Ungheria, e la possibilità di una grande controffensiva sul Piave, che spezzasse le linee nemiche. A corroborare il morale delle truppe, contribuivano anche, in maniera non trascurabile, le imprese di Gabriele D’Annunzio, il Vate d’Italia arruolatosi nel 1915, all’età di 52 anni, dopo essere stato uno degli interventisti più accesi, e distintosi in particolare con il “Discorso della Ringhiera”. Munito di uno speciale status militare conferitogli dallo stesso Cadorna, che lo autorizzava a qualsiasi impresa per terra, per cielo e per mare, l’Immaginifico non si risparmiò nel dimostrare il suo coraggio guerriero, con il grado di Tenente-Colonnello dei Lancieri di Novara (e quell’uniforme è oggi esposta al Vittoriale).

La guerra di D’Annunzio, quasi un fatto suo personale contro l’Austria-Ungheria, era stata un continuo susseguirsi d’imprese in tono con quello che era ormai il suo personaggio, ma al di là della posa (del resto tipica di quella cultura decadente della quale il Vate è stato il più autorevole esponente italiano), nel suo animo palpitava autentico il sentimento dell’amor di Patria, accanto al senso dello Stato e alla virtù militare.

La Prima Guerra Mondiale, fu per l’Italia anche un conflitto in mare, combattuto nelle difficili acque dell’Adriatico, da Brindisi alle coste dalmate, in una continua serie di pattugliamenti e attacchi. Tuttavia, come la guerra in trincea era ben presto divenuta una guerra di posizione, anche quella sul mare divenne ben presto qualcosa di simile, senza che nessuna delle Marine riportasse successi risolutivi. L’Austria-Ungheria colse importanti successi fra il 1915 e il 1916, con l’affondamento di cinque corazzate italiane, favoriti anche dalla poca accortezza dell’Ammiraglio Persano - Capo di Stato Maggiore della Marina Italiana succeduto a Thaon de Revel -, e del suo Servizio Informazioni. Colti questi successi, la Marina austriaca si limitò a rapide incursioni, sempre evitando lo scontro in mare aperto con l’impiego delle grandi unità.

Nonostante gli sfavorevoli episodi di cui sopra, la Marina Italiana seppe comportarsi con onore, riportando un brillante successo logistico nell’evacuazione dell’esercito serbo dal porto albanese di Valona, minacciato da quello austriaco; il pattugliamento del Canale di Otranto impedì incursioni nemiche, e l’utilizzo dei Motosiluranti permise di cogliere i primi, importanti successi, come l’affondamento della corazzata Wien, all’ancora nel porto di Trieste, nel dicembre del 1917. L’operazione fu condotta dall’allora Sottotenente di Vascello Luigi Rizzo, che fu decorata con la Medaglia d’Oro e la promozione a Tenente. Quell’epica impresa, non fu l’unica delle squadriglie dei Motosiluranti.

In quel febbraio del 1918, D’Annunzio era consapevole della necessità di un’azione che, oltre all’efficacia militare, sortisse anche effetti psicologici di propaganda sulle truppe italiane - e, per motivi opposti, anche su quella austro-ungarica -, in modo da creare un clima favorevole alla necessaria offensiva sul Piave, che facesse riguadagnare le posizioni perdute nell’ottobre precedente. L’occasione gli si presentò quando l’ammiraglio Casanova, comandante della Divisione Navale di Venezia, concepì l’operazione contro la Baia di Buccari, nella cui rada munitissima si trovava numeroso naviglio nemico. Penetrarvi e danneggiarlo, era impresa rischiosa, e proprio per questo D’Annunzio chiese di far parte della missione, che avrebbe dovuto essere condotta da tre MAS, ovvero il 94, il 95 e il 96, comandati rispettivamente dal Sottotenente di Vascello CREM Andrea Ferrarini, dal Tenente di Vascello compl. Profeta De Santis, e dal Capitano di Corvetta Luigi Rizzo (che nel frattempo aveva ottenuto un altro scatto di grado), che aveva al suo fianco il comandante della missione Capitano di Fregata Costanzo Ciano, e appunto Gabriele D'Annunzio. Nello specifico, i MAS erano Motoscafi Armati Siluranti, agili mezzo d'assalto veloce, con un tonnellaggio che oscillava fra le venti e le trenta tonnellate, e armati di una mitragliatrice, due siluri e alcune bombe di profondità. L’equipaggio contava una decina di uomini.

