Morto in cantiere in Svizzera Pietro Mirabelli, alfiere dei diritti del lavoro

Il lavoratore delle gallerie era stato rappresentante sindacale nei cantieri dell'Alta Velocità in Mugello


TAV — La morte di Pietro Mirabelli è avvenuta la notte scorsa in un incidente sul lavoro, in una galleria in Svizzera. Un masso si è staccato dal fronte di scavo e gli ha provocato ferite mortali. Chi si è occupato dei tanti problemi che il progetto TAV ha provocato in Italia non può non aver conosciuto Pietro Mirabelli: in origine minatore - figlio d'arte si definiva - famiglia di minatori, arrivava da un paese della Calabria, Pagliarelle, dove l'unica speranza di sopravvivenza era l'emigrazione. Praticamente tutti in paese erano minatori, poi lavoratori nella realizzazione di gallerie che nascevano dall'ipertrofia delle grandi opere sotterranee in Italia.

Il Comitato contro il sottoattraversamento AV di Firenze espre tutto il dolore alla notizia: "Molti lo hanno conosciuto come RSL (responsabile della sicurezza sul lavoro), funzione che aveva svolto con grande competenza, ma soprattutto serietà e passione tali che lo avevano portato a denunciare le anomalie che si verificavano nei cantieri dell'alta velocità in Mugello: i turni massacranti cui erano sottoposti i lavoratori, le squadre di lavoro anomalamente ridotte, la condizione di esclusione, segregazione cui erano sottoposti questi lavoratori lanciati in un tessuto sociale che non li sapeva nemmeno riconoscere; il tutto, troppo volte, nell'ndifferenza del sindacato. Pietro ha raccontato, con la propria esperienza e con la testimonianza vivente dei suoi colleghi, come lo scandalo dell'enorme quantità di risorse economiche prelevate dai costruttori delle linee TAV sia andato tutta nel susseguirsi di appalti e subappalti, nello spreco di risorse e materiali, facendo ricadere sugli ultimi – i minatori della TAV – tutti i costi più amari e dannosi di un progetto anomalo. Chi ha conosciuto Pietro sa della lotta difficile di questo lavoratore coraggioso che ha saputo rapportarsi con chi denunciava l'assurdità delle grandi opere; è stato davvero profetico nel proporre un circolo virtuoso in cui lotta per il lavoro, difesa dell'ambiente, difesa delle condizioni di vita devono essere esempio per questa Italia devastata dalla crisi economica e dalla speculazione del cemento. E' con profonda commozione che le persone del Comitato salutano un uomo che non potranno dimenticare. Agli amministratori potremmo suggerire di dedicare una via a Pietro Mirabelli, lavoratore delle gallerie, le cui azioni hanno suggerito a tutti un mondo migliore".

Una spinta naturale e irresistibile alla giustizia sociale, alla dignità della persona, ai diritti del lavoratore: questo e tanta calda umanità nel DNA di quest’uomo, Pietro Mirabelli, uomo intero, bandiera di un Sud che dopo 150 anni di cosiddetta unità d’Italia l’emigrazione ancora dissangua. Il 29 marzo 2001 "Pietro il minatore", delegato sindacale CGIL, volle scrivere al presidente della Repubblica Carlo Azeglio Ciampi il 29 marzo 2001, dal cantiere TAV del Carlone, una lettera aperta: “Le ho stretto la mano quando, un mese fa, è venuto a "festeggiare" nella galleria di Vaglia dell'Alta Velocità ferroviaria l'abbattimento di un diaframma. L'ho chiamata con rispetto, Le ho stretto la mano e Le ho sussurrato: "Ci salvi Lei, Presidente!". Ricorda? Mi ha guardato, ha avuto un moto di sorpresa forse: ero proprio io, quel rappresentante sindacale delegato alla sicurezza che Le aveva scritto poche ore prima per chiedere di poterLe parlare in occasione della sua visita. Avrei voluto raccontarLe i problemi che assillano ancora oggi la vita, e umiliano la dignità, di centinaia e centinaia di lavoratori aggiogati al ciclo continuo e a condizioni ambientali abbrutenti, qui nella civilissima Toscana, nelle viscere dell'Appennino, in mezzo all'acqua e al fumo, a mille chilometri da casa. Ma la Prefettura di Firenze mi informò che quel giorno Lei avrebbe avuto troppo poco tempo. E che tuttavia avrei potuto scriverLe, certo che Ella mi avrebbe letto. Ecco dunque ciò che un delegato sindacale eletto dai minatori della TAV Le chiede con un ultimo (creda: ultimo) lumicino di speranza. Dopo che tutte le altre strade si sono mostrate sbarrate. E' un appello con le valigie in mano, signor Presidente. E' un appello a intervenire. A chi le scrive è rimasta solo la scelta di lasciare il proprio lavoro, la propria rappresentanza, le proprie speranze. Il proprio stesso Paese”. E così si chiudeva, quella lettera che non passò certo inosservata, dopo che anche il cardinale di Firenze mons. Silvano Piovanelli aveva perorato in una omelia pasquale nella cattedrale di Santa Maria del Fiore la causa dei moderni ultimi: “Le scrivo, Presidente, con un piede dentro e uno fuori da quel cantiere di Vaglia, in provincia di Firenze, in cui lavoro da due anni e che anche Lei ha visitato in un giorno molto, molto particolare. Non credo che potrò resistere a lungo nel clima di ostilità che si è costruito intorno a questa lotta giusta e condivisa. Temo proprio di dover gettare la spugna. Di dovermene andare. Oso aspettarmi da Lei, Presidente, una risposta a questo ultimo grido di speranza, che Le indirizzo prima di essere costretto a cercare lavoro e dignità all'estero. Dove spero di trovare quel rispetto, quella civiltà, che la nostra Repubblica non sta dimostrando di saper garantire né a chi ha voce per protestare né ai mille protagonisti muti della costruzione di questa opera "pubblica" insieme alla quale si stanno distruggendo in realtà le loro vite, la loro dignità, le loro speranze. Ma in fondo anche i diritti di tutti. Tutte le volte che ripasserò dalla Toscana, signor Presidente, mi farà male al cuore pensare che cosa c'è dietro l'immagine di questa regione, fino a ieri così positiva e progressiva, per tutti noi nel nostro povero Sud! Cosa c'è dietro questa mitica "terra delle libertà e dei diritti"! Se non interverrà Lei, chi si potrà dire che la sta vincendo questa battaglia, signor Presidente? Lo Stato o la Prepotenza? Il Diritto o la Sopraffazione?”.

Redazione Nove da Firenze