Camminare per San Lorenzo significa immergersi nella porosità urbana. Da un lato, il peso nobile della storia medicea e il vigore del tessuto popolare; dall'altro, la precarietà di un "eterno cantiere" che sembra aver smarrito la propria direzione. Il rione, cuore della fiorentinità, si trova sospeso tra ambiziosi progetti di rigenerazione partecipata e una realtà fatta di transenne, polvere. Dopo anni di workshop, milioni di euro in bilancio e promesse di rilancio, cosa sta cambiando realmente per chi abita queste strade? Oltre la narrazione istituzionale, emerge il ritratto di un quartiere che attende risposte su standard urbanistici minimi: verde, accessibilità e spazi pubblici sottratti alla logica del consumo.
Il "Laboratorio San Lorenzo" è stato un esperimento di urbanistica partecipata, promosso dal Dipartimento di Architettura dell’Università di Firenze e dall’Ordine degli Architetti. Capace di coinvolgere oltre 200 cittadini e 20 associazioni, il progetto è stato inserito come "buona pratica" nel portale nazionale "Hub Partecipazione" della Funzione Pubblica. Tuttavia, a quasi sette anni dal deposito degli esiti, il bilancio è segnato da un preoccupante vuoto. Tra le proposte di pedonalizzazione e la realtà dei fatti si è inserito un corto circuito burocratico che rischia di ridurre la partecipazione a un mero "passaggio di consenso" per decisioni già prese altrove. Il rischio è che la partecipazione diventi solo un feticcio procedurale, privo di qualsiasi vincolo decisionale per l'amministrazione.
«Senza un’unità di coordinamento e un responsabile con un mandato diretto della sindaca, gli interventi indicati dal Laboratorio per la riqualificazione degli spazi pubblici del rione San Lorenzo e la rigenerazione del complesso del Sant’Orsola continueranno a procedere a rilento e in modo non integrato, con un inevitabile spreco di risorse pubbliche e continui disagi per i cittadini.» afferma Emanuele Salerno, coordinatore di Santorsolaproject.
Il fulcro della trasformazione rionale è l’ex convento di Sant’Orsola, oggi oggetto di una concessione cinquantennale alla società privata Artea. Se l’investimento di 31 milioni di euro promette il recupero di un gigante dormiente, l’analisi dei benefici pubblici rivela un equilibrio precario. Un dato su tutti: per mezzo secolo, il Comune e la Città Metropolitana avranno diritto all’uso gratuito esclusivamente delle sale riunioni per soli 15 giorni all’anno ciascuno. Un ritorno sociale decisamente esile per un bene pubblico di tale portata. Il progetto prevede una mixité funzionale:
- Un nuovo Museo (gestito da Artea dal 2024 con residenze artistiche) e spazi per start-up.
- Atelier artigianali e una scuola di alta formazione.
- Un caffè letterario e una ludoteca gratuita.
Tuttavia, le criticità tecniche non mancano. Se la biblioteca rimarrà interamente in mano all’operatore privato, la ludoteca entrerà nel circuito comunale a gestione diretta solo "qualora il Comune lo richieda": un atto che, ad oggi, non risulta formalizzato. Eclatante è poi la "clausola foresteria": in un complesso ufficialmente destinato alla formazione, sarà permesso l'uso turistico-ricettivo per 60 giorni tra luglio e agosto, alimentando i dubbi su una strisciante finanziarizzazione immobiliare sotto mentite spoglie educative.
Mentre i residenti chiedono una "forestazione urbana" che mitighi le isole di calore del centro storico, i numeri del "Piano di riqualificazione del centro UNESCO" (finanziato dal PN Metro Plus) raccontano una storia di asfalto e manutenzione ordinaria. Su un budget di 6,6 milioni di euro, la distribuzione delle risorse appare drammaticamente sbilanciata: il 93,18% dei fondi è destinato al risanamento dei piani viari.
Per il verde e l'arredo urbano restano appena 300.000 euro (il 4,55% del totale). Una cifra irrisoria che ignora le richieste del Laboratorio per piazze come Madonna degli Aldobrandini, il Crocifisso o Piazza del Mercato Centrale, che rimangono escluse dagli interventi prioritari, confermando la visione della strada come mero spazio di transito veicolare piuttosto che come luogo di sosta e socialità.
La rigenerazione di San Lorenzo procede "a macchia di leopardo". Una luce significativa brilla nel Polo Artigiano di via Guelfa, dove la Città Metropolitana ha riscattato fondi commerciali per proteggere l'identità produttiva del rione. Qui operano eccellenze come gli scalpellini di Petra Srl, il liutaio Matteo Venturi, le creazioni in pelle di Aleksandra Laurenzo e la Bottega della Cintura. Anche l’iniziativa estiva "Cinema nel Chiostro" all'interno di Sant’Orsola rappresenta un positivo tentativo di mantenere una permeabilità culturale temporanea.
Al contrario, la zona del Mercato Centrale giace in un cono d'ombra. Non esiste un piano per razionalizzare l'ingombro dei banchi ambulanti o per liberare i portici del Mengoni. La riprogettazione della piazza, asse portante del Laboratorio, è stata liquidata dall'amministrazione come "tema non oggetto della convenzione", lasciando l'area in balia di un disordine che favorisce l'illegalità nella gestione dei rami d'azienda e degrada lo spazio pubblico.
Un aspetto che solleva interrogativi sulla coerenza delle politiche urbane riguarda le deroghe normative concesse all'interno di Sant’Orsola. La convenzione stabilisce infatti che le attività di somministrazione di cibo e bevande nel complesso non saranno soggette ai divieti della "Delibera sulla tutela e il decoro del centro storico" del 2023. Mentre per i piccoli esercenti del rione vigono restrizioni ferree per preservare l'identità del sito UNESCO, all'interno delle mura dell'ex convento si crea una sorta di "zona franca" commerciale. Questa deroga regolamentare rischia di trasformare il complesso in un'enclave privilegiata, slegata dalle regole che governano il resto della città consolidata.
Con un cronoprogramma che prevede le prime consegne parziali nel 2028 e la fine lavori nel 2029, il futuro di San Lorenzo resta una scommessa aperta. I residenti e il coordinamento Santorsolaproject non si arrendono e hanno fissato una scadenza politica precisa: la richiesta di un'assemblea pubblica per ottenere trasparenza su atti e finanziamenti. In questa delicata fase di transizione, la loro domanda per la sindaca Funaro è ineludibile: stiamo davvero rigenerando un quartiere per restituirgli anima e abitanti, o stiamo perfezionando la costruzione di un nuovo hub turistico-formativo recintato, un'isola di efficienza privata in un mare di inerzia pubblica?