RSA Le Civette: ecco cosa non torna

Il mistero della "inidoneità strutturale" e il dramma dei 29 lavoratori. Un colpo al portafoglio delle famiglie

Redazione Nove da Firenze
Redazione Nove da Firenze
19 Settembre 2026 23:45
RSA Le Civette: ecco cosa non torna

Il complesso di San Salvi non è un luogo qualunque. È un polmone di memoria storica e verde urbano, un simbolo di come la città abbia saputo trasformare gli spazi del dolore in presidi di dignità e cura. Eppure, proprio qui, si sta consumando uno strappo che sa di fredda burocrazia. La notizia è arrivata nel silenzio di agosto 2026, veicolata dalla raggelante impersonalità di una PEC inviata dal Direttore Generale dell'ASL Toscana Centro: il 31 dicembre 2026 la RSA "Le Civette" chiuderà i battenti. Non si tratta solo di una scadenza di appalto, ma di una ferita inferta al tessuto sociale del Quartiere 2. Perché smantellare un servizio pubblico essenziale mentre la domanda di assistenza cresce vertiginosamente? È davvero la sicurezza l'unico motore di questa scelta, o dietro i tecnicismi si nasconde una volontà politica di disimpegno?

La motivazione ufficiale poggia su un pilastro apparentemente oggettivo: l’inidoneità strutturale. Secondo l’ASL, la Palazzina 10 non risponderebbe più ai requisiti normativi e i lavori necessari sarebbero così invasivi da "sventrare" l’edificio, rendendo impossibile la permanenza degli ospiti. Tuttavia, la cronologia dei fatti suggerisce una realtà ben più ambigua. Già nell’ottobre 2023 era stata chiusa un’ala della struttura con la promessa di un piano di adeguamento mai concretizzato. Ma il vero paradosso riguarda il centro diurno Alzheimer: chiuso nel 2023 perché dichiarato "non a norma", è stato riaperto dopo pochi mesi per ospitare la riabilitazione infantile con semplici interventi di manutenzione ordinaria.

I sindacati della CUB pongono domande che attendono ancora una risposta trasparente: "Cosa è successo in questi tre anni? Perché si vuole chiudere definitivamente l’RSA? Perché nei locali del Centro Diurno-Alzheimer chiuso nel 2023 in quanto non a norma, dopo pochi mesi è stata collocata la riabilitazione infantile dopo aver effettuato una manutenzione ordinaria?"

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Questa "inidoneità a intermittenza" getta un'ombra sulla reale natura della decisione: il cemento è davvero il problema, o è solo il paravento per un cambio di destinazione d'uso?

La chiusura non è un’equazione matematica, ma un dramma umano che coinvolge 29 lavoratori della cooperativa Proges. Per molti di loro, la professionalità non è un titolo su un foglio, ma il frutto di 10 o 20 anni di assistenza quotidiana agli anziani della città. Qui scatta il paradosso del sistema attuale: l’anzianità di servizio, che dovrebbe essere un valore, li rende "troppo costosi" per il mercato delle cooperative, dove spesso dominano logiche di massimo ribasso. Con gli scatti salariali maturati, questi operatori diventano meno appetibili per eventuali subentri, trasformando la loro dedizione decennale in un ostacolo alla ricollocazione. È il fallimento di un modello dove l’esperienza viene trattata come una passività di bilancio anziché come un patrimonio di cura.

Per i cittadini del Quartiere 2, zona caratterizzata da un’altissima densità di popolazione anziana, "Le Civette" rappresentano un argine contro la solitudine e l'impoverimento. La struttura vanta una delle quote sociali più basse della provincia di Firenze, un dettaglio non trascurabile in un’epoca di welfare sempre più elitario. Chiudere questa RSA significa produrre tre danni immediati e tangibili:

  • Perdita di posti pubblici: In una città con liste d'attesa infinite (sono ben 40 le persone attualmente in coda per un posto proprio alle Civette), eliminare letti pubblici è una scelta temeraria.
  • Aumento dei costi per le famiglie: Il trasferimento forzato verso strutture private o con rette non calmierate rappresenta uno shock economico insostenibile per molti nuclei familiari.
  • Sradicamento dal quartiere: Allontanare un anziano dal proprio contesto relazionale e territoriale significa accelerarne il declino cognitivo e affettivo, un costo sociale che non compare nei bilanci ASL.

Mentre i letti per gli anziani rischiano di sparire, emerge una nuova ipotesi per il futuro della Palazzina 10. Risulta che il 25 maggio 2026 una commissione consiliare abbia effettuato un sopralluogo per valutare l'insediamento di un servizio Continuità Ospedale Territorio. Si tratterebbe, nei fatti, di trasformare stanze di degenza in uffici amministrativi. La priorità sembra dunque spostarsi dalla cura diretta alla gestione burocratica dei flussi, confermando il timore che la funzione residenziale sia considerata un "peso" da dismettere a favore di funzioni puramente gestionali.

Le denunce arrivate in questi giorni descrivono un clima di incuria che ferisce la dignità degli ospiti. Con l'avvio di alcuni cantieri preliminari, sono stati segnalati lavori di foratura con detriti e polvere lasciati a terra a pochi metri dagli anziani. Addirittura, arredi e ausili fondamentali, come armadi e sollevatori per la movimentazione dei pazienti, sarebbero stati lasciati all'aperto, esposti alle intemperie per giorni.

Questa mancanza di attenzione non è una novità: già nell'ottobre 2023 l'ASL aveva promesso "trasferimenti personalizzati" che si sono poi rivelati traumatici per molti ospiti, incapaci di adattarsi a nuovi ambienti e volti. La storia sembra ripetersi, ignorando che anziani e lavoratori non sono pacchi che possono essere spostati da un posto all'altro in modo indolore. La continuità affettiva e la stabilità ambientale sono parte integrante della terapia, non accessori sacrificabili.

Se la struttura è davvero irrecuperabile, la soluzione non può essere lo smantellamento, ma l'individuazione di un'alternativa nello stesso quartiere che garantisca la permanenza di utenti e lavoratori. Firenze deve decidere quale volto mostrare: quello di una città che ottimizza gli spazi per la burocrazia o quello di una comunità che protegge i suoi cittadini più fragili.

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