Biennale d'Architettura, il difficile confronto con il Novecento

Un secolo d'architettura fra l’Arsenale e i Giardini.


VENEZIA - Il Novecento è stato il secolo della modernità, che nel volgere di pochi decenni ha sconvolti equilibri millenari, modificando profondamente il paesaggio e le abitudini abitative di tanti popoli. Confermando la vocazione alla ricerca di questa XIV Biennale, il curatore Rem Koolhaas ha voluto indagare questa decisiva dinamica attraverso le risposte che i singoli Paesi hanno saputo dare per interpretare la nuova era, ognuna tracciando una propria via verso la modernità. Per la prima volta in una Biennale, le partecipazioni nazionali sono legate da un fil rouge dal titolo Absorbing Modernity:1914-2014, che, in linea con le due mostre collettive, indaga l’incontro, lo scontro, il compromesso, sviluppatosi fra architettura e modernità nei vari Paesi del mondo. Ne scaturisce un indiretto, ma efficace, reportage politico e antropologico sulle motivazioni di un’architettura che è stata troppe volte specchio del potere e dell’ideologia.

Protagonisti di questa Biennale, i Paesi emergenti, quelli che in questi ultimi cento anni hanno vissuti i cambiamenti più repentini, spesso con accenti drammatici, anche al di fuori dei due conflitti mondiali. Dittature, transizioni dal colonialismo all’indipendenza, ricerca d’identità nazionale, conflitti interni, hanno segnato il loro cammino verso la democrazia, un cammino in molti casi ancora oggi non terminato.

Fra le 65 partecipazioni nazionali, dieci prime assolute: Costa d’Avorio, Costa Rica, Repubblica Dominicana, Emirati Arabi Uniti, Indonesia, Kenya, Marocco, Mozambico, Nuova Zelanda e Turchia. Partecipazioni che confermano l’apertura della Biennale alle realtà emergenti.

Ma in questa sua innovativa formula, la XIV Biennale parla molto d’Europa, in particolare del blocco delle Nazioni dell’area ex-sovietica, o comunque comunista.

Polonia e Romania, ad esempio, hanno espressi padiglioni che riflettono sull’architettura quale metafora di costruzione dello stato socialista.

L’architettura industriale rumena intesa a sua volta come luogo di costruzione di una società, e relativo suo inquadramento. Per questo Site Under Construction, il padiglione dei Giardini, è arricchito da una sezione documentaria con la proiezione di filmati propagandistici dell’era di Ceausescu, con il dittatore in visita a qualche stabilimento industriale, attorniato dal suo entourage e dalla folla “festante”. Gli anni della dittatura comunista videro il Paese interessato da un vasto sviluppo urbano e industriale, raggiunto con la costruzione di numerosi siti industriali e grandi agglomerati residenziali alla periferia delle grandi città. Lo sviluppo orizzontale, caratteristico delle cittadine orientali, scomparve per lasciare spazio alla verticalità di stampo sovietico. Con l’avvento della democrazia, la transizione ha visto il Paese alla ricerca di un nuovo equilibrio, anche attraverso la ridefinizione dello spazio urbano. Quelle stesse unità industriali, ormai cessata la funzione produttiva, sono oggi una sorta di non-luogo, residuo storico di una modernizzazione dagli aspetti disumani, ferite ancora aperte come atipici universi nel tessuto urbano, da cui scaturisce una dolorosa rêverie che possa essere stimolo per proseguire nella ricostruzione, anche morale, del Paese.

Su un’analoga linea si situa 14-14, il padiglione serbo che esplora un secolo d’architettura sospeso fra socialismo e democrazia, dispotismo e libero mercato, Oriente e Occidente. Ne è scaturita un’architettura peculiare, così come in Croazia, il cui padiglione Fitting Abstraction è un reportage dall’indipendenza da Vienna all’adesione all’Unione Europea dello scorso anno, attraverso stilemi architettonici che hanno contribuito a marcare l’identità nazionale. Del resto, il sogno dell’unità slava nei Balcani non si è mai compiuto, e anche negli anni di Tito, i sentimenti nazionalistici continuavano a esistere. Stesso discorso per Findings, padiglione macedone sulle vicende della città di Skopje, da cittadina ottomana a capitale indipendente, passando per il socialismo e il terremoto del ’63. Una città che è stata luogo di sperimentazione architettonica, attraverso quattro distinti periodi di approccio alla modernizzazione, lungo tutto l’arco del secolo. Il risultato accosta orrori di cemento a soluzioni in armonia con il territorio.

