Suona la Martinella: la nuova resistenza di Firenze

Manifestazione domani al Memoriale delle deportazioni

Redazione Nove da Firenze
Redazione Nove da Firenze
18 Giugno 2026 23:15
Suona la Martinella: la nuova resistenza di Firenze

Firenze, 19 giugno 2026. Per chi cammina tra le strade di Gavinana, nel cuore del Quartiere 3, l'aria non sarà quella di un ordinario venerdì di giugno. In questo quadrante della città, dove l'architettura del Novecento si mescola a un'anima di borgo resistente, la geografia urbana sta per diventare il palcoscenico di uno scontro semantico profondo. Da una parte, la "Passeggiata identitaria" di Roberto Vannacci e del movimento Futuro Nazionale, che ha scelto questo territorio per lanciare un segnale muscolare chiedendo esplicitamente lo sgombero del CPA Firenze Sud. Dall’altra, la mobilitazione civile di Aned, Anpi, Arci e Cgil. Non è solo una contrapposizione di piazza; è un conflitto tra due visioni dell'Italia, una battaglia sul controllo del territorio e, soprattutto, sul controllo del linguaggio con cui definiamo i valori della convivenza.

Il titolo scelto per il presidio democratico, "Suona la Martinella, Firenze si ribella", recupera un’antropologia politica che in questa città non è mai sbiadita. La Martinella è la campana che nell’agosto del 1944 chiamò i fiorentini all’insurrezione contro l’occupazione nazifascista. Richiamare quel suono nel 2026 non è un esercizio di nostalgia per reduci, ma un’operazione di ri-attivazione della memoria. Significa affermare che la democrazia non è una conquista statica, ma un processo che richiede manutenzione costante.

Nelle parole dei promotori, la presenza di certe retoriche in una città medaglia d'oro alla Resistenza rappresenta una frizione intollerabile: «Le posizioni sostenute da Vannacci sono incompatibili con i principi di uguaglianza, inclusione e pari dignità sanciti dalla Costituzione italiana. A Firenze non c’è spazio per chi professa razzismo e sessismo, per chi categorizza le persone in gruppi sulla base di caratteristiche come etnia, origine nazionale o orientamento sessuale, coltivando una visione divisiva della società».

Approfondimenti

La geografia della protesta non è accidentale. Scegliere come epicentro il Memoriale delle Deportazioni in viale Giannotti è un atto di semiotica politica. In un momento in cui la destra reazionaria tenta di occupare simbolicamente il quartiere, puntando l'obiettivo sul CPA Firenze Sud per imporre un'agenda strettamente securitaria, la risposta delle associazioni è quella di trasformare un luogo di "memoria passiva" in uno "scudo attivo".

Il Memoriale smette di essere un semplice archivio del dolore per parlare al presente. La strategia è chiara: la difesa della memoria democratica passa necessariamente per il contrasto all'indifferenza odierna. Non si commemora solo ciò che è stato, ma si reagisce a ciò che sta accadendo, impedendo che la retorica della discriminazione trovi terreno fertile proprio dove si conserva il monito contro le sue estreme conseguenze.

Il conflitto si sposta poi dal territorio fisico a quello del linguaggio. Il tentativo di derubricare il femminicidio a omicidio "ordinario" è uno dei pilastri della narrazione che i manifestanti intendono smontare. Anna Belli (Giovani Democratici) ha sottolineato come la negazione di questa categoria non sia un esercizio di equità, ma un tentativo di neutralizzare la realtà. I dati del Ministero dell'Interno relativi al 2025 non lasciano spazio a interpretazioni neutralizzanti:

  • 286 omicidi volontari totali registrati in Italia.
  • 97 vittime sono donne.
  • 85 di queste donne (l'87% del totale femminile) sono state uccise in ambito familiare o affettivo.
  • Secondo l’Osservatorio nazionale, nel 52% dei casi l’assassino era il partner, nel 21% l’ex partner.

Questi numeri dimostrano che non siamo di fronte a una violenza casuale, ma a un fenomeno sistemico. Equiparare queste morti a un omicidio comune significa ignorare volontariamente il movente di possesso e controllo patriarcale che le genera.

Il legame tra la protesta antifascista e la battaglia contro la violenza di genere risiede proprio qui: nel rifiuto di "togliere il nome alle cose". Come la Resistenza ha dato il nome di "libertà" a ciò che era oppresso, oggi l'analisi culturale impone di dare il nome di "femminicidio" a una specifica piaga sociale. È la distinzione fondamentale lasciata in eredità da Michela Murgia: «La parola femminicidio non indica il sesso della morta. Indica il motivo per cui è stata uccisa. Una donna uccisa durante una rapina non è un femminicidio. Sono femminicidi le donne uccise perché si rifiutavano di comportarsi secondo le aspettative che gli uomini hanno delle donne. Dire omicidio ci dice solo che qualcuno è morto. Dire femminicidio ci dice anche il perché».

Sminuire questo termine, come denunciato da Anna Belli, non rende le persone più uguali davanti alla legge; al contrario, le lascia più sole davanti alla violenza, privando le istituzioni e i centri antiviolenza degli strumenti culturali necessari alla prevenzione.

L'appuntamento del 19 giugno al Memoriale di Gavinana non è una semplice manifestazione di protesta, ma un invito alla partecipazione intellettuale. In una fase storica in cui il linguaggio viene spesso usato come strumento di anestesia collettiva per normalizzare l'intolleranza e la discriminazione, tornare a "suonare la Martinella" significa riappropriarsi del diritto di dissentire.

L’identità di una città come Firenze si gioca sulla capacità di non restare indifferenti di fronte a chi tenta di riscrivere la gerarchia dei diritti o di neutralizzare i conflitti sociali attraverso agende securitarie.

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