L'arte contemporanea in Iraq

Al Kunsthistorisches Institut, la lectio magistralis della Dottoressa Silvia Naef


FIRENZE- L’ultima Biennale d’Arte che si è tenuta a Venezia nel 2013 ha mostrati interessanti segni di vitalità artistica dall’area mediorientale, e fra i padiglioni più interessanti si collocava quello della Repubblica Irachena, un Paese che, a prima vista, evoca purtroppo lo spettro di una guerra civile inter-religiosa a sfondo politico, che non sembra trovare la via della pace. Eppure, l’Iraq ha conosciute, e sta conoscendo, fasi artistiche molto interessanti, capaci di guardare da una parte alla tradizione ottomana, come all’avanguardia europea e alle istanze sociali contemporanee.

Seppur a lungo isolata dal contesto internazionale a causa della dittatura prima, e degli effetti dell’embargo economico poi, l’Iraq ha sviluppata una sua scuola artistica contemporanea a partire sin dalla seconda metà del Novecento, con l’istituzione dell’Accademia di Belle Arti di Baghdad,

In quegli anni, fra il colpo di Stato del ’58 contro la dinastia Hascemita e il colpo di Stato del ’68 operato dal partito Baath, l’Iraq visse un decennio di discreta stabilità interna, nonché soddisfacenti rapporti con il mondo occidentale, pur appartenendo al blocco dei Paesi non allineati. Il laicismo cui faceva riferimento l’ordinamento statale permise la formazione di una società lontana dalle ipocrisie e le chiusure di altre nazioni arabe, un clima che ebbe benefici effetti anche sulla scena artistica.

L’Accademia divenne un luogo di dialogo e incontro per gli artisti iracheni, i quali dettero vita a ben tre gruppi distinti: il Gruppo dei Pionieri, guidato da Fa’iq Hasan, il Gruppo di Baghdad per l’Arte Moderna, guidato da Jawad Salim, e il Gruppo degli Impressionisti, guidato da Hafiz al-Durubi. Se quest’ultimo si rifaceva chiaramente a stilemi dell’arte europea della fine dell’Ottocento, i Pionieri guardavano allo stile ottocentesco della pittura ottomana.

Come spiega Silvia Naef docente di Studi Arabi all’Università di Ginevra, i propugnatori del rinnovamento dell’arte irachena, che facevano capo al Gruppo di Baghdad, volendo creare un’arte che riscoprisse l’identità nazionale, facevano riferimento, quale fonte d’ispirazione, non tanto all’Islam, quanto al cosiddetto background storico, con particolare attenzione alle radici della civiltà mesopotamica. L’Islam appare sullo sfondo - quale elemento accessorio della quotidianità -, sottoforma, ad esempio, delle lunghe vesti nere femminili. Ma non è una presenza ingombrante, lo dimostra il fatto che l’arte irachena è strettamente figurativa.

Vari i generi e gli stili frequentati dagli artisti iracheni del periodo, dalla natura morta - come dimostra la tela di Asim Hafiz, del ‘57, che richiama l’ultimo periodo fiammingo -, ai paesaggi d’ispirazione ottomana di Muhammad Salih, e alla vita quotidiana rivisitata in chiave cubista da Jawad Jalim (cfr. Bambini che giocano, tela del ‘53).

A partire dal 1968, a seguito dei cambiamenti istituzionali occorsi nel Paese, il mondo dell’arte conobbe una certa intromissione da parte della politica, la quale promosse la fondazione di svariati centri di cultura, in patria e all’estero, dettando però al contempo un nuovo indirizzo artistico, quello del “realismo nazionalista”, velatamente legato all’ideologia socialista cui si rifaceva il Baath. L’arte doveva essere il puntello della “questione araba”, e pertanto essere immediatamente leggibile da tutti; per questa ragione, l’astrattismo è poco gradito, anche se nel 1975, Shakir Hasan al Said realizza Muhammad, una tela d’ispirazione cubista, (fase analitica), che vira nell’astrattismo più puro. Una provocazione, non legata alla figura del Profeta, anche perché Muhammad è un nome molto diffuso nelle società arabe. Suggestiva Shouting, di Dia Azzawi, un riferimento stilistico all’Urlo di Munch, declinato però in chiave mesopotamica.

