Rubrica — Editoria Toscana

“La poesia di Mario Luzi ha influenzato la mia tv”

Omaggio alla cultura fiorentina da Domenico Iannacone, che torna in TV con quattro nuove puntate di ‘Che ci faccio qui’, da lunedì alle 23:15. Su Raitre l’informazione si fa letteratura


VIDEO — Ci sono programmi che restano nella storia per la crudezza delle immagini, per la loro sfrontatezza, il voyeurismo spietato che impressiona il pubblico, a partire dal loro bulbo oculare. Altri che fanno informazione sulla pelle dei protagonisti, deprivandoli della loro umanità. Ci sono interviste che rubano letteralmente l’anima delle persone, la loro l’identità, per assimilarla a dei prototipi, a dei modelli precostituiti, funzionali al racconto mediatico, o peggio a un genere tv. Altre ancora, col loro montaggio serrato, omologano l’umanità in tipi e tipologie, schiacciano i tempi in sequenze di un format unico, un modello convenzionale che pesca ascolti e audience. ‘Che ci faccio qui’ no.

Il programma di Domenico Iannacone, in assoluta controtendenza a ciò che passa il convento televisivo, indica una via, un sentiero nuovo che non è fatto di scoop da impilarsi l’uno sull’altro, già pronti ad essere dimenticati. ‘Che ci faccio qui’, che riparte lunedì sera su Raitre alle 23:15, scava nell’anima dei personaggi che il giornalista incontra, e anche in quella di chi guarda e ascolta. Soprattutto ascolta, perché, per citare un noto regista romano, le parole sono importanti. Ma partiamo dall’inizio.

In una chiacchierata telefonica, in cui ha parlato del suo lavoro e delle prossime puntate del programma, abbiamo chiesto a Domenico Iannacone del suo rapporto con la poesia e con un poeta in particolare: il fiorentino Mario Luzi.

“Il mio incontro con Luzi arriva da lontano. A 18 anni scrivevo poesie, e ne inviai alcune alla poetessa Amelia Rosselli, figlia di Carlo Rosselli ucciso in Francia dai fascisti, che mi invitò a Roma e mi fece conoscere alcuni tra i più importanti intellettuali del Novecento come Attilio Bertolucci, Raboni, Sanguineti, Zeichen. Tra loro ho incontrato Mario Luzi, che mi colpì subito per il carattere schivo, riservato. Amo le sue poesie, proprio perché sono schive e riservate come lui, non facili ad una prima lettura, sono opere complesse e, al contempo, complete. La sua visione del mondo mi ha molto influenzato, ha influenzato il mio modo di fare televisione. La sua metrica, il suono dei suoi versi mi hanno regalato un nuovo registro espressivo. Il suo essere osservatore, facendosi da parte, mi ha insegnato il rispetto, l’attenzione per l’altro. Dal poeta che ci offre un punto di vista sul mondo senza calpestarlo, ho imparato a non invadere gli spazi, a non eccedere nel commento”.

In un’intervista hai dichiarato di rileggere spesso le sue poesie, e che in particolare ti è cara “Vola alta parola”

“Sì, si può dire che ‘Vola alta la parola’ è il manifesto della mia tv.

Vola alta, parola, cresci in profondità,

tocca nadir e zenith della tua significazione,

giacché talvolta lo puoi – sogno che la cosa esclami

nel buio della mente

però non separarti

da me, non arrivare,

ti prego, a quel celestiale appuntamento

da sola, senza il caldo di me

o almeno il mio ricordo sii

luce, non disabitata trasparenza…

La cosa e la sua anima? O la mia e la sua sofferenza?

[Mario Luzi, da Per il battesimo dei nostri frammenti, Garzanti, 1985]

Ecco, da essa ho imparato a misurare i vocaboli, usare solo quelli necessari, per esaltarne il significato o, per dirla con Luzi, la significazione. Ho imparato ad esprimere un concetto in profondità grazie alla densità della parola, che restituisce veridicità alle cose di cui si parla. La spettacolarizzazione della cronaca, e l’affabulazione che fagocita l’intervistato, disanimano il vocabolo, cancellano il mondo di cui si parla nel momento stesso in cui ne parliamo: il fatto si perde, svanisce tra i discorsi vuoti, e si dimentica anche la ragione, il motivo del parlarne. L'idea di raccontare lo stesso fatto in maniera ossessiva fa perdere identità al fatto stesso. È come se non si raccontasse più nulla, e al telespettatore non resta nulla. Luzi dice: “La parola cerca di riprendere il suo potere di forza dinamica, di parola appunto come elemento di vita […]. Non c’è distanza, l’evento è nel testo che si scrive, è nella parola che viene impiegata, che cerca se stessa, che cerca le ragioni della sua presenza; questo porta all’interrogazione». Da lui ho mutuato la poetica del racconto, perché sentivo il bisogno di recuperare la densità di ciò che accade. La scansione metrica, la punteggiatura, sono elementi confluiti nella mia narrazione televisiva”.

