Rubrica — Mostre

Jacques Lipchitz, scultore dell'anima contemporanea

Jacques Lipchitz - Senza titolo (1915)

Le sculture e i disegni dell'artista lituano, in una doppia mostra fra Prato e Firenze. Fino al 3 maggio 2015 al Gabinetto Disegni e Stampe degli Uffizi, e al Museo di Palazzo Pretorio di Prato. Tutte le informazioni, ai siti www.polomuseale.firenze.it e www.palazzopretorio.prato.it.


PRATO - Un percorso artistico che dall’avanguardia cubista si spinge fino al secondo Novecento, indagando l’evolversi di una società in crisi, un disagio cui dare forma attraverso la scultura. Il lituano Jacques Lipchitz (1891-1973), in quella che si può definire una ricerca psicoantropologica, si spinge nelle pieghe più arcaica dell’interiorità dell’uomo, estrapolando dal gesso e dal bronzo quell’angoscia esistenziale che lo affligge nel corso del “Secolo breve”, quello della violenza su larga scala, della solitudine, dell’indifferenza. Volti serrati, braccia tese, occhi sbarrati, sono la cifra di una scultura che, dal Cubismo al realismo informale, compie un’analisi estetica e concettuale della psiche umana.

Le tre donazioni di opere di Jacques Lipchitz al Gabinetto Disegni e Stampe degli Uffizi, alla Staatliche Graphische Sammlung di Monaco e al Museo di Palazzo Pretorio di Prato, sono occasione per una mostra di ampio respiro e carattere europeo, che unisce idealmente le tre sedi museali e la collezione delle opere dell’artista lituano; chiusasi il 7 dicembre scorso la mostra in terra tedesca, i riflettori si accendono in Toscana, nella doppia sede di Firenze e Prato, con Jacques Lipchitz a Monaco, Firenze e Prato. Disegni per sculture 1910-1972; le opere visibili nelle due sedi coprono l’arco cronologico compreso fra il 1910-1912 circa e gli esordi degli anni Settanta, corrispondente all’intera attività dello scultore, svoltasi in un periodo storico fortemente segnato dai due conflitti mondiali e dalle nuove aperture degli anni Sessanta. Nel capoluogo, il Gabinetto Disegni e Stampe ospita le 62 opere grafiche recentemente donate dalla Fondazione Lipchitz, mentre a Prato, Palazzo Pretorio ospita una replica dell’esposizione del 2013, quando furono mostrati al pubblico i disegni e le sculture provenienti dalla medesima donazione, e oggi parte della collezione civica permanente.

Il Museo Civico pratese ha colta l’occasione di inserirsi nel progetto Lipchitz - pur presentando opere già esposte appena due anni fa -, dimostrando sia lo sforzo di mantenere vivo un complesso culturale non ancora completamente decollato, sia quello di dare vitalità a una stagione artistica povera d’idee e novità, ferma nell’ormai biblica attesa della riapertura del Centro Pecci.

Il rapporto fra Lipchitz e Prato prende le mosse dal lontano 1974, quando, in occasione dell’inaugurazione della Forma squadrata con taglio di Henry Moore - del quale era molto amico -, la signora Yulla, da poco vedova dell’artista lituano, espresse la volontà di donare alla città i 43 disegni e i 21 gessi presenti oggi al Civico, dove sono arrivati nel 2013. Con l’occasione, sono stati dontai anche 23 disegni e 8 acqueforti al Gabinetto degli Uffizi.

Fra i maggiori esponenti della scultura cubista, Lipchitz, nato in Lituania, si forma a Parigi, a partire dal 1909, allievo prima dell'École des Beaux-Arts e successivamente dell'Académie Julian dove inizia la sua attività di scultore realista. Ma in quegli anni, la capitale francese era il faro d’Europa in fatto di avanguardie artistiche, e nella zona di Montamrtre era facile incontrare Picasso, Braque, Modigliani, Juan Gris, intenti a sperimentare un linguaggio artistico che recuperasse la cultura arcaica dell’uomo (e in questo senso si ispirarono molto all’arte tirbale africana), e che ridefinisse anche il concetto di forma; l’analisi e la sintesi divingono i metodi d’uso dell’avanguardia cubista, e Lipchitz, al pari di Modigliani, li impiega nel plasmare una profonda indagine concettuale del mistero dell’uomo, a partire dalle sue radici arcaiche. Lo si evince dalla Scena mitologica, bassorilievo in gesso del 1911 in mostra a Prato; in particolare, la muscolatura della figura al centro si rifà a modelli dell’antichità greca, mentre le figure ai lati rimandano a Picasso. E ancora, Arlecchino con mandolino (1920) e Strumenti musicali (1924), sono esempi della più pura scultura cubista.

Una scultura che eserciterà non poca influenza sulla nascente archiettura moderna, in particolare sull’opera di Le Corbusier, il quale non sconfesserà il metodo scompositivo del Cubismo, nonostante l’adesione all’Esprit Nouveau.

Con l’avvento degli anni Trenta, lo stile dalle formse angolose di Lipchitz si addolcisce grazie a un maggior plasticismo, manifestando tendenze surrealiste.

A seguito dell'occupazione nazista di Parigi nel giugno del 1940, Lipchitz fu costretto a lasciare Parigi per Tolosa, e l'anno successivo lasciò la Francia per New York.

Nelle sue sculture dalle forme zoomorfe e antropomorfe, Lipchitz dà forma al mistero dell’uomo, in un momento, quale fu appunto il Novecento, di profonda crisi etica e sociale, che vide il crollo di valori millenari, l’affermarsi dell’antisemitismo e dei regimi totalitari, la violenza di due guerre mondiali, e ancora il ’68 e l’affermarsi della società di massa. In mezzo a sconvolgimenti del genere, desta commozione l’invocazione al cielo di una donna dagli occhi sbarrati, con un bambino che le cinge il collo, le bracci spalancate a chiedere pietà. Madre e figlio II è una scultura del 1941, ma la si può associare ancora oggi a una qualsiasi donna oppressa dalla guerra, dalla fame, dalle epidemie. Le sue forme morbide e rotonde, di novella Madre Terra, fanno pensare a una dea oltraggiata.

Lo stile di Licphitz non subirà cambiamenti sostanziali nei decenni a venire, e la sua ricerca si manterrà costantemente focalizzata sull’uomo, come dimostrano i ritratti in gesso degli anni Cinquanta e Sessanta, dagli sguardi intensi e angosciosi.

La maestria di Lipchitz si esplica anche nel disegno scultoreo, di cui al Gabinetto Disegni e Stampe è possibile ammirare un’ampia selezione, compresi i pezzi provenianti da Monaco di Baviera. Al pari delle sculture, affrontano temi biblici e della mitologia greco-romana, contestualizzati però nel clima socio-politico del Novecento; per cui, vergini rapite, dee madri, maternità, e altri soggetti, divengono simboli della moderna sofferenza, causata in primis dalla violenza della guerra. Un nuovo tragico corso che l’arte non potrà d’ora in poi ignorare.

Stabilitosi in Italia nel 1963, a Pietrasanta, Lipchitz scomparve a Capri nel 1973. A oltre quarant’anni dalla morte, questa mostra di respiro europeo rende omaggio a questo scultore a torto poco conosciuto dal grande pubblico, ma che è stato uno dei maggiori interpreti contemproanei di una disciplina, la scultura, che plasmando la materia, a volte risce a plasmare l’anima dell’uomo.

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