Ognuna delle motosiluranti era trainata da una torpediniera, e l’intera squadra poteva contare sulla protezione di unità leggere della marina e di due sommergibili da guerra. Partite da Ancona la mattina del 10 febbraio, nella tarda serata giunsero nei pressi dell’isola di Cherso, da dove riuscirono a penetrare dietro la linea di difesa nemica per oltre ottanta chilometri, imboccando la stretta della Farasina, senza che la batteria costiera di Porto Re li scorgesse, e raggiunsero la baia di Buccari che, secondo un rapporto del Servizio d’Informazione, ospitava numerose navi austriache, sia civili sia militari. Gli obiettivi individuati furono tre piroscafi da carico e uno passeggeri.

Alle 1,20 della notte, dai MAS furono lanciati sei siluri, soltanto uno dei quali, a causa del buio, riuscì a colpire il bersaglio, un piroscafo passeggeri. Avvertita l’esplosione, la sorveglianza austriaca dette l’allarme, ma gli equipaggi italiani furono rapidi nell’eseguire le manovre di arretramento, e riuscirono a uscire indenni dalla baia e a rientrare ad Ancona alle 7,45 dell’11 febbraio. Pur arrecando danni materiali minimi al naviglio austriaco, dal punto di vista tattico-operativo, l'azione fece emergere la totale mancanza di coordinamento nel sistema di vigilanza costiero austriaco, che appunto rese possibile questa audace azione della Marina Italiana. Ma ad aumentare la portata psicologica di quelle falle difensive, occorse anche il messaggio propagandistico che D’Annunzio aveva appositamente scritto per quell’impresa, e che lasciò nella baia, in volantini sigillati in bottiglie di vetro che galleggiarono sull’acqua. Queste la parole del Vate: «In onta alla cautissima Flotta austriaca occupata a covare senza fine dentro i porti sicuri la gloriuzza di Lissa, sono venuti col ferro e col fuoco a scuotere la prudenza nel suo più comodo rifugio i marinai d'Italia, che si ridono d'ogni sorta di reti e di sbarre, pronti sempre a osare l'inosabile. E un buon compagno, ben noto - il nemico capitale, fra tutti i nemici il nemicissimo, quello di Pola e di Cattaro - è venuto con loro a beffarsi della taglia».

Idealmente, ma non troppo, la sconfitta navale subita a Lissa nel lontano 1866 per mano dell’Impero Asburgico, nell’ambito della guerra per l'annessione del Veneto, era stata vendicata. Di quell’impresa, D’Annunzio lasciò memoria scritta, redigendo un particolareggiato resoconto in quello stile impetuoso che l’aveva reso celebre. Il volume - arricchito dalla Canzone del Quarnaro, la riproduzione del messaggio di propaganda, l’elenco dell’equipaggio e le carte geografiche -, venne pubblicato a Milano in quello stesso 1918, per i tipi dei Fratelli Treves.

A sua volta, la stampa italiana dette ampio risalto all’impresa e alle parole di D’Annunzio, che metteva in risalto, in maniera pungente, le difficoltà dell’esercito austriaco, del quale venne provata la vulnerabilità. A Vienna, l’eco della “beffa di Buccari” generò un profondo sconcerto presso il Comando Supremo, e un vasto senso d’insicurezza anche fra la popolazione civile. Al contrario, in Italia galvanizzò l’opinione pubblica e le truppe impegnate sul Piave, che trovarono nelle parole del Vate-soldato nuova linfa per alimentare la determinazione a respingere l’occupante austriaco e ricacciarlo oltre il fiume, fino a Trento e Trieste.

MEMENTO AUDERE SEMPER: un motto che seppur identificato negli anni a venire con una precisa corrente politica, dovrebbe invece essere riscoperto nel suo significato più profondo di incitamento ad amare la Patria, oggi più che mai vilipesa dall’ipocrisia, dalla corruzione e dall’incapacità di una classe politica che, da destra a sinistra, getta fango sulla Storia e sulla memoria di chi ha combattuto ed è caduto per l'Italia.

Niccolò Lucarelli