ORT: Clerici e Leong per la prossima produzione

Primo concerto a Firenze giovedì 5 febbraio, a seguire repliche a Peccioli (6) e Figline (7)

Redazione Nove da Firenze
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02 Febbraio 2026 23:02
ORT: Clerici e Leong per la prossima produzione

Quando un’orchestra richiama un direttore e un solista a distanza di poco tempo, non è solo per il buon esito di un concerto. È perché, oltre alla musica, si è creata una qualità più rara: un’intesa fatta di ascolto reciproco, di responsabilità condivisa, di fiducia. È successo con Umberto Clerici e con Kerson Leong, ed è per questo che l’Orchestra della Toscana li ritrova ora insieme, in un programma interamente costruito su capolavori e su una complicità già collaudata. Le vie della musica, qui, diventano davvero vie dell’amicizia .

Umberto Clerici arriva alla direzione da un’esperienza lunga e concreta “dall’interno” dell’orchestra. Per oltre vent’anni violoncellista – primo strumento al Teatro Regio di Torino e alla Sydney Symphony Orchestra – ha maturato una conoscenza fisica del suono collettivo che oggi si riflette nel suo gesto di direttore: attento al respiro delle frasi, alla dinamica che nasce dal basso, al coinvolgimento reale dei musicisti. Dal debutto sul podio alla Sydney Opera House nel 2018, la sua carriera direttoriale ha avuto uno sviluppo rapido e internazionale; è attualmente direttore principale della Queensland Symphony Orchestra, incarico rinnovato fino al termine della stagione 2027, e collabora regolarmente con compagini in Australia, Nuova Zelanda ed Europa .

Con l’ORT, meno di due anni fa, aveva mostrato una lettura vivace e non convenzionale dell’Ottava sinfonia di Beethoven, confermando una qualità non scontata: saper concertare davvero “dall’interno” .

Kerson Leong, dal canto suo, è un violinista che coniuga naturalezza virtuosistica e forte senso del dialogo. Vincitore del Primo Premio al Concorso Yehudi Menuhin nel 2010, si è affermato giovanissimo sulle principali scene internazionali, collaborando con orchestre come la Royal Philharmonic, la Toronto Symphony e la Brussels Philharmonic. È stato scelto da Yannick Nézet-Séguin come artista in residenza dell’Orchestre Métropolitain e oggi è artista associato della Queen Elisabeth Music Chapel in Belgio, sotto la guida di Augustin Dumay.

Suona un prezioso Guarneri del Gesù ex Bohrer, Baumgartner, strumento che asseconda una ricerca timbrica personale, nutrita anche da un interesse non comune per la fisica del suono e la risonanza delle corde. Quando ha incontrato per la prima volta l’ORT, poco più di un anno fa, in un impegnativo Čajkovskij, si è imposto non solo come solista di classe, ma come “primo fra pari”, capace di riconoscere e valorizzare l’orchestra come comunità musicale.

Approfondimenti

Il programma mette in relazione due opere nate entrambe a Vienna, entrambe in re maggiore, ma lontane per età e prospettiva. Il Concerto per violino op. 61 di Ludwig van Beethoven, eseguito per la prima volta nel dicembre 1806, è una pagina che guarda oltre il virtuosismo brillante allora di moda. L’attacco affidato a cinque colpi di timpano, quasi un gesto interrogativo, apre un vasto respiro sinfonico in cui il violino entra non per dominare, ma per dialogare. La cantabilità nobile del solista, le zone d’ombra che affiorano sotto una superficie apparentemente serena, il Larghetto costruito come una meditazione per variazioni: tutto concorre a fare di questo concerto un punto di svolta, inizialmente frainteso e riscoperto solo decenni dopo da Mendelssohn e Joachim.

È una musica che chiede equilibrio, senso architettonico e capacità di ascolto reciproco: qualità che trovano un terreno ideale nell’incontro fra Leong e Clerici.

A completare il programma, la Sinfonia n. 3 in re maggiore D 200 di Franz Schubert, composta nel 1815, quando il compositore aveva appena diciott’anni. Qui il clima cambia: la serietà beethoveniana lascia spazio a una vitalità quasi teatrale, attraversata da echi rossiniani che all’epoca invadevano Vienna. Dopo un’introduzione lenta dal tono severo, l’Allegro con brio sprigiona un’energia luminosa; seguono un Allegretto dal passo di Lied, un Menuetto che ha già il piglio di uno scherzo e un finale “Presto vivace” che corre come una tarantella. È una musica che sorride, ma non è ingenua: dietro la leggerezza si intravede già una voce personale, capace di fondere tradizione e invenzione .

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