In tv tutto è immagine, mentre la poesia mostra ciò che non è visibile ad occhio nudo. Secondo te, anche in tv è possibile andare aldilà di ciò che vediamo?

“Nella poesia si cerca l’assoluto, il senso di quello che ci circonda, ciò che non può essere espresso nell’apparenza ma bisogna cogliere nel profondo. Ecco, tutto ciò può essere soltanto percepito, e per comprenderlo a pieno, bisogna fermarsi, fare una pausa, come in poesia. Il rumore confonde e mistifica la realtà, l’osservatore è necessariamente muto. Quando incontro gli ‘invisibili’, coloro che non hanno voce, do spazio al loro racconto, faccio decantare le frasi, lasciando i miei silenzi a fare da contrappunto al loro dolore. Loro me lo affidano, ed io lo custodisco, non lasciandolo scivolare in un flusso informe di parole, ma sublimandolo col silenzio, accudendo i loro silenzi con i miei. Non userò mai il gelato (il microfono) come una pistola! Invece di ‘stringere i tempi’ li dilato, e li espando oltre la narrazione, oltre lo schermo. La pausa poetica mi permette di esprimermi mantenendo inalterato il racconto, lasciando il tempo alle cose di emergere senza manipolarle. Il silenzio preserva intatti luoghi e persone, li lascia incontaminati. È una sorta di maieutica della narrazione, un resoconto dialogico, dove il fuoricampo è il vero teatro dell’azione. L’empatia con l’interlocutore è fondamentale, necessario è il rispetto della sua sfera intima senza ricorrere alla spettacolarizzazione della sua fragilità”.

Mi soffermo ancora su Mario Luzi, perché il poeta ha vissuto a Palermo negli anni ‘90, e ha trasformato in poesia lomicidio di Don Pino Puglisi. “Il fiore del dolore” è il testo andato in scena al Teatro Biondo nel 2003 e poi ripreso al Bellini nel febbraio 2013, subito prima della beatificazione del parroco di Brancaccio. Questi versi vengono pronunciati da Sua Eminenza:

Guardiamo nel panorama umano che prodigiosa simmetria:/
dove è più nero labominio sorgere lastro più radioso/
il genio e la energia della testimonianza/
prorompere dal più reietto stato dellumanità perseguitata:/
tutto questo abbiamo visto nellepoca dei mostri:/
i Kolbe, i don Milani, ed ecco il nostro padre Giuseppe/
morto ammazzato nella sua irresistibile passione”.

Nei luoghi e nei momenti più bui, sembra dirci Luzi, Dio ci manda uomini straordinari, che con il loro sacrificio ci indicano la via. Tu hai incontrato uomini straordinari nelle periferie dove hai girato?