Con l’avanzare degli anni Ottanta, e lo sprofondare del Paese nel pantano della guerra contro l’Iran, l’arte irachena subisce sempre più il controllo della politica, per divenire un semplice strumento di propaganda. Solo sul finire degli anni Novanta la vita artistica troverà nuova linfa.

Ma questi scenari, per quanto affascinanti, erano quasi del tutto sconosciuti in Occidente, un po’ per le difficoltà di comunicazione con un Paese l’Iraq, che negli anni Cinquanta appariva ancora remoto, un po’ per l’isolamento cui, dal ‘79, la dittatura di Saddam Hussein lo aveva condannato.

L’arte irachena si affaccia per la prima volta in Europa, in un contesto semi-ufficiale, fra giugno e luglio 2000, nella sede del IX Municipio di Parigi. Una mostra che passò quasi inosservata, ma che in Francia ebbe una forte valenza politica, considerando la contrarietà dell’Eliseo al pesante embargo imposto all’Iraq, e la mostra, la prima in Occidente, rivestì il carattere di aperta polemica con le scelte dettate da Washington. L’atteggiamento non allineato della Francia si ripeterà tre anni più tardi, all’indomani dell’inizio della Seconda Guerra del Golfo, che porterà alla destituzione di Saddam Hussein; ancora a Parigi, alla Galerie M, si tenne Baghdad Renaissance, che mostrò all’Occidente una scena artistica sorprendentemente viva, alle prese con la democrazia che sulla carta era finalmente giunta anche sulle rive del Tigri e dell’Eufrate. Di questa mostra, ancora si ricorda l’enorme composizione a più mani Painting of Liberty, il cui grande formato ricorda concettualmente Guernica di Picasso. La realtà della guerra, la precarietà della vita quotidiana minacciata dal terrorismo di matrice islamica, la voglia di normalità, sono le tematiche dalle quali gli artisti iracheni contemporanei non possono prescindere, indipendentemente dallo stile cui si rifanno. L’arte è ormai strettamente legata alla politica, una politica dalla coscienza civile, quella degli intellettuali e artisti engagés. L’avventura parigina dell’arte irachena ebbe seguito fra il 2005 e il 2006, con Baghdad-Paris, una collettiva ospitata nella prestigiosa sede del Musée du Montparnasse. Vi parteciparono 42 artisti, per una retrospettiva dell’ultimo mezzo secolo di arte del Paese, dai Pionieri alle nuove tendenze.

Fondamentale anche It is What It Is: Conversations about Iraq, la colelttiva che si è tenuta a New York nel 2009, che ha riportato il Paese all’attenzione della critica d’arte mondiale. La realtà della guerra civile era il campo in cui si cimentarono gli artisti, e colpì in particolare la carcassa di un’auto distrutta da una bomba, esplosa a Baghdad nel 2007, a causa di un attentato.

L’arte irachena di questi anni è la voce fedele del dramma del Paese, è un ideale laboratorio d’idee e luogo d’incontro per costruire la società del futuro, fondata sulla democrazia e la pace. Un’arte politica, che si concentra più sulle tematiche che sugli stili. Lo si è visto in modo particolare alla Biennale 2013, dove Welcome to Iraq, la collettiva del padiglione iracheno, dove Bassim Al-Shaker, lontano dall‘avanguardismo di alcuni suoi colleghi, rappresenta le paludi del sud (nella foto), lungo lo Shatt-al-arab, ritornate al loro stato originario dopo le devastazioni della guerra con l’Iran; tele che stilisticamente ricordano ancora una volta il paesaggismo ottomano, ma che sono però gravide di considerazioni fra passato e presente, quasi un appello a non distruggere ancora una volta la bellezza naturale del Paese.

In un Iraq ancora segnato dalla guerra civile, l’arte rappresenta quotidianamente una ragione di speranza in un futuro migliore, in una pace religiosa fra Sunniti e Sciiti, in una composizione dei conflitti tribali.