Cristiano Banti: pittore gentiluomo

Inaugurata la mostra montemurlese


DIPINTI — MONTEMURLO (Prato)- Personalità raffinata e dall’innegabile savoir faire, Cristiano Banti fu un esponente atipico della scapigliata corrente della macchia, che nella seconda metà dell’Ottocento sconvolse il compassato mondo dell’arte italiana proponendo una pittura di gusto realista, affrancata dagli stilemi ormai logori delle accademie. A lui, nato a Santa Croce sull’Arno ma a lungo residente a Montemurlo, a 190 anni dalla nascita e a 110 dalla scomparsa, il comune pratese rende omaggio con L’eleganza nell’arte. Cristiano Banti pittore macchiaiolo a Montemurlo, piccola ma raffinata mostra ospitata nella splendida cornice rinascimentale della Pieve di San Giovanni Decollato.

Cresciuto in una umile famiglia, era probabilmente figlio illegittimo della Marchesa Adelaide Vettori, e fu da questa sempre sostenuto, sia nel percorso di studi all’Istituto d’Arte di Siena, sia a livello economico, la nobildonna avendogli donato un palazzo a Firenze, in Piazza Indipendenza (allora detta di Barbano), la Villa del Barone a Montemurlo e numerosi poderi, oltre ad aver favorito il matrimonio del pittore con la facoltosa Leopolda Redi. Data la favorevole posizione economica, e sociale, anziché artista per necessità, Banti può essere considerato un gentiluomo di campagna con l’innato talento per la pittura, cui dette sfogo misurato senza cercare il consenso della platea. Pochissimi i quadri da lui venduti in vita, ancora meno le mostre cui partecipò. Una situazione anomala, nel panorama artistico italiano dell’epoca, al punto che, paradossalmente, come osservò Adriano Cecioni, forse per Banti questo benessere fu un ostacolo alla realizzazione di pitture anche più complesse e articolate. Ipotesi a parte, questa bella mostra, promossa dal Comune di Montemurlo e curata da Vincenzo Farinella dell’Università di Pisa, va oltre il concetto d’esposizione di tele pittoriche, per approfondire la figura umana di un artista schivo e discreto, che fu anche raffinato collezionista, nonché generoso mecenate di quei colleghi in difficoltà economica. A questo suo lato forse meno conosciuto, la mostra dedica la sezione d’apertura, che racchiude una piccola raccolta di importanti opere d’arte del secondo Ottocento toscano, fra le quali spiccano una Marina a Castiglioncello di Giovanni Boldini, la veduta di Odoardo Borrani Antiche mura di Firenze, il bozzetto per Le monachine, di Vincenzo Cabianca, il Barcaiolo sull’Arno di Lorenzo Gelati. Opere dei colleghi macchiaioli che Banti aveva acquistate per sostenere amici in difficoltà economiche, ma anche e soprattutto con il proposito di creare una sorta di archivio documentario del movimento macchiaiolo, attraverso le sue varie fasi. Un clima artistico cui Banti non fece mancare il suo contributo, sempre, però, estremamente critico verso sé stesso e ossessionato da quell’idea di perfezione estetica che trova conferma nei numerosi bozzetti e disegni preparatori che eseguì per ogni dipinto, che la seconda sezione della mostra affianca a taccuini e fotografie, in gran parte inediti, che fanno luce sull’immane lavoro di ricerca e rifinitura cui Banti instancabilmente si dedicava. Dai taccuini, in particolare, si può ricostruire quella ricerca stilistica che sta dietro alle composizioni del periodo storico, legato alle fonti quattro-cinquecentesche, come Bruni e Ghirlandaio. Nella fase macchiaiola, fu tra i primi a utilizzare lo specchio nero, grazie al quale la macchia risaltava sulla tela più spiccata e decisa. Particolarmente suggestivo, un nucleo di fotografie colorate a olio, in qualità di studi per il quadro finale, o di mezzo d’indagine per successivi ritratti di figure umane, ad esempio la figlia Alaide. Fotografie che riportano all’occhio del pubblico di oggi, quegli che erano gli interni fastosi della Villa del Barone, o i paesaggi ancora incontaminati della campagna di Montemurlo.

banti_madre

La mostra si chiude con una significativa scelta di opere di Banti, il quale conobbe una prima fase legata al Romanticismo storico, di cui la fulva Castellana avvolta in una raffinata veste di prezioso broccato, dà l’esempio migliore del tocco garbato di Banti che esprime classica nobiltà. Nobiltà che l’artista mantiene anche nel passaggio allo stile della macchia, e che affianca a una certa qual aura scapigliata di gusto impressionista, a proposito del quale si ravvisa l’influenza di Jules Breton. Nelle sue tavole, Banti si concentra sulle figure, lasciando al paesaggio un ruolo complementare, e nascono figure del popolo colte in momenti di intima tranquillità; passeggiate, conversazioni, momenti di riposo. Da esse scaturisce una lirica tenerezza, sensibile alla bellezza del paesaggio campestre toscano, dove si ritrovano ritmi di vita posati, affetti sinceri, e una simbiosi con la natura.

Esemplare quell’Alaide in giardino (del quale si può ammirare anche la fotografia che lo ha ispirato), sublime sintesi della macchia con quel gusto classicheggiante di cui sopra, cui si affiancano per intensità La madre, Prime conversazioni e La passeggiata. All’epoca, per questa sua eleganza stilistica, Adriano Cecioni lo definì “primo pittore d’Italia”. Definizione fondata, poiché Banti si fa portavoce di un Ottocento gentile e autentico, mai banale né retorico, sempre ammantato di discreta eleganza, e parte di un sentire culturale di respiro europeo nel quale rientrano, ad esempio, le sinfonie di Liszt, la filosofia di Kant, e i romanzi di Stendhal.

Un breve “a parte” merita la sede della mostra, quella Pieve di San Giovanni Decollato risalente al 1100, ampliata nel Rinascimento, e modificata nei secoli successivi, che conserva capolavori di Rosselli, Stradano e Granacci. Ospitarvi la mostra, significa rendere le opere di Banti ancora più vicine al territorio, e inserirle all’interno di una politica culturale di ampio respiro capace di promuovere le bellezze storico-artistiche montemurlesi. La mostra è visitabile fino al 4 maggio 2014.

di Niccolò Lucarelli

Redazione Nove da Firenze