Giorgio Saviane: colloquio con la moglie a sette anni dalla morte


Sono sette anni, il 18 di dicembre, che è morto Giorgio Saviane. Nell’occasione dell’anniversario abbiamo incontrato la moglie Alessandra, nella casa dello scrittore affacciata sull’Arno.
Com’erano i suoi rapporti con Firenze, visto che è stata sempre presente nelle sue pagine?
“Saviane amava Firenze, anche se aveva avuto, almeno all’inizio, un rapporto difficile con i fiorentini, ma in seguito le cose cambiarono, tanto che era solito affermare: sono stato accolto e adesso mi amano. Quindi quando andava per le strade, per le piazze la gente lo salutava, e spesso di questo ne era felice. Tutto sommato, però, dobbiamo dire che era un solitario: usciva poco, aveva una ristretta cerchia di amici, che ospitava in casa, oppure nella sua mansarda da dove riusciva a vedere tutta Firenze. Poi era amante del mare, delle barche, delle gite fuori porta. La mattina scriveva e il pomeriggio faceva l’avvocato, avendo lo studio sotto casa”.
- Dalle notizie biografiche risulta che l’attività di avvocato l’ha sempre portata avanti nonostante fosse diventato uno scrittore di successo.
“Sì, lui faceva successioni, transazioni… era molto famoso come legale e i suoi clienti lo stimavano, insomma. Poi si è ammalato nel’94 e questo ha portato alla chiusura dello studio legale”.
- Era quindi un uomo travolto da mille impegni?
“Assolutamente sì!La mattina scriveva per i giornali, parlava con gli editori, prendeva appunti per i suoi romanzi. Aveva collaborazioni con La Nazione, Il Resto del Carlino e il Tempo di Roma. Partecipava poi al Viareggio, allo Strega, come giurato e spesso come scrittore”.
- Non era un notturno, visto che molti scrittori, almeno secondo un prototipo, amano scrivere di notte?
“No! Era un mattiniero. Magari si alzava presto per scrivere e organizzarsi la giornata, ma di notte prediligeva oziare. Mentre il resto del giorno o si dava all'avvocatura o scriveva, oppure quando si andava al mare, sulla plancia della barca”.
- E scriveva a macchina o a penna?
“No, a penna. Aveva la stilografica con l’inchiostro verde e scriveva solo con quella”.
- Ah! Figurarsi, l’inchiostro verde, una caratteristica che lo accomunava a Giuseppe Ungaretti, lo sa?
“No, non sapevo! Figurati!”
- Ma nei momenti di relax come viveva? O meglio, detto in altri termini, nei suoi momenti di riposo cosa faceva?
“Scriveva. Per lui scrivere era una sorta di riposo. Mi diceva che lo aiutava a vivere. Pensi che per rilassarsi o per meditare poco prima di una causa in tribunale spesso scriveva. A questo proposito voglio raccontarle un aneddoto: una volta in tribunale, prima di entrare in aula un cliente lo vide scrivere su di un quaderno e li chiese; avvocato sta prendendo appunti per la causa – e Saviane gli rispose; no, sto scrivendo il mio romanzo!”
- Questo però lascia presupporre che sia stato anche un accanito lettore?
” Sì, leggeva tantissimo. Leggeva, scriveva e vedeva molti film”.
- Signora ma mi chiedevo, visto che lei ha parlato della sua attività pubblicistica: perché non è mai stata pubblicata una raccolta dei suoi articoli?
“L’ho fatto, pochi mesi dopo la sua morte. Ho raccolto gli articoli più significativi che ho riscritto a computer. Una scelta che iniziò anni prima al mare, con lui presente. Poi andai da diversi giornali per vedere se lo potevano vendere in allegato in edicola, in un primo momento mi dissero di sì ma poi chissà perché non è stata pubblicata questa raccolta”