“Tutti gli uomini nascono unici e straordinari, ma il contesto in cui crescono fa la differenza. Per restare puri, incontaminati, in periferia si fa più fatica, è una lotta impari contro un mostro che ti avvolge e ti stritola. Chi ce la fa, però, chi si risolleva da terra, chi riemerge dagli inferi della strada, non può che essere straordinario, avere una forza interiore che si contrappone alla morte: quando un criminale cessa di delinquere e si affranca dal male, è la vita che vince. Quando sei immerso nello sporco, non hai prospettive, devi cercare una luce dentro di te per riemergere. Un ruolo fondamentale nel riappropriarsi del sé, della propria identità, lo gioca ancora una volta la parola, a partire dal nome. Davide Cerullo, che incontro nella prima puntata su Scampia e che discende da una famiglia di malavitosi, mi racconta che non aveva nome. Davide era conosciuto e veniva chiamato infatti da tutti col soprannome: Ciaocream. Quando è finito in carcere è entrato in contatto con i libri, primo tra tutti la Bibbia, e lì, all’interno del libro sacro, ha ritrovato il suo nome: Davide. Quelle lettere, la suggestione del loro suono, la loro pronuncia muta dentro a una cella e nel freddo del suo cuore, hanno evocato l’uomo, la sua anima, gli hanno restituito ciò che il mondo gli aveva tolto: l’identità. Riappropriarsi del nome e della parola è stato il primo passo verso la consapevolezza, una forza reagente che ha determinato il suo riscatto. Erri De Luca lo ha definito un tizzone nero salvato dal fuoco: è il fuoco della cultura, della conoscenza. Davide Cerullo adesso è uno scrittore, e racconta da dentro la sua storia, senza lasciarla mediare e distorcere dalla parola degli altri. È questo che io voglio fare: una narrazione dall’interno, dare voce ai protagonisti senza contaminare il loro mondo col mio. Pasolini non estrapolava frammenti dal contesto, deprivando la persona della sua umanità, s’immergeva lui nel mondo di cui parlava, in una dimensione osmotica densa e pregna di significato, senza la cui vibrazione la parola non vola.

Anche a San Basilio ho un incontro straordinario, con un altro Davide, che mi racconta del suo incidente in moto, in cui sente l’anima staccarsi dal corpo, e un angelo avvicinarglisi piano, come Bruno Ganz ne ‘Il cielo sopra Berlino’. In questi anni, in tanti mi hanno raccontato l’esperienza post mortem, eppure la più poetica è stata proprio quella di Davide”.

In tutte le città esistono le periferie, ma in quelle più grandi, sembrano fagocitare l’intero tessuto urbano: l’hinterland di Napoli fa dimenticare Napoli stessa, con luoghi come Scampia che diventano più famosi del centro a cui appartengono. Le periferie secondo te sono legate alle rispettive città, sono in comunicazione con esse o vivono in un mondo a sé, con più affinità con le periferie delle altre città, se non addirittura in una sorta di omologazione di tutte le periferie del mondo?

“Sì, stiamo assistendo ad una globalizzazione delle periferie, che non sono più legate alla città di appartenenza, talvolta nemmeno alla nazione. L’immaginario dei ragazzi, plasmato dalle fiction, rende gli abitanti di Scampia simili a quelli di San Basilio, più di quanto i giovani di quest’ultima periferia romana, lo siano rispetto ai loro coetanei del centro. I ragazzi che ho incontrato mi dicono: “Io in centro non vado mai, manco ho mai visto il Colosseo o San Pietro”. Un altro mi ha detto: “Io non sto né per la Roma né per la Lazio”, perdendo così anche quella romanità popolare, che era essenza primitiva, se vogliamo, ma pur sempre motivo di coesione. I riferimenti culturali di questi ragazzi sono Romanzo Criminale o Gomorra. Ecco, Gomorra ad esempio ha donato un allure a Scampia, un alone negativo ma pur sempre un fascino che adesso, cessate le riprese, finita la fiction, ha rigettato il quartiere nella tenebra: spenti i riflettori non è rimasto niente, e gli abitanti tornano ad essere inghiottiti da un calderone che corrode l’umanità, da un cratere più pericoloso del Vesuvio, da cui non è impossibile riemergere, come in un grande girone infernale. Scampia oggi sembra una stazione, con orde di sottoproletariato anonimo, non censito, in attesa di partire, di andarsene non si sa dove, o in attesa di una casa, un alloggio che dia radici: un popolo senza nome, senza più parole”.

“La gente è il posto dove vive - scrive Steinbeck in Furore - e la gente non è più intera se l’ammucchi in una macchina e la mandi da sola chi sa dove”. A raccontare la precarietà, e dare un senso alla provvisorietà umana, torna dal 2 dicembre su Rai3 in seconda serata Domenico Iannacone. Con quattro puntate speciali di Che ci faccio qui, il giornalista e scrittore ci porterà nel cuore di due periferie-simbolo del nostro Paese: Scampia a Napoli e San Basilio a Roma.

Editoria Toscana — rubrica a cura di Elena Novelli

Elena Novelli

Elena Novelli — Laureata in Lettere all'Università di Firenze, vive a Roma, Dopo 20 anni di lavoro per un importante network tv, ha deciso di dedicarsi ai figli e a scrivere. E' l'autrice di "Le imprevedibili conseguenze del consumismo "

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