Le relazioni affettive secondo Marthaler

Fra teatro dell’assurdo e vaudeville, una disamina della distanza fra esseri umani. Calorosi applausi al teatro Fabbricone per King Size, uno spettacolo originale, comico e drammatico insieme.


PRATO - La discordanza delle relazioni sentimentali vista attraverso la fluidità delle note musicali, ricorrendo a una figura compositiva, l’enarmonia, che diviene metafora della doppiezza, del costante cambiamento dell’umano sentire, che si ripercuote appunto anche sulle relazioni affettive. È su questo presupposto che si muove l’interessante e originale King Size. Variazioni enarmoniche, che dopo il buon successo ottenuto al debutto al Festival dei 2Mondi di Spoleto lo scorso luglio, è stato applaudito anche al Teatro Fabbricone. Scritto dall’ensemble teatrale diretto da Christoph Marthaler, che ne ha curato la regia, lo spettacolo è incentrato su una recitazione completamente cantata, diretto omaggio al teatro canzone e al vaudeville di fine Ottocento, rivisitato però in chiave avanguardista che guarda in particolare al teatro dell’assurdo.

Protagonista della pièce, la coppia Tora Augestad e Michael von der Heide, che si ritrova in un’elegante camera in stile Art-Nouveau, declinata nei toni del blu e del verde marino, e decorata da pannellature a motivi floreali, che ricordano gli arabeschi di Henri Matisse; un’esplosione di colori che si affianca concettualmente alla grandezza del letto, (King Size, appunto, come già suggerisce il titolo). È il letto, infatti, il campo di piume della battaglia d’amore, per parafrasare il poeta e drammaturgo spagnolo Luis de Góngora y Argote. È qui che, almeno in teoria, si dovrebbe raggiungere la più profonda intimità di coppia, ma nell’idea del regista è proprio l’enarmonia a caratterizzare l’amore, almeno quello moderno.

Si assiste così a un dialogo che si sviluppa attraverso una serie di antichi lieder romantici, e canzoni d’amore contemporanee, che i due si scambiano, ma anche cantano in coro, accompagnati dal pianoforte di Bendix Dethleffsen, autore della colonna sonora che spazia da Schumann a John Dowland, da Mozart a Wagner, per includere anche le composizioni dei Kinks e dei Jackson Five.

L’uomo e la donna, pur condividendo lo stesso letto, non arrivano mai a toccarsi, o anche soltanto a sfiorarsi, semplicemente si parlano d’amore attraverso le parole delle canzoni, che però rimandano a stereotipi e convenzioni ormai logori. L’idillio romantico è morto, sembra suggerire Marthaler, ricorrendo al teatro dell’assurdo per rafforzare l’idea di una società contemporanea che si sta sfaldando; attorno alla coppia, infatti, prendono vita strani siparietti sottilmente inquietanti, per iniziativa di una misteriosa donna in blu (Nikola Weisse), che ora mangia spaghetti traendoli dalla borsa, ora declama sconclusionate frasi in un linguaggio che parodizza quello - di slogan e frasi fatte -, della caotica società dei consumi, conformato ai ritmi del mercato, e divenuto strumento totalitario della nostra epoca, assuefatta alla suggestione della parola e lontana dal suo significato. Un linguaggio mutuato appunto da Ionesco.

Intanto, la strana coppia entra ed esce dalla camera, si cambia d’abito, si esibisce in appassionati canti, alle cui immagini bucoliche e liete, suggerite dalle parole dei testi, non corrisponde l’atteggiamento degli individui, a significare un’alienazione dalla serenità tipica dell’uomo moderno. È in questo frangente che la misteriosa donna in blu, interviene con una fra lapidaria: “Un tempo… E adesso! Com’è difficile capirci qualcosa”. Fugace riferimento alla dissoluzione delle relazioni, allo spaesamento dell’uomo verso sé stesso. È lei, la donna in blu, la coscienza critica dello spettacolo, quasi una sorta di cantatrice calva, simbolo di una condizione alienata, sofferente, solitaria, confermata dal verso di una canzone che di lì a poco la coppia canta con fervore e sentimento: “Difficile amarsi, il tempo per i sogni era troppo poco”.

Uno spettacolo d’avanguardia vicino al surrealismo e al simbolismo, che lascia intendere abissi di oscurità, sull’esempio delle tele di Max Klinger, cui però si affianca la cromaticità quasi allegra della camera, declinata in un “blu Matisse”, diretto richiamo ai suoi nudi stilizzati eseguiti con la tecnica delle figurine da incollare sulla tela. Figurine apparentabili ai non-personaggi di Marthaler, intercambiabili nella loro vuotezza, senza che nessuno si accorga dello scambio; e pari indifferenza si dimostrano reciprocamente, quando la luce si spenge nella grande camera, cogliendoli entrambi a letto, ma ai lati opposti, ben lontani dal condividere la nottata.

E dietro quel buio finale, s’intuiscono frustrazioni capaci di annullare un’intera esistenza.

Niccolò Lucarelli