- Questo denota la non curanza, l’interesse negato nei confronti di uno degli scrittori italiani più importanti. Perché noi parliamo di un’intera opera oggi non più reperibile. Saviane era uno scrittore d’elite, vale a dire un narratore non organico, non politicizzato. E questo lo misero in attrito, direi per ragioni stilistiche più che ideologiche, con Alberto Moravia, in particolare per quel suo gioco linguistico di parlare ora in prima persona e poi in terza. Un gioco ironico, se vogliamo, che caratterizza l’intera, o quasi tutta, la sua opera narrativa. “Giorgio era un lupo di mare, non aveva caste di amicizie. Questa casa era frequentata da Giorgio Luti, da Spadolini, Alfonso Gatto e tanti altri. Poi Baldacci, la Fallaci. Ricordo il nostro incontro a Roma con Oriana Fallaci in un hotel, dove mi fece mandare in camera un gigantesco mazzo di rose. Per rispondere alla domanda comunque sì, ha ragione lei: una forte non considerazione nei confronti di mio marito esiste, è evidente. Soprattutto da parte delle istituzioni. Il gioco stilistico del passaggio dalla prima alla terza persona iniziò con il romanzo Eutanasia di un amore, me lo ricordo in quanto allora ero la sua segretaria”.
- Inoltre, una caratteristica importante dei romanzi di Saviane è l’elemento metafisico. Le ambientazioni, partendo da Firenze o dal Veneto, alla fine sì perdono in non luoghi, in un contesto tutto suo dove ad essere protagonisti sono solo le psicologie dei personaggi. Elemento che ci fa comprendere come il non senso sia molto presente nelle sue pagine, un non senso, un non detto che la dice lunga sul suo modo di essere, sulla sua vita, non crede?
“Sì, è vero. Questo è comune nei suoi libri. E questo denota qual era il suo modo di scrivere, il suo laboratorio mentale. Tutto partiva da dei semplici appunti, che riprendeva in mano tante volte prima di stendere la prima stesura. Una prima stesura che precedeva tante altre fino ad una quarantesima e oltre”.
- Nei romanzi di Saviane ciò che colpisce il lettore è la figura della donna. Una figura importante non solo nelle sue pagine, ma anche nella vita. Quasi a voler significare che la donna per Saviane è la metafora della perfezione dell’universo, dell’esistenza stessa.
“Un signore una volta gli disse: andiamo a caccia, poi magari si va al mare così tra amici- e lui gli rispose; solo tra uomini, ma è di una noia mortale! Così anche quando si andava nei ristoranti cercava sempre quelli in cui vi erano camerieri donne. Questo rapporto con la donna risale al rapporto speciale che aveva con sua madre, più che con suo padre. Poi, certo, la vita non gli fu facile: uno zio si suicidò, poi altri lutti si susseguirono nel giro di pochi anni, una sua compagna morì in un incidente stradale, che lui fece, a Sesto Fiorentino. Questo incidente stradale, diceva Carlo Salinari, a causa dei sensi di colpa ritorna, sotto varie dinamiche, nei suoi romanzi, in cui le vittime per la maggiore sono donne. Altro lutto che lo colpì principalmente fu la morte della figlia a Parigi. Però tutti questi dolori, questo bello e malinconico rapporto con l’universo femminile, riesce a esorcizzarlo tramite la scrittura. Tant’è che spesso i suoi libri sono autobiografici, in cui gli eventi narrati sono poco dissimulati”.
- Parliamo della sua attività di critico cinematografico, forse la meno conosciuta. Lavoro che portò avanti per diverse testate giornalistiche. Ora, venendo a noi, quando lo trovava il tempo per il cinema?
“La sera. Spesso andava al cinema e poi ci scriveva sopra l’articolo. Amava molto il cinema italiano, tant’è che questo lo spinse a fare anche il critico televisivo”.
- Ma com’era convivere con Giorgio Saviane?
“Difficile. Era un pazzo, nel senso buono della parola. Però nonostante tutto, nonostante i nostri trent’anni di differenza, si stava bene insieme.
- Avvicinando all’epilogo della nostra chiacchierata, possiamo lanciare la proposta di poter ripubblicare le opere di Giorgio e di, possibilmente, poter intitolare una strada a suo nome, proposte lanciate attraverso i microfoni di Universo di celluloide?
“Certo, lanciamola questa proposta. Un grande rammarico è proprio questo: di non vedere niente a suo nome in questa città. Nella sua città che lui ha amato tanto e non vorrei aspettare molto, francamente”.

Iuri Lombardi

Redazione Nove da Firenze