Una giornata a Montecristo


Luglio 2008- L’isola d’Elba è ormai lontana e navighiamo da alcune ore. Montecristo non si intravede ancora nella foschia. La nave, partita da Portoferraio secondo i programmi del Parco, si avvicina sempre più alla meta procedendo sul mare calmo rinfrescato da un leggero maestrale. Ritorno sull’isola dopo molti anni di assenza. E’ il viaggio nella memoria che riporta profonde emozioni e fa rivivere le immagini dell’isola dei miei sogni. Nell’attesa mi sento teso e nervoso. Non vedo vele etrusche e romane attorno a noi. Di tanto in tanto dei pesci rondine saltano fuori dalle onde e volano lontano mentre alcuni delfini ci accompagnano nel nostro viaggio attraverso il tempo. Nell’ora tarda del mattino la scia bianca lasciata dalla nave diventa sempre più bianca con schizzi d’acqua scintillante.
Improvvisamente Montecristo appare, maestosa come una cattedrale sul mare. E’ un inno al cielo. I passeggeri hanno attimi di sbigottimento e di meraviglia. Le voci sono sovraeccitate …“Splendida!”… “Splendida!”… “Splendida!”. La nave si avvicina all’isola. Il mare calmo e azzurro denso, diventa, prima dell’attracco, color acquamarina, sempre più limpido e trasparente tanto da far vedere i fondali. Nell’aria si diffonde il profumo del rosmarino. Ci danno il benvenuto le due agenti del Corpo della Forestale assieme al guardiano Goffredo Benelli. Scendiamo a terra. L’isola appare in tutta la sua bellezza. La spiaggia sabbiosa ci saluta mentre più avanti c’è il magazzino dei pescatori, mesto, ancora distrutto dall’alluvione avvenuto anni prima. Sono triste nel vederlo e mi vengono in mente le ore passate fra gli scogli a giocare con i miei cugini ed Elena, la figlia del guardiano. In quel tempo Francesco Tesei era il capo guardiano coadiuvato da altri custodi che spesso lavoravano negli orti, nei giardini e nelle vigne rendendo l’ambiente piacevole con piante rigogliose. Talvolta si dedicavano a sistemare i sentieri di caccia nell’attesa del re e dei suoi amici cacciatori. Ora non c’erano i pescatori, amici dei sovrani, nei pressi del magazzino e mancavano le reti con le nasse sulla piazzetta, messe ad asciugare. La mia tristezza si trasforma in dolce melanconia rivivendo le emozioni della mia fanciullezza.
Il gruppo di visitatori si ferma sotto la pineta e le agenti ci informano sui due possibili percorsi della giornata: visita al Monastero con la grotta del Santo e visita al Belvedere per ammirare il paesaggio.
Scelgo la seconda escursione perché meno faticosa anche se ritengo la prima più interessante. Siamo in estate e la giornata è molto calda. Il sentiero porta in alto, affiancato da piante di cisto marino, mirto, lentisco, agavi e oleandri. Preferisco immergermi nella natura, nei suoi profumi, nei suoi colori e nell’armonia dell’ambiente. Ogni passo e ogni sguardo mi fa sentire sempre più parte della natura. Il paesaggio è stupendo e ammiro ogni cosa prima del ritorno. Mentre scendo verso il mare incontro il guardiano. Talvolta burbero, sempre aperto alla conversazione, mi saluta con una voce decisa. Avendo già pranzato con un panino e una mela, Goffredo mi invita per un digestivo nel giardino della sua abitazione assieme alla moglie Carmen ed altri amici. L’atmosfera è cordiale. Con molta premura ed attenzione, ci vengono offerti alcuni digestivi, Montenegro e Amaro Averna. Lascio la famiglia Benelli mostrando la mia felicità per il simpatico incontro con la speranza di rivederci presto. Mentre mi incammino verso il piccolo Museo di Storia naturale passano nella mia memoria tutte le famiglie dei guardiani precedenti in una fantasmagorica cavalcata nel tempo, i Galli, i Tesei, i Burelli, i Galletti, i Muti, i Del Lama, i Benelli. La visita al Museo è un passo dovuto. Mi attendono fotografie di ambiente marino, capre e gabbiani impagliati, rocce e coralli, mappe e cartine che mostrano i programmi a favore della natura e le zone di maggiore attenzione. Il mio pensiero si rivolge al recente passato: nel 1971 avvenne l’istituzione della Riserva Naturale e nel 1988 fu attribuito alla Riserva il "Diploma Europeo".
Termino la visita fermandomi sul piazzale ed osservando la piccionaia. Mi sembra di vedere ancora i piccioni del fiorentino Carlo Ginori, addestrati per assicurare rapidi collegamenti con Firenze. E con lui alcuni ospiti illustri quali il musicista Puccini e lo scrittore Fucini allegri e scherzosi.
Si avvicina la partenza. Mi avvio verso la spiaggia percorrendo un viale pietroso e arido. Non ci sono più, da un lato, gli splendidi vasi di fiori e, dall’altro, le rigogliose piante di felci giganti. La nave è ancora in attesa. Mi siedo e guardo il mare. Vedo alcuni gabbiani che volano in alto sulle rocce e le onde leggere che si infrangono sull’arenile. Non vedo Bastiana, la moglie del guardiano Tesei, parlare con le amiche all’ombra dei pini e lavorare a maglia. Non vedo le barche da pesca né i velieri, non vedo i pirati saraceni né le feluche corsare, non vedo Dragut né le vele dei fratelli Barbarossa, che seminarono tanta distruzione e morte. Ora tutto e fermo e niente accade. Incanta solo la bellezza dell’isola fra tante contraddizioni. L’operosità dell’uomo ha difficoltà nel fermare i degrado prodotto dalle intemperie. La gestione del Parco, l’operatività professionale degli agenti della forestale e l’impegno del guardiano con tutta la famiglia sono appena sufficienti per l’ordinaria amministrazione. Mancano risorse adeguate e progetti validi per far rivivere l’isola e riportarla agli splendori del recente passato.
Nel lasciare Montecristo sento di ringraziare tutti quelli che operano sull’isola e per l’isola, per ciò che danno ogni giorno e per i loro sacrifici.
Mentre la nave si allontana guardo ancora il Monte Fortezza e Cala Maestra con la costa scogliosa. Non riesco a vedere le capre selvatiche sulle rocce vicino al mare. Purtroppo gli avvistamenti si fanno spesso al mattino. Scambio qualche parola con Nadia, figlia del guardiano Burelli, mettendo in evidenza l’attuale situazione di Montecristo con le mie ossevazioni per il futuro. Molti, attorno a noi, scattano le ultime fotografie.
Fra le rocce, con il fischio del vento della tempesta, si possono sentire ancora i lamenti e le grida dei monaci, seguaci di San Mamiliano, impauriti dagli attacchi dei barbareschi. Su tutta la scogliera attorno Montecristo c’è ancora l’odore del sudore dei guardiani e dei pescatori che testimonia le difficoltà e il sacrificio della loro vita come pure vi sono impressi i momenti di gioia delle loro famiglie e degli ospiti che trascorsero ore liete.
Montecristo è sempre più lontana e, mentre il sole è ormai al tramonto, scompare pian piano sulla scia bianca lasciata dalla nave. Il mio animo è agitato al pensiero di ciò che avrebbe potuto essere e non è stato … ma la speranza è dura a morire.
Raffaele Sandolo
elbasun@infol.it

Redazione Nove da Firenze