L’allestimento del padiglione polacco, Impossible Objects, è focalizzato su uno dei simboli della prima era socialista, quella che dal 1926 al 1937 vide la reggenza del Maresciallo Pilsudski, salito al potere grazie a un colpo di Stato. Il monumentale baldacchino funebre che lo celebra (una fedele riproduzione dell’originale di Cracovia), è un singolare accostamento di elementi e materiali diversi, con testimonianze di quegli Stati che sino al 1918 avevano fatto del territorio polacco terra di conquista; vi si trovano frammenti del monumento funebre a Bismarck, eretto nell’allora prussiana città di Poznan, le colonne di marmo della chiesa di Sant’Alexander Nevskij che l’Impero Russo eresse a Varsavia (e demolita nel ’26), oltre al bronzo dei cannoni austro-ungarici delle piazzeforti delle guarnigioni. Una revisione del passato politico, tecnicamente e idealmente fuso per costruire la moderna unità polacca, che si identifica nei suoi capi di Stato.

Scarno ma suggestivo, il padiglione albanese Potential monuments of unrealised future, e incentrato sulla serie fotografica Penthouse di Edi Hila. Cinque scatti per documentare le caratteristiche torri verticali che costellano il paesaggio albanese. Il messaggio dei curatori Joanida Turani e Stefano Rabolli Pansera, è quello di aprire un dialogo con le amministrazioni locali albanesi, e pianificare uno sviluppo urbano che eviti la speculazione edilizia, nel rispetto dello stile architettonico tradizionale, e recuperando le tante strutture fatiscenti presenti in tante città.

Sei padiglioni dell’Europa dell’Est che fanno i conti con la Storia, cercando però di salvare quanto di buono il Novecento ha comunque portato.

Discorso diverso per l’Europa Occidentale. La Gran Bretagna, con il padiglione A Clockwork Jerusalem, discute la modernità, e l’architettura che ne è derivata, partendo da considerazioni quasi filosofiche, nel senso che analizza il cambiamento del sentire collettivo, passando dal socialismo abitativo delle case popolari agli Swingin’ Sixties preceduti da Cliff Richard. Come a dire che la modernità è il laborioso frutto di mediazioni fra correnti di pensiero anche diametralmente opposte, che finiscono inevitabilmente con l’incontrarsi. Uno dei padiglioni meno architettonici in senso stretto, ma per converso fra i più suggestivi di questa Biennale.

Delude il padiglione degli Stati Uniti d’America, dove ci si è limitati a proporre l’ambiente dell’ufficio quale simbolo di una società a forte vocazione imprenditoriale. Una scelta ristretta, che ha mostrato il volto “impiegatizio” di un’architettura che invece ha percorsi sentieri interessanti e innovativi. Al polo opposto dell’asse delle grandi potenze, la Cina (che pure ha un padiglione principale molto generico), si riscatta con Across China Cities - Beijing, inserito fra gli eventi collaterali e che presenta i cambiamenti architettonici vissuti dalla capitale nel secolo scorso, e il recupero dell’area di Dashilar, area storica non lontana da Piazza Tienanmen. Un tentativo, forse tardivo, di porre rimedio ai gravi dissesti del recente passato.

Con la Primavera Araba, l’Africa del Nord sembra essere entrata in una nuova, drammatica fase della modernità. L’Egitto ripercorre l’ultimo secolo fatto di colonialismo, regno e dittatura, che sempre ha vista l’architettura in posizione di svantaggio. Il caos del moderno, contrasta violentemente con l’armonia antica, e i risultati sono città immerse nel cemento e nello smog, fra cui affiora qua e là una sporadica testimonianza di “buon governo”.

Un capitolo a parte merita il Padiglione Italia, per il quale il curatore Cino Zucchi ha ideato Innesti/grafting,

che riflette sulla grande capacità dell’architettura italiana di “innestare” opere di qualità nel contesto preesistente. A un anno dall’Expo universale che sarà ospitata dal capoluogo lombardo, è questo l’oggetto e il soggetto di un ragionamento sull’architettura che è stato un continuo ridiscutere e ridefinire il contesto urbano del passato, di fatto realizzando una realtà laboratoriale della modernità, che ha saputo aggiungere nuovi volti alla città.

Dalla versatilità di Piazza Duomo, con l’immensa fabbrica della Cattedrale che fu il primo grande cantiere cittadino, passando per i quartieri ricostruiti dopo i bombardamenti della Seconda Guerra Mondiale, lo spazio PAC e gli interventi di Portaluppi e Terragni, per giungere al laboratorio dell’area Expo, la città di Milano è analizzata capillarmente nei suoi quartieri industriali e nelle sue realtà residenziali, che hanno conosciuta una metamorfosi pressoché continua, specchio di un Paese capace di esprimere ingegno e operosità, capaci d’interagire con il territorio e creare una modernità in bilico fra passato e futuro, in questo agevolato dall’immenso patrimonio artistico e monumentale che lo contraddistingue nel mondo. Il Padiglione Italia di questa XIV Biennale, segna un preciso punto di riferimento cui scandali finanziari, vicende di corruzione, concussione e quant’altro rischiano seriamente di compromettere. Spente le luci veneziane, è sperabile non si spenga la coscienza di chi amministra il Paese.

Nella foto: Giò Ponti, Palazzo Montecatini - Milano